mercoledì 22 aprile 2020

Nel mondo orwelliano di Xi


In Cina certamente si è susseguito un processo di Perestroika, ma non di Glasnost. In altri termini, il Dragone ha progressivamente avviato un processo di ristrutturazione – più economica che sociale –, ma dal profilo della trasparenza i passi da compiere sono ancora parecchi. Il PCC impedisce la totale apertura dei canali comunicativi e di semplificazione burocratica, perché eliminati queste “catene alla trasparenza” (che, frantumate, svelerebbero, come accadde nell’impero sovietico, un enorme giro di corruzione), il Partito-Stato perderebbe gran parte del suo potere.

Forse, forte dell’esperienza di un’URSS al collasso alla fine degli anni Ottanta, la Cina ha deciso di non “riformare” l’apparato comunista sotto questo profilo. Le dittature non sono emendabili: quella sulla trasparenza – e quindi la fine dell’ossessivo e maniacale controllo in stile orwelliano – è una rivoluzione che per il momento la repubblica popolare non ha intenzione di compiere. Xi Jinping sa benissimo che tentare di aprire alla trasparenza potrebbe provocare il collasso – più o meno lento – del sistema cinese; questo, molto più ricco e interdipendente nel mondo globale rispetto all’isolata e povera Unione Sovietica del tempo.

Ne deriva che se la trasparenza non è desiderabile al vertice del PCC, è necessario dunque fare l’opposto: sorvegliare e controllare. Sono allarmanti e lesivi i sistemi cinesi in questo campo: non che in Occidente non ce ne siano o che le varie intelligence non controllino scrupolosamente la vita (social) degli individui, ma la capillarità del controllo di Pechino è notevole. A tratti spaventosa. Guido Santevecchi (Corriere della Sera, 2 dicembre 2019) ha spiegato che «il sistema di riconoscimento facciale […] è così perfezionato che ora si identifica il 98,1 per cento dei volti in otto decimi di secondo». La Cina investe molto sull’AI (Artificial Intelligence): questa consente, tra le altre cose, ordine sociale, controllo top-down da parte dello Stato, manipolazione degli interessi individuali.

Inoltre, da tempo in Cina è stato avviato un sistema – SCS, Social Credit Score – che prevede l’assegnazione di un punteggio in base al comportamento degli individui, controllati virtualmente. Basato su regole fisse, se il cittadino si comporta “bene” e rispetta le norme del Partito-Stato, guadagnerà dei punti. In Cina, la «concezione della vita come fosse un gioco elettronico viene usata a scopi politici», ha spiegato Ivan Krastev ne L’impero diviso. «Piuttosto che chiedere direttamente ai cittadini cosa vogliono, tramite elezioni o in un sondaggio, l’intelligenza artificiale diventa funzionale a stabilire con un calcolo probabilistico cosa la popolazione chiederà.»

La Cina centralizza le informazioni, volti, abitudini, manie, dipendenze e sentimenti delle persone; cosa che la aiuta a controllare i cittadini, contribuendo a pilotare i loro desideri e abitudini secondo gli interessi del partito. A Pechino interessa un nuovo ordine cybernetico: è quello il sistema per guadagnare l’egemonia economica e politica. Per George Orwell – negli anni Quaranta – tutto questo era fantasia, distopia; oggi è realtà.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)