martedì 18 giugno 2019

Un secolo dalla sciagura di Versailles


Spesso i trattati di pace sono la premessa per una nuova guerra. Il caso più recente e clamoroso di questi è stato quello firmato a Versailles, un secolo fa, il 28 giugno 1919. Il trattato sancì l’armistizio – e non la pace – tra la Germania e gli altri stati europei – fuorché gli altri ex imperi centrali – dopo la vittoria degli Alleati nella Prima Guerra Mondiale ed entrò in vigore il 10 gennaio 1920. Un’Europa che aveva visto sulla sua pelle e civiltà quanto fosse devastante una guerra moderna, trascinava se stessa nella maestosa reggia dei monarchi francesi per l’ufficiale resa dei conti con i tedeschi. Se Versailles è stato il simbolo dell’assolutismo dell’Ancien Régime, la Francia del Nord era diventata il simbolo della lacerante guerra di trincea, a confine con l’allora Impero Germanico – l’ultimo impero centrale che coerentemente chiese l’armistizio –, governato da Guglielmo II. Questi, un Kaiser poco amato dal suo popolo: di fatti, fu l’ultimo a regnare nella grande federazione dei piccoli Länder e della grande Prussia.

giovedì 13 giugno 2019

Intervista a Massimo Nava


– Intervista a Massimo Nava

Lei ha iniziato giovanissimo a scrivere sui giornali, nel 1966, a sedici anni: come mai così presto?

La partenza è naturalmente casuale: frequentavo il liceo classico Parini a Milano, istituto di un certo valore, dove c’era un giornalino – diventato molto famoso poi nei moti del Sessantotto – di nome La zanzara. Ho quindi iniziato a lavorare in redazione e lì è nata la passione.

E nel 1969 inizia all’Avvenire.

Lì c’è stato un incontro casuale durante le vacanze estive con il Direttore dell’epoca, Leonardo Valente – ex giornalista della RAI, scomparso piuttosto giovane – il quale aveva avuto l’incarico ambizioso – ma complicato – di fondere due giornali: l’Avvenire e L’Italia, due giornali d’ispirazioni cattoliche diverse. Uno più tradizionale e conservatore, l’altro più aperto al dialogo e al dissenso (era un’epoca di forti travolgimenti sociali, culturali ed economici). L’esperimento non durò tantissimo, di fatti Valente si dimise e venne sostituito da un Direttore più tradizionale, che era Angelo Narducci, anche se lo spirito del giornale rimase inalterato. A Milano c’erano già molti giornali importanti: l’Unità del Partito Comunista vendeva molte copie, il Corriere della Sera, Il Giorno; e di lì a poco sarebbero nati il Giornale – con la scissione di Indro Montanelli – e nel ‘76 la Repubblica. In questo panorama, l’Avvenire era un’officina di giovani: molti giornalisti della mia generazione – tra cui Walter Tobagi – hanno fatto brillanti carriere.

venerdì 7 giugno 2019

1984: l’attualità tra libertà e sicurezza


Il Grande Fratello è ovunque: spia, controlla; entra nelle case, osserva insistentemente le abitudini di tutti; crea bisogni e dispensa risorse dall’alto della sua supremazia. Lui sa cosa è meglio per il popolo assoggettato al suo grande occhio. Il Grande Fratello è l’incarnazione del puro controllo: il volto misterioso che veglia tutte le strade della Londra distopica di 1984, il celebre volume scritto da George Orwell uscito in libreria l’8 giugno di settant’anni fa. Nel distopico – e dispotico – regno immaginato dall’autore di Animal Farm non c’è spazio per il libero pensiero: non c’è tempo di pensare, di chiedere il perché delle cose, di analizzare le storture sociali; o anche solo di dissentire dalla linea generale: quella della Fratellanza (Brotherhood) e del Partito(-Stato). Un perenne stato di allerta contro il nemico che può annientare la società, un sistema capillare di polizia – o meglio: “Psicopolizia”, Thought Police – che stana i dissidenti, la propaganda dall’alto, il lavaggio del cervello imposto a chiunque osi dissentire, i manifesti ovunque: il faccione del Grande Fratello che ti guarda. Tutta fantascienza?

venerdì 31 maggio 2019

L’errore delle élite nell’era della demagogia


Il populista – anche se il termine è impreciso e sarebbe meglio usare quello di demagogo – ha come unico obiettivo elettorale quello di guadagnare più elettori possibili: anche a costo di accantonare una tradizionale area politica, nella quale egli è nato ed è sorto politicamente. Quello che interessa al populista, come ricorda il politologo tedesco Jan-Werner Müller in Che cos’è il populismo? è conquistare tutto il corpo elettorale: non solo muoversi nell’area di destra o sinistra e al massimo contendersi con il rivale i voti al centro. Il demagogo vuole tutto il “piatto”: il corpo elettorale gli deve appartenere. Fatta eccezione per il nemico di cui ha bisogno per sopravvivere – un popolo o una categoria – il populista mira al consenso assoluto. E come sono nati i moti di pancia che sembrano consolidare sempre di più a livello nazionale il loro successo nello stanco e affaticato Vecchio Continente? Tra le cause maggiori, c’è la miopia delle cosiddette élite che, nel loro insieme, non solo non sono state in grado di avvertire l’arrivo dell’onda populista, ma non l’hanno neppure voluta affrontare.

domenica 26 maggio 2019

Vittorio Zucconi e il mestiere di un cronista americano


Nella «terra dei liberi» – come definiva la “sua” America – Vittorio Zucconi era arrivato il 10 agosto 1973: una vita fa. Dodici anni dopo si sarebbe trasferito a Washington, dove questa notte si è spento all’età di settantaquattro anni. Giornalista di lungo corso, scrittore, penna fine e delicata: il senso dell’umorismo e del dettaglio non mancavano al barbuto “cronista americano”. Per molti dei suoi numerosi lettori era “solo” il corrispondente dagli Stati Uniti di Repubblica, ruolo che per molti anni ha diviso col collega Federico Rampini, ma alle spalle Zucconi aveva un passato professionale brillante. Cosa che in parte gli proveniva dal cognome che portava: quello che era appartenuto ad un altrettanto grande giornalista, il padre Guglielmo, storico volto televisivo, direttore di molti giornali nazionali, perno giornalistico della Prima Repubblica. Dell’ex Deputato democristiano – il babbo che lo aveva avviato al mondo del giornalismo – il noto corrispondente del quotidiano di Carlo Verdelli ricordava un episodio diventato leggenda nella storia del mestiere a penna e taccuino. Quando Zucconi junior superò l’esame di giornalista, il padre gli regalò un cucchiaino d’argento. Cadeau singolare per chi, di lì a poco, avrebbe imbracciato l’“arma” del giornalista (ieri l’Olivetti, oggi il PC). Inciso, nel metallo dello strumento, le parole di un vecchio del mestiere: «Hai scelto un mestiere in cui ogni giorno mangerai cucchiaiate di merda. Che almeno il cucchiaio sia bello

mercoledì 22 maggio 2019

Tweet & climate change


«The concept of global warming was created by and for the Chinese in order to make U. S. manufacturing non-competitive» twittava nel novembre 2012 l’allora tycoon Donald Trump a proposito del cambiamento climatico: una maxi-balla architettata dai cinesi per rendere la manifattura americana non competitiva, scrisse – e sostiene ancora quando si esprime in merito – l’attuale inquilino della Casa Bianca. E non contento, qualche ora dopo rincarò la dose: «It’s freezing and snowing in New York—we need global warming!» Accipicchia! A New York si gela e sta nevicando, ma tutto sommato un po’ di caldo non ci fa male.

Il ruolo della geopolitica


– Intervista a Lucio Caracciolo – 

Quando e come ha deciso di diventare giornalista?

Per caso. Quando Eugenio Scalfari fondò Repubblica creò un gruppo di sessanta giovanotti (abilitati a comprare le sigarette), che dopo un anno e mezzo sono entrati a pieno regime nel mondo giornalistico. A Repubblica ho fatto sette anni, ma poi ho smesso di fare il giornalista in senso stretto; ho preso qualche anno per l’università, poi ho ricominciato con MicroMega – rivista culturale – e dal 1993 con Limes.

Al servizio del lettore: L’universo fa la resa dei conti


È sempre difficile parlare di se stessi, ma il bilancio de L’universo di quest’anno è positivo. Direzione e redazione del mensile hanno cercato di offrire alla platea dei lettori un prodotto sincero, stringato, corretto e artigianale; lungo ventotto pagine ogni mese – da settembre – fino all’edizione che adesso vi sporca le dita d’inchiostro. L’universo quest’anno è partito col botto, a partire dalla conferenza con Luciano Fontana e l’incontro sul rapporto tra Stato e privato.