domenica 17 novembre 2019

Václav Havel e gli eroi del risorgimento di velluto


In occasione del ventennale dal sacrificio umano di Jan Palach in Piazza San Venceslao a Praga, nel gennaio del 1989 un piccolo gruppo di cittadini e studenti sfidò il regime comunista cecoslovacco: tra di essi c’era anche l’allora noto (alle autorità) dissidente e drammaturgo Václav Havel. Che, a testa alta, manifestò in onore del martire della libertà; auto-immolatosi come fecero diversi monaci contro la Guerra del Vietnam – bruciandosi vivi – nel gelido inverno di due decenni prima. Le proteste che poi sfociarono nella pacifica rivoluzione di velluto del 17 novembre 1989 iniziarono mesi prima – a Praga e Bratislava – nella Repubblica Socialista Cecoslovacca, compressa a Nord dalla Polonia e dalla Germania dell’Est e a Sud dall’Ungheria: intrappolata geograficamente nel cuore del Socialismo reale e legalmente del Patto di Varsavia.

venerdì 15 novembre 2019

Cultura e libertà alla Václav Havel Library


Frequenti gli eventi, uno ogni tre-quattro giorni, alla Václav Havel Library, la biblioteca situata nel cuore magico di Praga – in Ostrovní 13 – e collegata idealmente con le manifestazioni del Forum 2000, la piattaforma del dialogo intra-interculturale, per il rispetto dei diritti umani e della libertà, fondata nel 1996 dallo stesso Václav Havel, insieme al premio Nobel Elie Wiesel e al filantropo giapponese Yōhei Sasakawa.

mercoledì 13 novembre 2019

Crollo del muro italiano


Con la caduta del Muro di Berlino del 9 novembre 1989 anche il Partito Comunista Italiano – il più grande partito comunista d’Europa in termini di voti, nonché di vastità di strutture annesse e dipendenti – sentì la necessità di staccarsi dall’esperienza socialista-sovietica; anche se è pur vero che il Comunismo italiano era sempre stato diverso da quello russo. Alcune ipocrisie vennero sorpassate, altre diversità messe in luce, ma la storia del Gramscian-Comunismo – nato a Livorno dopo la scissione nel 1921 col PSI – si chiuse con la data che, secondo Eric Hobsbawm, rappresentava la fine del “secolo breve”.

La democrazia del post-‘89


Il crollo del Muro di Berlino ha cambiato la Storia: chiudeva quella passata – composta dall’orrore culminato con la Shoah, quindi lo stallo glaciale “a colpi di geopolitica” tra USA e URSS – e apriva quella futura, all’insegna della democrazia e del benessere. L’emancipazione di milioni di individui che si liberarono – occorre ricordare visti incongrui odierni parallelismi – pacificamente e autonomamente da chi li aveva umiliati per quasi mezzo secolo oltre cortina tramite le varie Stasi o Securitate (vere e proprie Gestapo da secondo Novecento) segnava l’inizio di una nuova epoca. Di un nuovo concetto di democrazia. L’orologio della Storia, mai immobile, portava le sue lancette verso per un nuovo ciclo per il Vecchio Continente.

sabato 9 novembre 2019

Addio al Muro della vergogna


La fine di un’utopia: il grande inganno che a Berlino aveva preso la forma di un massiccio muro di cemento rinforzato dal filo spinato e dalla terra di nessuno presidiata dai Vopos, crollò il 9 novembre di trent’anni fa nella polvere dei calcinacci della Storia. Il grande “impero del male” – citando Ronald Reagan, che in qualche modo contribuì a distruggerlo –, plasmato a partire dalle idee di Karl Marx e Vladimir Lenin, vedeva crollare il suo fiore all’occhiello – la DDR – dopo tre decenni in cui tentò di nascondere le sue vistose crepe e le contraddizioni eco-sociali. Obbligando milioni e milioni di individui alla fame e alla paura: e parliamo di Berlino Est, non dell’ultimo paesino sperduto della Transilvania.

giovedì 31 ottobre 2019

Saga Brexit e caos: dolcetto o scherzetto?


Non sappiamo ancora cosa rappresenterà nel lungo termine Brexit per il Regno Unito e l’Europa. Altro che “Downtown Abbey”: la saga “Brexit” (rinnovata almeno per il 31 gennaio prossimo) continua a catturare l’attenzione degli agenda setters di tutto il mondo. Nel giorno di Halloween – quando Londra avrebbe dovuto staccarsi da Bruxelles – è legittimo chiedersi se l’esito dell’uscita dall’Unione sarà una pillola allo zucchero o uno scherzetto di cattivo gusto. Legittimi sono i dubbi di chi sostiene che l’uscita del Regno Unito sarà un disastro; non tanto per il continente europeo – che perde uno Stato rilevante – quanto per il Regno Unito stesso. Questo, da sempre un membro riluttante dell’Unione, nonostante nel 1942-43 Winston Churchill suggerì lo sviluppo del Vecchio Continente in un nuovo progetto (concentrato in particolar modo tra Francia e Germania), su modello americano: gli “Stati Uniti d’Europa”. Gli attriti con l’Unione – specialmente con la Francia di Charles De Gaulle che impedì a Londra per ben due volte di entrare nella Comunità Economica Europea (EEC) – sono stati una costante del Regno Unito.

mercoledì 23 ottobre 2019

L’equilibrio responsabile di Mario Draghi e le riforme mancate

Settimana prossima il Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi lascerà il suo incarico all’istituto di Francoforte: a succedergli, come stabilito già nel giugno scorso, l’ex direttrice del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde. Mario Draghi è forse la figura italiana più importante in termini di prestigio internazionale che l’Italia possa vantare: prestigio che a livello politico gli è sempre stato riconosciuto quasi all’unanimità. Draghi infatti potrebbe essere interpretato come il perfetto erede di Carlo Azeglio Ciampi, con il quale ha lavorato negli anni Novanta al Tesoro. Entrambi, governatori della Banca d’Italia ed europeisti. Vista la nuova maggioranza parlamentare, non è da escludere che il successore di Sergio Mattarella – da eleggere nel 2022 – possa essere proprio l’ex Presidente della BCE.

mercoledì 16 ottobre 2019

L’Europa di oggi come quella della salita al potere dei nazisti nel 1933?


«Può darsi che qualche personaggio dei nostri giorni si ritrovi nei detti, nei fatti e nei misfatti di quelli di allora. Gli è consento adombrarsi. Ma non illudersi: i cattivi di allora sono inarrivabili, a provare a specchiarsi ci si rende solo ridicoli.» È questa la tesi portante di Sindrome 1933 di Siegmund Ginzberg: cercare di intravedere velate e sottili similitudini tra ieri e oggi. Certo, la nostra epoca è molto diversa rispetto a quella attorno al 1933, anno della salita al potere dei nazionalsocialisti in Germania. La speranza è quella che certi anticorpi sociali e democratici siano stati sviluppati da ogni singolo individuo a tanti decenni di distanza dai crimini di massa che vennero commessi allora.

mercoledì 9 ottobre 2019

Marshall: uomo e piano


Lo aveva presentato all’Università di Harvard nel giugno del 1947: un grande piano di assistenza economica per l’Europa. George Marshall – l’inventore dell’omonimo piano, capo di Stato maggiore nell’esercito americano ed in seguito segretario alla Difesa nel secondo governo di Harry Truman, Premio Nobel per la Pace, morto sessant’anni fa – credeva che fosse necessario assicurarsi l’alleanza stabile dell’Europa dell’Ovest finanziando ed aiutando le nazioni in ginocchio dopo sei anni di Seconda Guerra Mondiale.

BR, tra favole e abbagli


«Il giornalismo è lotta, propaganda, missione che non cerca pantofole salvatrici né successi finanziari, ma insegue la vittoria morale delle idee che ha nel cuore, per le quali si vive e si combatte. E se occorre, si muore.» Scriveva così Eugenio Torelli-Viollier – fondatore del Corriere della Sera – nel 1876. Lotta, propaganda e missione: vocaboli non estranei a molti giornalisti che nell’Italia degli anni Settanta davano la vita (metaforicamente e talvolta letteralmente) per l’informazione; in molti casi, più o meno inflazionata dall’ideologia.

mercoledì 2 ottobre 2019

Populismo odierno, tra bugie e paura


Uno degli obiettivi dell’ultimo libro di Alessandro Barbano, Le dieci bugie. Buone ragioni per combattere il populismo, è quello di suggerire al lettore una serie di metodi per riconoscere e disinnescare la «malattia della politica», che oggi di tutte è sul banco degli imputati: il populismo. Non che cercare il consenso attraverso modalità “populistiche” sia insano. Critici sono i livelli che un movimento fortemente demagogico raggiunge nell’obiettivo di acquisire il consenso popolare alle vette dell’architettura statale, tramite la semplificazione del discorso, la manomissione di concetti controversi, l’individuazione di un capro espiatorio, il solleticare gli istinti più rozzi e la normalizzazione delle anomalie.