mercoledì 19 febbraio 2020

Faber, poeta immortale


Sembrava già predestinato – o condannato – alla musica: alla canzone, una vecchia amica, conosciuta ancora prima dell’infanzia. Quando Fabrizio De André venne al mondo, il 18 gennaio 1940, suo padre aveva messo sul giradischi “Valzer campestre” di Gino Marinuzzi. Canzone alla quale il cantautore genovese sarebbe stato molto legato, tanto da rivisitarla e trasformarla in “Valzer per un amore”, nell’album “Canzoni” (1974). «Il mio primo incontro con Fabrizio» ha raccontato Dori Ghezzi «ebbe luogo negli studi […] della Fonorama […] Lui mi avvicinò […] e mi invitò nella sala di incisione dove aveva appena messo le parole su quella musica».

De André non è solo immortale nella mente di sua moglie o dei suoi parenti. Egli è il padre immortale di tutti coloro che l’hanno apprezzato e amato. “Immortale” perché immortali sono le situazioni che ha narrato nei decenni che l’hanno visto ascendere non solo ai vertici del mondo cantautoriale, bensì – da diversi anni – anche in quello scolastico. Chissà cosa avrebbe pensato il “poeta” del fatto che i suoi testi immortali vengono oggi analizzati da giovani studenti in diverse scuole italiane.

Quello che è certo è che i riflettori non gli piacevano: non sapremo mai come De André avrebbe reagito di fronte all’istituzionalizzazione (o allo sdoganamento) dei suoi testi. Navigatore solitario della canzone, elogiava la libertà di ogni essere umano. Allergico ai media che lo corteggiavano, De André non si riteneva vittima dell’auto-discrezione monastica che si impose sin dall’inizio della carriera. «La solitudine come scelta, non l’isolamento, che è sinonimo di abbandono.»

Solitudine, isolamento e abbandono erano tra le tematiche preferite di Effedia; cantore degli ultimi, o quelli ritenuti tali dalla “società”. Transessuali (“Prinçesa”), omosessuali (“Andrea”), drogati (“Il cantico dei drogati”), zingari (“Khorakhanè”), mafiosi (“Don Raffaè”), ubriaconi (“Il suonatore Jones”), prostitute (“Nancy”), magnaccia (“Sally”), maniaci (“Delitto in paese”), terroristi (“La domenica delle salme”). Il cantautore aveva una predilezione per gli ultimi: ne aveva un’alta opinione; erano quelli che sapevano riflettevano e sapevano «raccogliere il punto di vista di Dio».

E con Dio, suo Figlio e la fede Faber aveva un rapporto speciale: considerato blasfemo dalla Curia degli anni Sessanta, aveva capito che il giovane falegname di Nazareth – immortale, per chi crede – era «il più grande rivoluzionario della Storia.» Alla madre di Gesù Cristo De André ha dedicato note struggenti e controverse, ma intrise di passione. Il cantautore ha avuto il coraggio di cantarle solitariamente in un paese profondamente bigotto. Era questo quello che lo rendeva unico e libero: un principe libero, controcorrente.

De André si considerava anarchico, ma la sua interpretazione di anarchia non era l’assenza di un governo. Il “potere” – contestabile (e contestato da De André nel coraggioso album “Storia di un impiegato”) – era per lui necessario, ma a patto che questo non venisse abusato da una banda di satrapi prepotenti, «con i venti obesi e le mani sudate», fautori delle angherie verso i più deboli, i disperati, i respinti, gli ultimi.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)