martedì 17 settembre 2019

Uguaglianza e libertà nella società aperta di Karl Popper

La società aperta è sotto attacco. Una coltre di autoritarismo – più o meno spesso a dipendenza delle latitudini del pianeta – sembra raggiungere le vette del grasso consenso proprio quando le tradizionali risposte liberali e democratiche stentano a godere del sostegno che per decenni hanno avuto. Ma cos’è la società aperta? «Con l’espressione “società aperta”» scrive Karl Popper, morto il 17 settembre di venticinque anni fa, «designo non tanto un tipo di […] forma di governo, quanto piuttosto un modo di convivenza umana in cui la libertà degli individui, la non-violenza, la protezione delle minoranze, la difesa dei deboli sono valori importanti.» Il binomio “società aperta” è legato a doppio filo al suo più grande teorizzatore, il “filosofo della libertà”. A un quarto di secolo dalla scomparsa di Popper, le sue considerazioni in campo sociale ai tempi del successo dell’onda demagogica e delle crisi delle democrazie sono quanto mai attuali.

martedì 10 settembre 2019

L’ultimo impero multietnico


La fine della Grande Guerra decretò la fine di un’epoca. Profondamente ottocentesco nell’architettura, scollegato dalle esigenze d’indipendenza di molti degli Stati compresi nel recinto austro-ungarico, l’Impero di Franz Joseph, il monarca assoluto del tempo (Imperatore d’Austria e Re d’Ungheria), era una grande potenza multietnica: temuta e ammirata; smembrata come conseguenza del Trattato di Saint-Germain-en-Laye (firmato dall’Austria con le potenze vincitrici) il 10 settembre di cento anni fa per dar voce singola a cecoslovacchi, trentini, austriaci, tirolesi, ungheresi, ruteni, serbi e croati (molti di questi, sotto il neonato Regno di Yugoslavia). Il colpo finale all’Impero fu poi il Trattato di Trianon, firmato con l’Ungheria, nel giugno 1920.

domenica 1 settembre 2019

Gleiwitz, la fine di un’escalation


Si può davvero pensare che la Polonia – neo-Stato, nato alla fine della Prima Guerra Mondiale – abbia provocato la grande e potente Germania da costringere quest’ultima ad invaderla, il primo settembre di ottant’anni fa? Negli anni si è detto anche questo: la Polonia avrebbe provocato il gigante nazista (famelico di “Lebensraum”), costringendolo ad “intervenire” a seguito di diverse e gravi aggressioni. Un completo e volgare depistaggio, come ben testimonia la deposizione del Ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop al giudice sovietico Roman Rudenko al processo di Norimberga: «L’attacco alla Polonia era inevitabile, in seguito all’atteggiamento delle altre potenze».

martedì 27 agosto 2019

Una donna in fiamme e un uomo solo


Era arrivato in Sardegna una decina di anni prima: aveva messo su casa; una fattoria, del bestiame. Lunghi i pranzi e le cene con amici e famiglia che da Genova prendevano il traghetto e lo andavano a scovare negli anfratti sardi. Fabrizio De André amava il suo eremo mediterraneo: un’azienda agricola, piante e vitellini, ovini e prodotti caseari. Il tutto allietato dalla sua musica e dalla sua chitarra: la pace delle montagne lo aiutava a scrivere i testi delle canzoni che avrebbe poi rifinito e registrato a Milano. Lavorare la terra scura e ritirarsi nell’entroterra settentrionale di Tempio Pausania era una scelta insolita per i cantautori allora: l’aria aperta, il paesaggio collinare e roccioso, il verde e la secchezza degli arbusti si conciliavano con il bisogno di sincera solitudine che De André cercava. Solitudine, attenzione, «come scelta, non l’isolamento, che è sinonimo di abbandono.»

giovedì 22 agosto 2019

Molotov-von Ribbentrop, un patto per la guerra


I dittatori non sono per la pace: usano il richiamo alla pace per prendere tempo e consolidare il loro potere. Avvenne così anche il 23 agosto di ottant’anni fa, quando a Mosca – la capitale dell’allora Unione Sovietica – il Ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop e il suo omologo russo Vjačeslav Molotov firmarono il patto che portava i loro cognomi: quello di non aggressione tra il Terzo Reich e l’URSS. I due ministri furono l’estensione della volontà dei governi che servivano e quindi dei loro spregiudicati tiranni. Nonostante Adolf Hitler avesse in odio i comunisti, strinse il patto. Naturalmente, era squisitamente ricambiato nel suo astio da Stalin e dalla sua cerchia: un patto di non belligeranza serviva ad entrambi.

giovedì 15 agosto 2019

Di Bonaparte, che divenne Napoleone


«Ei fu». Quando apprese della scomparsa di Napoleone Bonaparte, Alessandro Manzoni rimase profondamente colpito. Poco dopo, Il cinque maggio era pronto. Il tributo dell’autore de I promessi sposi onorava il generale che fece la campagna d’Italia, scuotendo e stabilizzando allo stesso tempo lo Stivale. Bonaparte infatti non solo donò il Tricolore al Belpaese, ma ne definì i confini, le linee che in oltre mezzo secolo dopo sarebbero state grossomodo confermate al momento dell’Unità. Duecentocinquant’anni fa – un quarto di millennio –, ad Ajaccio, nasceva il generale francese, definito da Sergio Romano – con la sua solita ponderatezza – come «un grande stratega e uno spregiudicato uomo di Stato, ma anche un riformatore impaziente e instancabile, sempre pronto a cogliere e a trasformare in leggi i suggerimenti che provenivano dai suoi migliori consiglieri».

giovedì 8 agosto 2019

Don Sturzo e lo statalismo malabestia


Tornò in Italia il 5 settembre 1946. Già rassegnato, stanco e anziano: più di cinquant’anni alle spalle e venti all’estero. Prima a Londra, poi a Parigi e a New York, dove conobbe Arturo Toscanini e Gaetano Salvemini tra gli altri. Il regime fascista lo aveva obbligato all’espatrio: Don Luigi Sturzo aveva fondato il Partito Popolare Italiano un secolo fa, ma l’intento di dar voce politica ai cattolici d’Italia – principale ed esplicita missione del movimento nato nel 1919 – si rivelò presto una minaccia per le mire totalitarie del Fascismo. «La libertà è come la verità» – disse Don Sturzo in un discorso del marzo 1925 a Parigi – «si conquista; e quando si è conquistata, per conservarla si riconquista; e quando mutano gli eventi e si evolvono gli istituti, per adattarla si riconquista.»

mercoledì 31 luglio 2019

Primo Levi, sommerso e salvato


«Son morto con altri cento / Son morto ch’ero bambino»: così cantava Francesco Guccini nel ricordare i più gravi eventi dell’umanità nella canzone Auschwitz del 1966, un nome che non ha bisogno di presentazioni e che ha sommerso milioni di persone nel gelido inverno polacco e nel fuoco dei forni crematori. Alcune vittime – troppo poche – però si sono salvate. Tra loro, Primo Levi, deportato nel campo di sterminio e tornato in patria con l’urgente e bruciante necessità – dopo anni passati quasi nella vergogna di essere ancora in questo mondo che lo voleva nell’altro – di raccontare gli orrori indelebilmente incisi nella sua memoria e sul suo avambraccio. Vorremmo che lo scrittore torinese fosse nato non cento anni fa – il 31 luglio 1919 –, ma centocinquanta, duecento, anche trecento anni prima: non solo per non fargli provare sulla carne gli anni vissuti in campo di concentramento prima – a Fossoli, nella Bassa emiliana – e di sterminio poi – nella remota Oświęcim –, ma anche per allontanare maggiormente l’immensa vergogna europea a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta.