giovedì 13 febbraio 2020

L’euro? Tutto il potere a Draghi! Biografia dell’italiano così rispettato quanto temuto


«Mario Draghi avrà un successore, non sarà sostituito», ha detto Pierre Moscovici qualche mese prima della fine del mandato dell’ex Presidente della Banca Centrale Europea. Le parole dell’ex commissario per gli affari economici e monetari riassumono il lascito non di un semplice burocrate, ma di un convinto europeista, un leader calmo e pacato. Rispettato. L’artefice (Rizzoli, 2019) di Jana Randow e Alessandro Speciale non è solo una documentata cronaca della storia economica dell’Eurozona dell’ultimo decennio; è anzitutto il ritratto intimo e biografico di un italiano di rilievo nella scena internazionale. «Non accetto etichette. Presento fatti», aveva dichiarato Mario Draghi – protagonista del libro – qualche anno fa a Die Zeit; questi – assieme a molti nella stampa tedesca – sempre attento a ricordare con malizia il paese d’origine dell’ex numero uno della BCE.

Nato il 3 settembre 1947, orfano sin dall’adolescenza, Draghi si è diplomato al liceo gesuita Massimiliano Massimo di Roma. Tesi di laurea nel 1970 alla Sapienza con Federico Caffè, dottorato – in concomitanza con insegnamento e lavoro – al MIT di Boston (compagno di classe di Oliver Blanchard e Francesco Giavazzi). Nel 1977 è stato il primo italiano a conseguire il dottorato in economia al MIT, cosa che gli ha aperto le porte per l’insegnamento nelle università di Trento, Padova, Venezia e Firenze. Consulente per il Ministero del Tesoro, in seguito è diventato direttore generale dello stesso.

Consulente economico di Bankitalia nei primi anni Novanta, Draghi decise di trasferirsi ad Harvard, divenendo direttore della divisione internazionale di Goldman Sachs nel 2002. Dopo la rovinosa caduta di Antonio Fazio dalla Banca d’Italia, Silvio Berlusconi si rivolse a Draghi come probabile successore. Detto fatto: “Super Mario” passò a Palazzo Koch nel dicembre 2005. L’ipotesi della sua candidatura al vertice della BCE iniziò a circolare nel settembre 2009, ma è solo il 24 giugno 2011 – ultimi giorni prima della caldissima estate della crisi finanziaria in Europa – che la nomina è stata ufficializzata. Draghi non viene dal nulla: si è costruito per (e nei) decenni; i summit e i convegni internazionali (meeting sul Britannia incluso) se li è fatti tutti: sempre con umiltà e discrezione.

Nella prefazione de L’artefice, Christine Lagarde – successore di Draghi all’istituzione di Francoforte – ha definito la gestione Draghi della BCE con tre elementi: intelligenza, integrità e leadership; caratteristiche essenziali all’interno dell’Executive Board, il cui compito – e Draghi lo ha ricordato spesso durante il suo mandato – è la stabilità dei prezzi nell’Eurozona. Tuttavia, il target dell’inflazione al due per cento non è stato raggiunto in molti paesi dell’area Euro: la colpa, ovviamente, non è di Draghi – sotto il cui mandato il carovita si è attestato in media all’1.2 per cento –, quanto di chi, negli esecutivi nazionali, non ha sfruttato l’enorme massa monetaria in circolazione grazie al Quantitative Easing.

Il QE ha permesso negli anni l’acquisto di diversi asset – in particolare titoli di Stato – per un valore di oltre 2500 miliardi di Euro, scatenando l’ira di molti osservatori che, specialmente in Nord Europa, hanno accusato la BCE di voler provocare un’inflazione galoppante. Profezia errata, perché «senza il sostegno della BCE oggi la crescita sarebbe molto più debole», avvertono Randow e Speciale. Aspri, dall’inizio alla fine del suo mandato, non solo i rapporti di Draghi con il mondo germanico, ma ancora di più quelli con la stampa tedesca. «L’acquisto di titoli di Stato è la peggiore violazione inimmaginabile dell’indipendenza della BCE», tuonò una volta Die Welt; «Basta dare i soldi agli stati in bancarotta, Herr Draghi», starnazzò Bild; mentre Handesblatt illustrò Draghi mentre si accende un sigaro con una banconota da cento Euro.

Un ruolo di peso, nell’Odissea draghiana all’interno della Banca Centrale, è stato quello di Jens Weidmann, Presidente della Bundesbank e membro influente nel consiglio direttivo della BCE. I critici di Draghi provengono specialmente dalla Germania e dall’Olanda (i «dissidenti cronici») dove, come ricordano gli autori, l’ex Presidente della BCE «è stato accusato di essere in parte responsabile dell’avvento del populismo.» L’accusa principale è quella che Draghi avrebbe tenuto i tassi d’interesse bassi per favorire le economie di Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna (i PIIGS). Tuttavia, a frenare tali accuse, più volte durante il suo Cancellierato, è stata Angela Merkel. Con cui Draghi ha sempre avuto un’intesa immediata: tra i due c’è stima solida e autentica. Nonché confidenza.

«Draghi ha saputo indicare una via pratica per uscire dalla crisi»: il suo «Whatever it takes» è nell’olimpo delle dichiarazioni celebri dei grandi leader europei («Un colpo da maestro», come ha detto uno dei mentori di Draghi, Stanley Fisher, ex Vicepresidente della FED). Era a Londra quando l’ex presidente della BCE colse alla sprovvista il gotha della finanza mondiale, dicendo che la BCE avrebbe fatto di tutto per salvare l’Euro. «E credetemi: sarà sufficiente.»

Randow e Speciale rivelano anche gli aspetti del “Draghi segreto”: abitudini e routine dell’ex numero a Francoforte. Mario Draghi odia le perdite di tempo (tanto è vero che ha regolato il suo orologio cinque minuti in avanti), preferisce incontri brevi e mirati (preferibilmente vis-à-vis), è attento ai dettagli, capisce l’umore dell’interlocutore ed è «votato alla religione del lavoro». Intollerante con gli sciocchi, appare poco in pubblico, «badando a non “diluire il marchio Draghi”», scrivono gli autori. «Draghi ascolta tutti, ma al momento di tirare le somme decide di testa sua.»

Come è cambiata la BCE sotto l’era Draghi? Tanto. Se il QE era malvisto fino a pochi anni fa, oggi sembra (drammaticamente) necessario. L’influenza dell’istituto di Francoforte si è ampliata, specialmente nel mercato obbligazionario (visto l’intervento del bazooka). Chi non è cambiata, viceversa, è l’Italia, il paese che ha espresso Draghi al vertice della BCE, con un PIL crollato del dodici per cento dal 2011 al 2019. L’ex governatore ha in effetti sperato a lungo che l’Italia approfittasse delle politiche monetarie favorevoli della BCE: così non è stato. Per Draghi, l’instabilità politica del suo paese d’origine è stata «un mal di testa costante». Frustrante per Draghi è «il fatto che l’Euro sia diventato il bersaglio della disperazione e della rabbia di tanti italiani per il susseguirsi di crisi, […] promesse disattese di riforme e declino negli standard di vita».

Nel mondo è stato percepito come il prestigioso funzionario alla guida di diciannove economie diverse, in cicli economici diversi (trecentoquaranta milioni di cittadini europei usano l’Euro): durante il suo mandato, Draghi non ha solo gestito con efficacia la politica monetaria della zona Euro in anni difficili, ma nell’epoca dell’imprevedibilità statunitense, dell’uscita della Gran Bretagna dall’UE, del dilagare dell’influenza cinese e del fascino per i regimi illiberali, è riuscito – quasi in solitudine – a mantenere un notevole equilibrio.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su La Voce di New York)