domenica 10 maggio 2020

Churchill a Downing Street, Hitler a Parigi


Il 10 maggio di ottant’anni fa fu un giorno cruciale per la Storia europea, nonché per gli esiti della guerra scatenata dalla Germania nazista nel settembre 1939. Mentre la Wermacht lanciava l’operazione per la conquista della Francia, Winston Churchill diventava Primo Ministro britannico, subentrando a Neville Chamberlain. Era la fine simbolica della politica dell’appeasement, dalla quale Londra si era distanziata da diversi mesi – con un grave ritardo – e al contempo la “pausa” dell’espansionismo hitleriano, che aveva fatto filotto con le conquiste europee ad Est (Austria, Boemia e Moravia, Polonia) e a Nord (Danimarca e Norvegia).

Per quando riguarda la situazione londinese fu l’insuccesso che l’isola dimostrò nel contrastare l’operazione Weserübung che portò al rimpiazzamento di Chamberlain – malato, stanco, poco popolare –, sfiduciato pure da trentatré Tories in Parlamento. Churchill era da tempo tra i più feroci oppositori dell’appeasement: già nel 1932 avvisava la classe dirigente britannica in merito alla fame di Lebensraum nazista. Additò Adolf Hitler come una minaccia quando questi divenne Cancelliere nel gennaio 1933 e, in generale, si era sempre opposto alle dittature e ai totalitarismi (temeva, come molti all’epoca, un’esportazione della rivoluzione bolscevica). Tuttavia, il 15 settembre 1937 all’Evening Standard disse che «una grande guerra non è imminente e credo che ci sia ancora la possibilità che nel nostro tempo una grande guerra non ci avrà luogo.» Fu costretto a ricredersi qualche anno dopo.

Eppure, la Gran Bretagna del tempo aveva considerato per mesi di unirsi alla Francia in chiave antitedesca: sebbene Parigi fosse più bellicosa e desiderosa di imbracciare le armi verso il vecchio-eterno nemico dell’Est, Londra era molto più cauta per diverse ragioni. Re Edoardo VIII, che regnò dal gennaio al dicembre 1936, aveva simpatie naziste; secondariamente, il paese era indietro dal profilo militare (aveva rafforzato la sua posizione coloniale dopo la Prima Guerra Mondiale e questo era costato parecchio). Inoltre, non si sentiva pronto per un vis-à-vis con la Germania (già in pesante riarmo proprio dall’inizio del cancellierato di Hitler, in barba al trattato di Versailles e all’immobilismo della Lega delle Nazioni); la RAF, inoltre, era più debole della Luftwaffe (non sarà così alla prova dei fatti nel dicembre del 1940). In ultimo, il circolo conservatore ed affaristico della finanza londinese era preoccupato dal costo di un’eventuale guerra, nonché dall’incremento dell’inflazione. Meglio temporeggiare. E il “re” del temporeggiamento era proprio Chamberlain.

«Potevano scegliere fra il disonore e la guerra. Hanno scelto il disonore e avranno la guerra», disse Churchill a proposito degli accordi di Monaco di Baviera del 29-30 settembre 1938, quando la Germania s’impossessava del territorio dei Sudeti con il placet delle maggiori potenze europee. Si diceva che Re Giorgio VI (succeduto al fratello) considerasse Churchill un uomo pericoloso, non adatto al ruolo di Primo Ministro, ma poi lo nominò ugualmente. Era la “darkest hour” e, saggiamente, il nuovo inquilino di Downing Street integrò nel suo gabinetto anche Chamberlain (questi, al potere dal 1931, aveva garantito l’integrità della Polonia) e Edward Wood, meglio noto come (I Conte di) Halifax, così come Clement Attlee e l’opposizione (i ministri del Labour Party erano tra i più fieri supporter di Churchill). D’altronde, durante la crisi – impensabile oggi – il leader laburista riconobbe a più riprese il valore dell’avversario politico: «Non vedo nessuno idoneo eccetto Churchill», disse in quel maggio 1940.

Da anni lo statista Sir Winston era preoccupato a proposito della decadenza dell’impero britannico e la simultanea ascesa di quello americano: l’aveva già constatato in un viaggio in America alla fine degli anni Venti. Tuttavia, riconosceva i legami inter-atlantici come patrimonio comune tra Londra e Washington: sin dai primi attimi della guerra, Churchill aveva chiesto aiuti militari e finanziari a Franklin Delano Roosevelt. Egli sapeva che la battaglia d’Inghilterra avrebbe assestato un grave colpo all’impero, ma ne accompagnò con dignità l’attenuamento geopolitico. Quello che iniziò nella primavera-estate 1940 fu l’ultima grande battaglia che la Gran Bretagna combatté assieme a tutto il Commonwealth. «Il prezzo della grandezza è la responsabilità», avrebbe detto lo statista ad Harvard il 6 settembre 1943; tra lacrime e sangue.

Come detto, il 10 maggio 1940 fu simultaneamente il giorno dell’attacco a Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, quindi alla Francia, il bottino più agognato dal Führer. La succulenta vendetta attesa dal giugno del 1919, quando nella Sala degli Specchi della reggia di Versailles veniva siglata l’umiliazione totale della Germania – nonché l’attribuzione della responsabilità dello scoppio della Grande Guerra e le drammatiche riparazioni –, era pronta per essere consumata. La rivalità tra Francia e Germania è stato motivo di molte guerre nella Storia europea; la più recente, alla base della Prima Guerra Mondiale, era quella franco-prussiana del 1870. Umiliati dalla sconfitta, i francesi avrebbero umiliato i tedeschi cinquant’anni dopo. E vent’anni dopo, i gerarchi nazisti – guidati da un rancoroso caporale in impermeabile militare in prima fila – avrebbero marciato sulla piazza del Trocadero, portando in scena un’umiliazione inconcepibile per chi aveva avuto, come generale e poi imperatore, Napoleone Bonaparte, sepolto, tra l’altro, non troppo lontano, all’Hôtel des Invalides.

La Francia moderna non era mai caduta in mano a potenze nemiche: il paese, enorme impero coloniale secondo solo a quello britannico, era una struttura mastodontica a livello economico, diplomatico, commerciale e culturale. La Linea Maginot – che aveva costruito sperando che, in caso di una futura invasione tedesca, Berlino non massacrasse Paesi Bassi e Belgio per attaccare Parigi – non servì a nulla. La disfatta del maggio-giugno 1940 (ricordiamolo in questi giorni in cui si festeggiano i settantacinque anni dalla fine del conflitto in Europa) fu totale: le colonie, dall’Africa ai Caraibi, guardarono stupefatte lo spegnersi della Ville Lumière. La Wermacht occupò il Nord industriale collegato al Belgio e favorì la creazione dello Stato di Vichy sotto Philippe Pétain e Pierre Laval, presidiando tutta la costa Ovest fino alla Spagna per creare un bastione teutonico sull’Atlantico.

«Un’atmosfera pesate, fosca, soffocante è calata sul paese, così che la gente è giù di corda e scontenta di tutto, ma, per contro, è disposta a incassare qualunque cosa senza protestare e perfino senza stupirsene», scrisse Simone Weil al fratello André proprio in quel giugno 1940. «Situazione tipica dei periodi di tirannide. Il malcontento generale, considerato sempre dagli osservatori superficiali come un indice delle fragilità del potere, in realtà testimonia l’esatto contrario. Un malcontento sordo e diffuso è compatibile con una sottomissione pressoché illimitata per decine d’anni; quando al sentimento della sventura si unisce l’assenza di speranza, come sta accadendo ora, gli uomini obbediscono sempre, fino a quando uno shock esterno non restituisca loro la speranza.» Lo shock sarebbe arrivato; gli Alleati riconquistarono Parigi nell’agosto 1944; al prezzo di oltre mezzo milione di morti.

L’occupazione tedesca fu un’umiliazione enorme per un popolo orgogliosissimo quello francese e un grave segnale per i britannici; al riparo dall’armata nazista solo grazie alla Manica. In giro per il mondo, l’alleanza con le colonie francesi era stata centrale per lo sforzo bellico, ma non abbastanza da prevenire l’invasione di Parigi e l’occupazione per quattro anni. Con la fine della Battaglia di Dunkerque (4 giugno 1940), il Generale Charles De Gaulle fu costretto ad evacuare in Inghilterra. Il 18 giugno, il 125esimo anniversario della battaglia di Waterloo dove Napoleone fu sconfitto, Churchill riferì in Parlamento che la battaglia di Francia era finita, ma quella della Gran Bretagna era appena cominciata.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su gli Immoderati)