giovedì 15 agosto 2019

Di Bonaparte, che divenne Napoleone


«Ei fu». Quando apprese della scomparsa di Napoleone Bonaparte, Alessandro Manzoni rimase profondamente colpito. Poco dopo, Il cinque maggio era pronto. Il tributo dell’autore de I promessi sposi onorava il generale che fece la campagna d’Italia, scuotendo e stabilizzando allo stesso tempo lo Stivale. Bonaparte infatti non solo donò il Tricolore al Belpaese, ma ne definì i confini, le linee che in oltre mezzo secolo dopo sarebbero state grossomodo confermate al momento dell’Unità. Duecentocinquant’anni fa – un quarto di millennio –, ad Ajaccio, nasceva il generale francese, definito da Sergio Romano – con la sua solita ponderatezza – come «un grande stratega e uno spregiudicato uomo di Stato, ma anche un riformatore impaziente e instancabile, sempre pronto a cogliere e a trasformare in leggi i suggerimenti che provenivano dai suoi migliori consiglieri».

giovedì 8 agosto 2019

Don Sturzo e lo statalismo malabestia


Tornò in Italia il 5 settembre 1946. Già rassegnato, stanco e anziano: più di cinquant’anni alle spalle e venti all’estero. Prima a Londra, poi a Parigi e a New York, dove conobbe Arturo Toscanini e Gaetano Salvemini tra gli altri. Il regime fascista lo aveva obbligato all’espatrio: Don Luigi Sturzo aveva fondato il Partito Popolare Italiano un secolo fa, ma l’intento di dar voce politica ai cattolici d’Italia – principale ed esplicita missione del movimento nato nel 1919 – si rivelò presto una minaccia per le mire totalitarie del Fascismo. «La libertà è come la verità» – disse Don Sturzo in un discorso del marzo 1925 a Parigi – «si conquista; e quando si è conquistata, per conservarla si riconquista; e quando mutano gli eventi e si evolvono gli istituti, per adattarla si riconquista.»

mercoledì 31 luglio 2019

Primo Levi, sommerso e salvato


«Son morto con altri cento / Son morto ch’ero bambino»: così cantava Francesco Guccini nel ricordare i più gravi eventi dell’umanità nella canzone Auschwitz del 1966, un nome che non ha bisogno di presentazioni e che ha sommerso milioni di persone nel gelido inverno polacco e nel fuoco dei forni crematori. Alcune vittime – troppo poche – però si sono salvate. Tra loro, Primo Levi, deportato nel campo di sterminio e tornato in patria con l’urgente e bruciante necessità – dopo anni passati quasi nella vergogna di essere ancora in questo mondo che lo voleva nell’altro – di raccontare gli orrori indelebilmente incisi nella sua memoria e sul suo avambraccio. Vorremmo che lo scrittore torinese fosse nato non cento anni fa – il 31 luglio 1919 –, ma centocinquanta, duecento, anche trecento anni prima: non solo per non fargli provare sulla carne gli anni vissuti in campo di concentramento prima – a Fossoli, nella Bassa emiliana – e di sterminio poi – nella remota Oświęcim –, ma anche per allontanare maggiormente l’immensa vergogna europea a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta.

mercoledì 24 luglio 2019

India: economia e democrazia di un gigante silenzioso


Le recenti elezioni politiche in India hanno sottolineato come, nonostante le gelide o torride soffiate di autoritarismo in Asia (Russia e Cina su tutti, per non parlare del Medioriente), la democrazia abbia ancora un peso all’affacciarsi degli anni Venti del ventunesimo secolo. Un peso talmente importante da scomodare per trentanove giorni novecento milioni di elettori affinché si esprimessero nell’urna elettorale (circa un milione i seggi predisposti sul territorio indiano per le elezioni politiche). L’India, la più grande democrazia del mondo in termini di popolazione, gode di pochissima attenzione da buona parte dei media occidentali. Il che non vuol dire che sia irrilevante. Tutt’altro: il gigante silenzioso nel complesso lavora e produce operosamente, senza mai alzare i toni e vantare l’attenzione di soggetti geopolitici economicamente molto più deboli, come la Federazione di Vladimir Putin. Un BRICS (acronimo dei paesi sulla via di un grande sviluppo economico, Brasile-Russia-India-Cina-Sudafrica): un paese in via di sviluppo con davanti un futuro brillante in termini demografici ed economici.

sabato 13 luglio 2019

Ferruccio de Bortoli e il tentativo di riscossa civica


Ci salveremo non è solo il titolo dell’ultimo libro di Ferruccio de Bortoli: è l’auspicio dell’autore, che – nonostante le turbolenze che il Belpaese sembra sperimentare (più o meno volontariamente) ogni giorno – non se la sente di mettere un punto di domanda dopo la sua “profezia”. L’obiettivo del libro, scrive il Nostro, è quello di rianimare un senso dello stare insieme perduto, un senso di responsabilità collettivo annebbiato. L’ex direttore del Corriere della Sera è ottimista nei suoi “appunti per una riscossa civica” (parole da usare con il contagocce quando si parla d’Italia): «Siamo migliori di quello che sembriamo», scrive de Bortoli. «Nel descrivere il proprio paese gli italiani sono infatti più pessimisti e severi di quanto non lo siano gli stranieri».

sabato 6 luglio 2019

Moneta e popolo: quale sovranismo?

Lasciamo perdere per un attimo il fatto che «nel momento stesso in cui si mitizza il popolo sovrano, lo si tratta in realtà come popolo bue» – ovvero «qualcuno a cui rivolgersi con frasi ed espressioni terra terra, cercando di risvegliarne bisogni e istinti primari» – come scrive Giuseppe Antonelli in Volgare eloquenza: il popolo è sovrano. Non c’è dubbio, ma la domanda è: quando mai avrebbe smesso di esserlo nella recente storia di gran parte dei paesi occidentali? Per l’orgoglio demagogico-sovranista e semplificatorio non è importante rispondere a questa domanda: secondo costoro, il popolo “ha perso sovranità” e il nemico principale responsabile di ciò è l’Unione Europea (interessante quanto un certo tipo di rozza retorica sia riuscita a fondere il concetto di UE con quello di Europa, ben diversi tra loro). L’UE – contestabile, a tratti non efficiente e non solidale, burocratica e disattenta – è un insieme di Stati, che conservano quasi pienamente la loro sovranità effettiva, che consciamente – e volontariamente – hanno delegato negli anni passati ad un’entità superiore.

sabato 29 giugno 2019

Oriana Fallaci: la donna che dava del tu al potere


Una volta Margaret Thatcher disse: «Essere potenti è come essere una donna. Se hai bisogno di dimostrarlo vuol dire che non lo sei». Oriana Fallaci non aveva certamente bisogno di dimostrare né il suo coraggio né la sua capacità di scrittura. Glielo riconoscevano e glielo riconoscono (quasi) tutti. Ha fatto un mestiere – a partire dagli anni Cinquanta – che veniva generalmente intrapreso da soli uomini ed è stata molto più eroica di molti di loro. Oggi avrebbe compiuto novant’anni: molti giornalisti meno acuti – e certamente meno dotati della spontaneità di penna e pensiero – hanno tagliato allegramente il nastro dei nove decimi di secolo, ma il prezzo è il vuoto che lasceranno dopo la loro morte. Oriana Fallaci invece ha lasciato un vuoto incolmabile, non solo nei suoi tanti lettori, ma nel panorama giornalistico-letterario nel suo complesso. Anche in quello internazionale. Il suo essere donna in un contesto di uomini – non solo i colleghi, ma quelli che senza pudore andava a intervistare in giro per il mondo – era l’altra faccia della medaglia della ribellione, dell’anarchia, dell’indipendenza della Signora. Per la parità di genere ha sempre lottato, ma voleva essere ricordata semplicemente come “scrittore”. Le parole significano quello che vogliono dire: non le interessavano le declinazioni che assumevano toni politici e che oggi sembrano essere l’unica missione di diversi movimenti progressisti. È quantomeno bizzarro d’altra parte definirla di “destra”, dal momento che per la libertà dal Nazifascismo ha combattuto in Centro Italia in età da treccine, in sella alla sua bicicletta di fragile metallo. O forse era ritenuta “di destra” solo perché si era distanziata dalla cultura scontata per una partigiana toscana …

martedì 25 giugno 2019

Il Giornale e la battaglia di una caravella liberale


Il 25 giugno di quarantacinque anni fa – era il lontano 1974 – a farsi spazio, poco per la verità, nelle edicole italiane, tra giornali decennali e brillanti settimanali, comparve un nuovo protagonista; un foglio quotidiano che avrebbe fatto discutere negli anni a venire. Una nuova pubblicazione che per molto tempo sarebbe stata subalterna rispetto ai vari Corriere della Sera o Stampa. Un lenzuolo cartaceo piegato e nascosto negli anfratti del cappottone – e non dell’eskimo – di chi si “azzardava” a comprarlo. Il Giornale di Indro Montanelli compie oggi il suo primo quasi mezzo secolo: per anni è stato l’orientamento quotidiano di un centinaio di migliaia e mezzo di lettori, che nello storico giornalista – e nei suoi illustri collaboratori – trovavano una bussola politica e culturale leggendo la “caravella liberale”; una piccola imbarcazione nata dal nulla, ma non sul nulla. Il Giornale non era semplicemente “il Giornale”: certo, era uno dei più ricchi in termini di firme illustri e internazionali, ma era pienamente identificato nel suo direttore, che gli conferiva un’indimenticabile energia e vitalità; anche nella vecchiaia più estrema. Per le città d’Italia si diceva: «Mi dia il giornale di Montanelli», quasi con un tono di sfida nei confronti dell’edicolante che, in diverse occasioni e specialmente nei primi anni, tentava di boicottarne l’acquisto.