sabato 18 aprile 2020

Grenada e altre crisi nella politica estera reaganiana


La politica estera di Ronald Reagan fu decisamente controversa: per quanto sia vero che i successi con l’Unione Sovietica siano stati notevoli (si tenga presente il clima di Guerra Fredda che per anni aveva congelato le relazioni tra Washington e Mosca), l’amministrazione statunitense degli anni Ottanta mostrò limiti e crepe in diverse situazioni geopolitiche. Tra queste, Centro America (Grenada e Nicaragua), Medioriente (Israele ed Iran), Africa (Libia e Sud Africa). Ogni presidente americano, in politica estera, vanta la propria “dottrina”. Quella di Reagan, la Reagan Doctrine, fu coniata dal Premio Pulitzer e giornalista conservatore del Washington Post Charles Krauthammer per indicare, sostanzialmente, una versione aggiornata della Dottrina Truman: evitare l’installazione di governi comunisti nel mondo. In particolare, secondo Krauthammer, ciò fu efficace nei “Roaring Eighties” grazie al finanziamento dei contras in Afghanistan, Nicaragua, Angola e Cambogia.

Conformemente alla Dottrina che portava il suo nome, Reagan si sentiva un presidente di guerra e così agiva: come molti prima di lui alla Casa Bianca, non ha esitato ad invadere territori nemici (meno di quanto abbiano fatto certi sui predecessori) e finanziare gli amici degli Stati Uniti. Questo fu palese in particolar modo in Centro America; del Sud America si era preoccupata di più l’amministrazione di Richard Nixon, tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, sempre in chiave antisocialista e anticomunista. Il Centro America è stato il luogo prediletto della politica estera reaganiana “materiale”, mentre l’URSS della politica estera “immateriale” (dal momento che mai ci fu un confronto militare con Mosca). Reagan considerava il Centro America come il teatro più a rischio per l’affermazione – o meglio, l’infiltrazione – del Comunismo nel raggio dell’aquila a stelle e strisce, anche se la tensione con paesi come Cuba persistevano da oltre vent’anni.

Assieme al Nicaragua, dove l’amministrazione statunitense non faceva mistero di finanziare i contras, fu l’isola di Grenada – popolata da centomila persone – il centro della preoccupazione reaganiana. Cosa che apparve bizzarra agli occhi di molti osservatori. Come ha spiegato Henry William Brands in Reagan. A life la maggior parte degli americani non aveva mai sentito parlare di Grenada prima dell’era-Reagan; neanche i conduttori delle trasmissioni tv sapevano come pronunciare il nome dell’isolotto caraibico. Il governo di Grenada era ultra-marxista e visto il coup d’état contro il (marxista) Primo Ministro Maurice Bishop, protégé di Fidel Castro, il campanello d’allarme suonò alla scrivania dello Studio Ovale. L’invasione del piccolo paese fu una sorpresa per tutti: avvenne in maniera fulminea. Anche i critici di Reagan, continua Brands, non ebbero il tempo di reagire. Su Grenada, pesava la tremenda ombra del Vietnam (sindrome-paura che accomuna tutti gli inquilini della Casa Bianca): rimanere impantanati per anni nel territorio nemico era un effetto indesiderato che non si poteva escludere, ma per fortuna di Washington ciò non accadde dopo l’intervento militare sull’isola.

Reagan credeva che tenere Grenada in ottica atlantica e non comunista fosse essenziale. L’operazione fu talmente segreta che Reagan stesso non avvertì neppure Margaret Thatcher (l’isola era stata parte del Commonwealth fino al 1974). Sebbene avesse appena vinto la battaglia delle Falkland (1982) e Thatcher stessa non avesse grosse relazioni col Commonwealth, a Downing Street non mandarono giù facilmente l’iniziativa unilaterale di Washington, che tra l’altro si era mostrata timida con Londra nella difesa delle Malvinas. Quella di Grenada fu la seconda grossa divergenza tra i due neoliberisti; la prima fu appunto sulla risposta militare all’aggressivo espansionismo di Leopoldo Galtieri. La leader dei Conservatori britannici si sentiva come “tradita” dal Presidente americano – suo amico personale – e non capiva l’instabilità caraibica; d’altra parte, molti membri del GOP credevano che Grenada fosse più importante rispetto alle isole in gioco nel conflitto argentino.

Lasciando l’America Centrale, diversi limiti della politica estera di Reagan emersero nell’Est del Mediterraneo. “Gipper” non era molto interessato al Medioriente: non lo capiva e quindi non è che lo studiasse tanto. Ne deriva che negli anni Ottanta, gli Stati Uniti in Medioriente erano relativamente deboli (l’URSS aveva già invaso l’Afghanistan nel 1979); Reagan stesso preferiva guardare alla “big picture” cioè al mondo comunista nel suo complesso. Egli non si è mai messo a studiare i dossier e le divisioni storiche dell’area, cosa che invece Jimmy Carter aveva fatto con discreto successo, fino agli accordi di Camp David del settembre 1978, tra il Primo Ministro israeliano Menachem Begin e il Presidente egiziano Anwar Sadat. L’amministrazione Reagan però, più per motivi economici che geopolitici, contava sull’Arabia Saudita per continuare la lotta anticomunista in Medioriente, ma le relazioni con Riyad non furono mai approfondite, visto che Israele si oppose a più riprese.

Cosa che non piacque molto a Reagan. Il quale ribadiva l’amicizia con lo Stato ebraico, ma non fu, di tutti i presidenti americani, quello più vicino a Tel Aviv. Che fosse amico di Israele e del suo popolo era indubbio (e più in generale era cosa comune tra i leader liberal-conservatori del tempo), ma l’impatto reaganiano fu modesto in quell’area. Reagan sapeva che in Medioriente ci si “scotta”: e ci si sono scottati tanti presidenti, compreso il suo successore allo Studio Ovale e suo figlio. L’ex attore di Hollywood aveva incassato, non per merito suo, la liberazione degli ostaggi a Teheran il giorno della sua investitura alla Casa Bianca nel primo mandato (gennaio 1981); per lui poteva bastare. I rapporti con l’Iran erano congelati e così dovevano restare. E a proposito di Iran, Reagan tra l’altro ne aveva abbastanza: lo scandalo Iran-Contra – l’Irangate – bloccò l’amministrazione americana per mesi. Washington aveva violato l’embargo vigente sul paese degli ayatollah e questo aveva minato la credibilità degli Stati Uniti in tutto il mondo.

L’Africa, infine, è un continente del tutto dimenticato da quasi tutte le amministrazioni americane; quella attuale compresa, a vantaggio della Cina. E fu dimenticata o quasi anche nei due mandati Reagan. Sebbene Muʿammar Gheddafi causò diversi mal di denti all’Europa e a Washington per i suoi attacchi terroristici, dirottamenti, minacce nucleari e alleanze con nemici dell’Occidente, l’attenzione per il continente africano nel suo complesso è stata molto bassa. Logiche di Guerra Fredda, si dirà, ma l’amministrazione Reagan – in chiave anticomunista – supportava il governo dell’apartheid di Pieter Willem Botha. Il quarantesimo Presidente statunitense, già non molto apprezzato dalla comunità afroamericana, criticò il premio Nobel per la Pace cardinal Desmond Tutu, il quale condannò a sua volta la politica reaganiana come immorale e opposta al cristianesimo. Alla fine, d’altra parte, il governo americano rinnovò le sanzioni in Sudafrica, che durarono fino al 1994.

Tra successi e insuccessi, l’America di allora era veramente great: grande nel senso che si espandeva, voleva contare, si faceva leader di proposito, trainava – ed influenzava – ogni paese del “mondo libero”, il Primo Mondo. Sbagliava tante volte e tante volte ci prendeva. I rapporti con l’Europa e quelli con l’Unione Sovietica richiederebbero approfondimenti a parte, ma in generale, quando si parla di politica estera di un’amministrazione americana, è difficile giudicare con gli occhi della Realpolitk di oggi le scelte che furono intraprese allora. Occorre dunque contestualizzare. Il clima della Guerra Fredda imponeva certe logiche: (forse) esecrabili oggi, (forse) condividibili allora. E questo vale per Washington, quanto per Mosca. E Pechino.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su neXtQuotidiano)