mercoledì 11 dicembre 2019

L’inizio del terrorismo


Eppure, c’erano state delle avvisaglie e neppure molto tempo prima. Il 25 aprile 1969, festa della Liberazione, una bomba esplose presso un capannone FIAT fuori Milano, così come all’ufficio-cambi della stazione in Piazza Duca d’Aosta. Altre bombe scoppiarono nella capitale lombarda dei tardi anni Sessanta: l’8 e il 9 agosto anche diversi treni e tratti ferroviari furono raggiunti dal tritolo anarchico. Gli anarchici come colpevoli di tutti gli attentati e i blitz, si diceva. Ed era vero che molti degli anarchici – a cavallo tra Ottocento e Novecento piazzavano bombe e perpetravano attentati contro i reali d’Europa – erano italiani, ma poco prima delle diciassette del 12 dicembre di cinquant’anni fa le cose erano diverse.

L’Europa di oggi e l’antisemitismo che non passa


In un libro-intervista di quasi trent’anni fa a cura di Lucio Caracciolo, Ernesto Galli della Loggia spiegava le origini dell’antisemitismo moderno; quello che sopravvive ancora oggi ed è alla base del “pensiero” di molti odiatori. «L’antisemitismo è un aspetto del rifiuto della modernità propugnato dalla destra più estrema. Nella figura dell’ebreo essa concentrava tutto il peggio del mondo moderno […] Ma […] pure Karl Marx considerava l’ebraismo come l’apice simbolico della modernità capitalistica».

lunedì 9 dicembre 2019

Massimo Bertarelli, il ragazzo spiritoso del Giornale


È stato quasi imbarazzante sentirlo: lo avevo contattato per un’intervista sulla storia del Giornale di Indro Montanelli – 1974-1994 – e lui mi aveva risposto che lunedì 18 marzo scorso non poteva. «Ho un ciclo di chemioterapia», mi disse. Imbarazzatissimo, proposi un’altra data per il colloquio. Rimasi colpito dalla franchezza – e in seguito dalla cortesia – di Massimo Bertarelli, che avrei incontrato quattro giorni dopo in Via Negri e con il quale rimasi insieme per oltre un’ora e mezza. In seguito, ci saremmo sentiti un paio di volte per telefono: «Forse sono stato un po’ troppo loquace, cosa che non mi appartiene», mi disse il critico cinematografico, scomparso ieri a settantacinque anni. Bertarelli fu uno dei primi ragazzi ad entrare nell’allora Giornale Nuovo, di cui ha condiviso il percorso dai primi di giugno del 1974.

giovedì 5 dicembre 2019

Il Dragone non fa abbastanza paura


Lasciamo da parte l’evidente imbarazzo di Pechino per le vicende hongkonghesi che non hanno ancora visto chiare soluzioni da parte di Xi Jinping: la Cina è in evidente frenata economica. Dopo decenni di eccezionale crescita, il 2019 segna per il Dragone il primo “vistoso” declino dell’economia; questa, tuttavia, ben lungi dall’essere considerata in crisi. In prospettiva futura, a fronte delle sfide e al netto della guerra commerciale con gli Stati Uniti, la diga economico-sociale del gigante asiatico terrà? Altrimenti detto, la Grande Muraglia – 8800 chilometri di edificazione contro le invasioni nemiche, pensata strategicamente per vedere lontano e utile ammonimento per lo straniero che tenta di valicarla – difenderà ancora la Cina?

sabato 30 novembre 2019

1989, la grande bancarotta (fraudolenta) dei regimi comunisti


Il 9 novembre di trent’anni fa il Muro di Berlino si sgretolava nella vergogna ai piedi della Storia. Era finito il cosiddetto “secolo breve”. Con il crollo della cortina di ferro finì simbolicamente la Guerra Fredda e la lunga ed estenuante divisione in blocchi, per cui (secondo le logiche di Yalta), essenzialmente, o si stava con il primo mondo – gli Stati Uniti e il Patto Atlantico – o con il secondo – l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia –; o di qua o di là. E anche in Italia il cosiddetto “Ottantanove” ha avuto impatti rilevanti: l’evento è tra le maggiori cause della transizione che poi porterà al nuovo assetto politico, la cosiddetta Seconda Repubblica.

venerdì 22 novembre 2019

Anatomia del totalitarismo e del genocidio


«Ogni totalitarismo è figlio della guerra», perché «la guerra è l’ossigeno che permette al potere totalitario di respirare, di penetrare nella sua strategia di conquista e di tradurre il tutto in energia offensiva.» Il totalitarismo è un nemico sempre in agguato, avverte Dario Fertilio, nel suo Il virus del totalitarismo; una piccola guida, un manuale per riconoscere sin dallo stato ancestrale le prime metastasi del dispotismo assolutistico all’interno – e non solo – delle democrazie europee. Un nemico che non dorme mai e cresce accanto ai cittadini. E cresce velocemente, se non siamo in grado di recidere per tempo le sue radici velenose all’interno della società liberal-democratica. «Non c’è vita senza malattia», spiega l’autore. Esistono però gli anticorpi: questi, da sviluppare per ottenere una scorza umana solida e dura; resistente ai totalitarismi e alle pulsioni illiberali, sempre presenti in certi strati sociali. Tappare i pori di pelle e mente alle sirene del totalitarismo – che fa sempre uso di un seducente messaggio di facile comprensione – è (quasi?) sempre possibile.

domenica 17 novembre 2019

Václav Havel e gli eroi del risorgimento di velluto


In occasione del ventennale dal sacrificio umano di Jan Palach in Piazza San Venceslao a Praga, nel gennaio del 1989 un piccolo gruppo di cittadini e studenti sfidò il regime comunista cecoslovacco: tra di essi c’era anche l’allora noto (alle autorità) dissidente e drammaturgo Václav Havel. Che, a testa alta, manifestò in onore del martire della libertà; auto-immolatosi come fecero diversi monaci contro la Guerra del Vietnam – bruciandosi vivi – nel gelido inverno di due decenni prima. Le proteste che poi sfociarono nella pacifica rivoluzione di velluto del 17 novembre 1989 iniziarono mesi prima – a Praga e Bratislava – nella Repubblica Socialista Cecoslovacca, compressa a Nord dalla Polonia e dalla Germania dell’Est e a Sud dall’Ungheria: intrappolata geograficamente nel cuore del Socialismo reale e legalmente del Patto di Varsavia.

venerdì 15 novembre 2019

Cultura e libertà alla Václav Havel Library


Frequenti gli eventi, uno ogni tre-quattro giorni, alla Václav Havel Library, la biblioteca situata nel cuore magico di Praga – in Ostrovní 13 – e collegata idealmente con le manifestazioni del Forum 2000, la piattaforma del dialogo intra-interculturale, per il rispetto dei diritti umani e della libertà, fondata nel 1996 dallo stesso Václav Havel, insieme al premio Nobel Elie Wiesel e al filantropo giapponese Yōhei Sasakawa.

mercoledì 13 novembre 2019

Crollo del muro italiano


Con la caduta del Muro di Berlino del 9 novembre 1989 anche il Partito Comunista Italiano – il più grande partito comunista d’Europa in termini di voti, nonché di vastità di strutture annesse e dipendenti – sentì la necessità di staccarsi dall’esperienza socialista-sovietica; anche se è pur vero che il Comunismo italiano era sempre stato diverso da quello russo. Alcune ipocrisie vennero sorpassate, altre diversità messe in luce, ma la storia del Gramscian-Comunismo – nato a Livorno dopo la scissione nel 1921 col PSI – si chiuse con la data che, secondo Eric Hobsbawm, rappresentava la fine del “secolo breve”.

La democrazia del post-‘89


Il crollo del Muro di Berlino ha cambiato la Storia: chiudeva quella passata – composta dall’orrore culminato con la Shoah, quindi lo stallo glaciale “a colpi di geopolitica” tra USA e URSS – e apriva quella futura, all’insegna della democrazia e del benessere. L’emancipazione di milioni di individui che si liberarono – occorre ricordare visti incongrui odierni parallelismi – pacificamente e autonomamente da chi li aveva umiliati per quasi mezzo secolo oltre cortina tramite le varie Stasi o Securitate (vere e proprie Gestapo da secondo Novecento) segnava l’inizio di una nuova epoca. Di un nuovo concetto di democrazia. L’orologio della Storia, mai immobile, portava le sue lancette verso per un nuovo ciclo per il Vecchio Continente.

sabato 9 novembre 2019

Addio al Muro della vergogna


La fine di un’utopia: il grande inganno che a Berlino aveva preso la forma di un massiccio muro di cemento rinforzato dal filo spinato e dalla terra di nessuno presidiata dai Vopos, crollò il 9 novembre di trent’anni fa nella polvere dei calcinacci della Storia. Il grande “impero del male” – citando Ronald Reagan, che in qualche modo contribuì a distruggerlo –, plasmato a partire dalle idee di Karl Marx e Vladimir Lenin, vedeva crollare il suo fiore all’occhiello – la DDR – dopo tre decenni in cui tentò di nascondere le sue vistose crepe e le contraddizioni eco-sociali. Obbligando milioni e milioni di individui alla fame e alla paura: e parliamo di Berlino Est, non dell’ultimo paesino sperduto della Transilvania.

giovedì 31 ottobre 2019

Saga Brexit e caos: dolcetto o scherzetto?


Non sappiamo ancora cosa rappresenterà nel lungo termine Brexit per il Regno Unito e l’Europa. Altro che “Downtown Abbey”: la saga “Brexit” (rinnovata almeno per il 31 gennaio prossimo) continua a catturare l’attenzione degli agenda setters di tutto il mondo. Nel giorno di Halloween – quando Londra avrebbe dovuto staccarsi da Bruxelles – è legittimo chiedersi se l’esito dell’uscita dall’Unione sarà una pillola allo zucchero o uno scherzetto di cattivo gusto. Legittimi sono i dubbi di chi sostiene che l’uscita del Regno Unito sarà un disastro; non tanto per il continente europeo – che perde uno Stato rilevante – quanto per il Regno Unito stesso. Questo, da sempre un membro riluttante dell’Unione, nonostante nel 1942-43 Winston Churchill suggerì lo sviluppo del Vecchio Continente in un nuovo progetto (concentrato in particolar modo tra Francia e Germania), su modello americano: gli “Stati Uniti d’Europa”. Gli attriti con l’Unione – specialmente con la Francia di Charles De Gaulle che impedì a Londra per ben due volte di entrare nella Comunità Economica Europea (EEC) – sono stati una costante del Regno Unito.