mercoledì 29 aprile 2020

Chi è il liberalconservatore di oggi?


Oggi il termine “conservatore” è diventato quasi una parolaccia, “liberale” è un insulto, “liberista” non ne parliamo; e “nazionalista” titolo di encomio. Che fine hanno fatto però i liberalconservatori? Chi è il liberal conservatore? Oggi il termine sembrerebbe una contraddizione, ma in realtà non lo è. Minoranza di una minoranza (i liberali), i liberalconservatori sono ritenuti ambigui proprio per la loro attitudine positiva verso il laissez-faire in economia e il conservatorismo relativo in alcuni cosiddetti valori, sebbene siano aperti alla cosiddetta nuova generazione dei diritti, senza dimenticare la centralità e l’unicità dell’individuo. Nell’economia e nella società. Il mercato è la loro guida. Sono tante le sfumature di liberalismo; le versioni occidentali non-anglosassoni, come evidenziato da Friedrich von Hayek, cercano disperatamente di tenersi alla larga dal liberalism, a cui si ispirano i movimenti del centrosinistra (e dalla ex Terza Via, in voga negli anni Novanta), che con John Locke o Adam Smith hanno poco a che fare.

sabato 25 aprile 2020

La Liberazione rubata e senza memoria


Sono due i grossi vulnus che mai abbastanza vengono analizzati in sede storica quando si festeggia il 25 Aprile di settantacinque anni fa: da una parte, l’incapacità della stragrande maggioranza degli italiani di fare i conti con la propria Storia, dall’altra l’appropriazione indebita di una fazione del concetto di Liberazione, scippata dall’altare del ricordo nazionale e posto sotto la propria bandiera partigiana.

mercoledì 22 aprile 2020

Tito, il macellaio dei Balcani


Tito Broz, morto il 4 maggio di quarant’anni fa, era alla testa di un mondo multietnico, un impero post-Austro-Ungarico dell’Adriatico che, per via delle sei nazionalità e oltre tre decenni di pugno di ferro, sarebbe esploso e frammentato i diversi stati. La (ex) Jugoslavia non esisteva fino a poco prima della presa al potere di Tito e terminò poco dopo la sua scomparsa. Nato nell’odierna Croazia alla fine dell’Ottocento, figlio di contadini, impegnato politicamente sin da giovane nell’opulento e decadente impero di Franz Joseph, il macellaio dei Balcani divenne giovanissimo sergente nell’esercito.

Nel mondo orwelliano di Xi


In Cina certamente si è susseguito un processo di Perestroika, ma non di Glasnost. In altri termini, il Dragone ha progressivamente avviato un processo di ristrutturazione – più economica che sociale –, ma dal profilo della trasparenza i passi da compiere sono ancora parecchi. Il PCC impedisce la totale apertura dei canali comunicativi e di semplificazione burocratica, perché eliminati queste “catene alla trasparenza” (che, frantumate, svelerebbero, come accadde nell’impero sovietico, un enorme giro di corruzione), il Partito-Stato perderebbe gran parte del suo potere.

sabato 18 aprile 2020

Grenada e altre crisi nella politica estera reaganiana


La politica estera di Ronald Reagan fu decisamente controversa: per quanto sia vero che i successi con l’Unione Sovietica siano stati notevoli (si tenga presente il clima di Guerra Fredda che per anni aveva congelato le relazioni tra Washington e Mosca), l’amministrazione statunitense degli anni Ottanta mostrò limiti e crepe in diverse situazioni geopolitiche. Tra queste, Centro America (Grenada e Nicaragua), Medioriente (Israele ed Iran), Africa (Libia e Sud Africa). Ogni presidente americano, in politica estera, vanta la propria “dottrina”. Quella di Reagan, la Reagan Doctrine, fu coniata dal Premio Pulitzer e giornalista conservatore del Washington Post Charles Krauthammer per indicare, sostanzialmente, una versione aggiornata della Dottrina Truman: evitare l’installazione di governi comunisti nel mondo. In particolare, secondo Krauthammer, ciò fu efficace nei “Roaring Eighties” grazie al finanziamento dei contras in Afghanistan, Nicaragua, Angola e Cambogia.

martedì 14 aprile 2020

Identità e populismo


In Identità (UTET, 2019) Francis Fukuyama offre un viaggio all’interno della ricerca dell’“ultimo io”, l’io determinato alla fine del secondo decennio del ventunesimo secolo; un percorso utile a capire il fascino che oggi esercitano i regimi illiberali, autocratici e autoritari; l’indebolimento della fede nella liberaldemocrazia; le istanze alla base del chiassoso incremento delle formazioni populiste. Parte tutto da lì: dalla ricerca dell’identità. Un’identità perduta o debole; un’identità da riaffermare o fortificare in un mondo sempre più intricato. Paradossalmente, le minacce alle odierne democrazie sono nate all’interno delle democrazie stesse: la più rilevante, seguendo una lettura decisamente demagogica è la perdita di identità del popolo in questione; lo scialacquamento della “we-ness”, del senso del “noi” come nazione, cultura, popolo.

giovedì 9 aprile 2020

Operazione Weserübung: Danimarca e Norvegia in un boccone


Dalla sera alla mattina il Terzo Reich si espanse ufficialmente e prepotentemente nel Nord Europa: molti osservatori del tempo dissero che era destino, dal momento che la ricerca di Lebensraum (lo “spazio vitale”, il pretesto ufficiale del pre e post-Blitzkrieg) aveva già portato i suoi frutti – con l’appeasement di Gran Bretagna e Francia – in Renania, Austria, territorio dei Sudeti, Boemia e Moravia, nonché poi Polonia; dunque l’inizio del conflitto nel settembre 1939. Il 9 aprile di settantacinque anni fa la Germania nazista volgeva lo sguardo anche verso la Scandinavia. Colse tutti di sorpresa: prima la Danimarca, poi la Norvegia. Attaccate in un solo giorno. Il piano di conquista era noto come “operazione Weserübung”, ideato da Alfred Rosemberg (uno dei massimi ideologi del Nazionalsocialismo, responsabile degli Esteri del NSDAP, quindi Ministro per il Territori Occupati dell’Est dal 1941) e messo in pratica dal generale Nikolaus von Falkenhorst. Un’operazione studiata a tavolino dai migliori strateghi nazisti, che in una giornata, aggiunsero diverse migliaia di chilometri quadrati di terreno all’impero della svastica.

domenica 5 aprile 2020

Lo scacco (matto?) cinese all’Occidente nel nuovo ordine post-Atlantico


Scacco all’Europa. La Guerra Fredda tra Cina e USA per il nuovo ordine mondiale (Solferino, 2019) di Danilo Taino è un atlante dell’influenza e del “terrore” economico-sociale cinese nel globo. Da una parte, influenza perché la Cina è di gran lunga il maggior partner commerciale di molti paesi asiatici e africani, nonché dell’Est Europa; d’altra parte, terrore, perché tramite una struttura verticale di controllo orwelliano estende i tentacoli del Partito Comunista – saggio indossatore della maschera del capitalismo smart, efficiente, ma (in questi termini) disumano – nei gangli degli stati esteri. Taino non allude e non esplicita questa diarchia, ma certamente mette in guardia rispetto ai problemi (e ai pericoli) di una nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina, a colpi di influenza nei proxy states e nelle realtà geopolitiche dei paesi emergenti. L’autore offre una sorta di guida – quasi nazione per nazione – degli investimenti cinesi all’estero: dati, particolari, realtà e riflessioni storiche rientrano nella sua analisi; l’ossatura del libro è altresì il ruolo geopolitico della Cina nel ventunesimo secolo.