mercoledì 20 maggio 2020

La necessità (e la paura) della meritocrazia


Il percorso verso la meritocrazia interessa tutti gli strati sociali. A dare l’esempio per una società più meritocratica, direbbero alcuni, dovrebbe essere in primis lo Stato. La classe dirigente di un paese dovrebbe promuovere la meritocrazia, non tentare di ostacolarla, come talvolta avviene in diverse realtà. Sottogruppo del settore pubblico, il mondo scolastico – non al riparo da invidiuzze incrociate tra studenti e tra insegnanti – è la prima palestra sociale in cui la meritocrazia ha una prima forma di applicazione. Non è sempre il caso in molti istituti, sebbene siano proprio questi i “laboratori” predisposti alla crescita dell’individuo, dunque alla sua proiezione nel mondo del lavoro. «Chi vuole aver in futuro élite politiche di valore deve ricostruire scuole, di ogni ordine e grado, di valore, deve reimpostare in chiave […] meritocratica il […] sistema educativo», ha scritto Angelo Panebianco (Corriere della Sera 20 gennaio 2019).

Anche il settore privato è toccato dalla necessità di aprire alla meritocrazia. Non si tratta di “dare l’esempio” – sarebbe moralismo –, quanto di traslare nella società un sistema che coinvolga e che stimoli gli individui a migliorarsi. «I nostri capitalisti parlano di meritocrazia ai convegni della Confindustria, poi guardi i loro cognomi e le loro storie, sono quasi tutti rampolli ereditari, figli di papà o nipoti del nonno fondatore», racconta Federico Rampini ne Il tradimento. «Come prendere sul serio una classe dirigente così cialtrona?» Domanda scomoda: i più pessimisti risponderebbero che non è possibile, ma così facendo, metterebbero da parte, in maniera disillusa, anche i propri sforzi verso una società più meritocratica.

«Tutti, classe dirigente e cittadini, politica, sindacati e professionisti si indignano per l’assenza di merito, ma molti sotto sotto, il merito lo scansano come il diavolo», scrive d’altra parte Alessandro Barbano ne Le dieci bugie. La meritocrazia fa paura; e nel settore pubblico e nel settore privato. «La paura del merito è il tratto occulto dell’opinione pubblica […] La democrazia è quel sistema che trasforma i migliori nei meritevoli. Ciò significa anche che il merito non è una posizione statica cioè non è una rendita di posizione sociale. Ma piuttosto una condizione dinamica, connessa a diritti e soprattutto a doveri […] Sono i doveri che consentono alla democrazia di tutelare le differenze, evitando tuttavia che si trasformino in diseguaglianze.»

Senza doveri non può esistere meritocrazia: è a partire dai doveri dei singoli che la meritocrazia si rafforza. Chi parla di “società più giusta” o “società più eguale” non solo sembra celare un sentimento di invidia profonda nei confronti di chi “ce l’ha fatta”, ma allo stesso tempo dimentica spesso la scalata della montagna della meritocrazia, pensando – e facendo credere a terzi – che tutto è concesso e tutto debba essere garantito. Barbano parla di un’odierna religione del “dirittismo”: possiamo rinunciare al concetto di meritocrazia per vantare più diritti (a scapito dei doveri)?

Il percorso verso l’approccio meritocratico – nella vita, nel lavoro, a scuola, nelle istituzioni – dovrebbe iniziare presto nella vita individuale: solo così il potere del merito – merito-crazia – sarà in futuro abbastanza forte e dominante nello spazio sociale. Come dunque avviarsi verso un percorso meritocratico? Imperativo è individualmente tentare di limitare l’invidia sociale. Invidia sociale e anti-meritocrazia vanno sempre in coppia: entrambe hanno disprezzo per la libera competizione (economica o sociale che sia). Sono due concetti non separabili l’uno dall’altro: si alimentano a vicenda. La meritocrazia è l’obbligo di tentare di essere “migliori”, di vincere la paura di poter raccogliere i frutti del proprio lavoro; il che presume il fatto che per migliorarsi bisogna mettersi in gioco; dunque sconfiggere la paura. E chi è invidioso – o addirittura odia – non è “migliore”.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)