lunedì 3 febbraio 2020

Il cappio del debito pubblico e i giovani di domani


Giulio Andreotti era solito dire che «è meglio tirare a campare che tirare le cuoia.» Solo che a furia di tirare a campare si rischia di morire. Un debito pubblico enorme è una zavorra che qualsiasi economia che pensi di svilupparsi in maniera florida e virtuosa non può continuare a trasportare nella propria mongolfiera. A differenza dei sacchi attorno al cestello della stessa, il debito pubblico non stabilizza il veicolo: se molto grave, affossa la crescita economica e ne ostacola gli sviluppi. Il debito di oggi è un’ipoteca per i figli del domani: le allegre spese di oggi sono i conti che verranno presentati alle generazioni future. Chi pagherà il debito pubblico?

Negli anni si è sviluppata in Italia la tendenza a guardare al grande gigante come un qualcosa di astratto e quindi lontano dai “problemi veri” della “gente vera”, come direbbero alcuni. Non è così: capire le dinamiche dell’eccessivo debito pubblico e perché questo è velenoso per l’economia è importante. Ne Il macigno, Carlo Cottarelli spiega come quella del debito sia una cultura poco sana. «Se una parte elevata del debito è detenuta all’estero, la tentazione per un governo di non ripagare il debito è maggiore perché gli investitori esterni non votano e perché […] le ripercussioni per l’economia nazionale di un ripudio del debito sono minori, visto che chi ci perde sta da qualche altra parte del mondo.»

Cottarelli spiega che l’eccesso di debito pubblico fa male per tre motivi. Punto uno: espone il paese che lo detiene ad un rischio di instabilità finanziaria; punto due: rallenta gravemente la crescita; punto tre, «accettare di vivere con un debito alto ci abitua a scaricare sulla collettività responsabilità che sono di ogni individuo.» Pochi, in Italia e non solo, avvertono il debito pubblico come un cappio, un problema che riguarda il tessuto sociale del paese; lo ricorda, con velata ironia, Ferruccio de Bortoli, quando scrive che «l’eredità del passato, se negativa, appartiene sempre agli altri. Il debito pubblico, se è dello Stato, non è di nessuno» (Corriere della Sera, 26 gennaio 2019).

Già Cicerone (106 a.C.-43 a.C.) avvertì circa la tossicità di un elevato debito pubblico. «Il bilancio deve essere equilibrato, il tesoro ripianato, il debito pubblico ridotto, l’arroganza della burocrazia moderata e controllata […] per far sì che Roma non vada in bancarotta. Il popolo deve imparare di nuovo a lavorare invece di vivere di assistenza pubblica.» Il debito pubblico di un paese va commisurato alla ricchezza del paese stesso: lo Stato può essere indebitato per un certo periodo, ma deve essere comunque in grado di rimborsare i creditori.

Ad esempio, il debito pubblico francese alla fine degli anni Ottanta del Settecento era di circa duecentoquindici milioni di sterline, al pari di quello inglese, ma il costo degli intessi sul debito erano quasi il doppio, cioè quattordici milioni. Il Re e i suoi ministri decisero di stampare più moneta, alzando l’inflazione; cosa che aggravò le finanze del regno che si stava avvicinando alla bancarotta e alla rivoluzione. In un certo senso, la crisi del debito diventò anche crisi politica. Quindi sociale.

Un altro periodo interessante per capire le dinamiche nocive di un debito pubblico elevato, sono sempre gli anni Ottanta, ma del Novecento. Nonostante quello che i protagonisti politici dell’Italia di allora hanno raccontato e raccontano tutt’ora dopo aver spremuto le finanze pubbliche per gli scopi più disparati, il debito è esploso nel Belpaese negli anni del cosiddetto CAF. Era il cinquantasei per cento del PIL ai tempi del governo di Arnaldo Forlani (ottobre 1980) e al centouno al termine dell’ultimo Governo Andreotti (giugno 1992). La crescita ruspante degli anni Ottanta è stata presa in prestito dalle generazioni future: è da allora che chi nasce si trova in culla già diversi miliardi di Lire (migliaia di Euro) che genitori e nonni hanno speso per conto – e benefici – loro.

Nella cosiddetta Seconda Repubblica, dal 1995 al 2007, il debito è calato nel complesso del diciassette per cento, tornando a quota cento rispetto al PIL, ma poi tutto è cambiato con la crisi finanziaria: di nuovo, un balzo in avanti del ventuno per cento dal 2008 al 2012. Non stupisce quindi il livello odierno del debito pubblico: che speranze ha un paese che ha un debito pubblico al centotrentacinque per cento del PIL?

Un giorno questo debito dovrà essere pagato: e lo pagheranno in particolare i giovani. Come hanno commentato Alberto Alesina e Francesco Giavazzi (CdS, 4 settembre 2019), «le politiche pensionistiche e il nostro debito pubblico non fanno che trasferire risorse dai giovani di oggi e dalle generazioni future agli anziani di oggi […] Se l’Italia non avesse accumulato inutilmente un debito enorme avremmo spazio per combattere la recessione con adeguate politiche fiscali espansive.» D’altra parte, Francesco Vecchi, autore di I figli del debito. Come i nostri padri ci hanno rubato il futuro, spiega come nel 1947 il debito pubblico ammontasse a venti Euro pro-capite; e nel 1982 tremilatrecento. Oggi siamo oltre trentottomila (con crescita economica prossima allo zero). Provoca Vecchi con un’affermazione di questi tempi assai impopolare: «La sovranità non ci è stata sottratta dall’Europa, ma dai genitori».

Ed è così, perché spendere oggi per ripagare domani non è una grande strategia e non dimostra lungimiranza da parte della classe politica, specialmente se poi la spesa pubblica scaturita dal debito viene destinata a settori che non stimolano in alcun modo la crescita. Tirare a campare con i soldi pubblici – di cui tutti, non solo “i politici”, hanno usufruito – è una soluzione fallimentare. La miopia – e l’opportunismo – alla base dello sproporzionato debito pubblico italiano costa e costerà cara all’Italia. E quando ad Andreotti fu chiesto cosa pensasse dell’arguzia e della furbizia del suo alleato di governo dell’epoca – quella “volpe” di Bettino Craxi – il politico ciociaro rispose che «prima o poi tutte le volpi finiscono in pellicceria.»

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su gli Immoderati)