mercoledì 19 febbraio 2020

Della follia di Göring


Quando il Male è pomposo, diventa grottesco. Pluridecorato “atleta del cielo” della Luftwaffe nella Prima Guerra Mondiale, Hermann Göring non solo divenne il numero due del regime nazista tramite giri di corruzione, ricatti, violenza, ma godeva di una pessima fama anche tra i suoi colleghi alla corte del Führer. La vita di Göring era costeggiata da vanità ed esagerazioni, atti criminali ed efferatezze di ogni genere.

E poi tanta ipocrisia: ferito a seguito del Putsch di Monaco, venne aiutato da Eduard Ballin (ex ufficiale del Kaiser) di famiglia ebrea. Fu proprio da allora che, per placare il dolore, Göring iniziò ad assumere morfina. E diventò un pallone. Non smise mai di prendere l’oppiaceo fino a Norimberga: ne assumeva cinquanta grammi al giorno; e nell’inner circle hitleriano lo sapevano tutti.

Fu grazie a Ballin che si esiliò in Austria, poi in Svezia e in Italia, dove conobbe il futuro Duce. Riavvicinatosi al Nazionalsocialismo, quando questo si stava piano piano scongelando dopo un breve periodo in Purgatorio, conquistato il potere, il 26 aprile 1933 disse che da allora in poi la Gestapo avrebbe obbedito solo a lui. Onnipotente nel Terzo Reich, si vantava spesso che i suoi corpi militari prussiani fossero sopra la legge.

E in parte era così: fu proprio il Signore di Prussia che ebbe la responsabilità diretta nell’omicidio di Ernst Röhm, quando – nella notte dei lunghi coltelli – i corpi delle SA furono trucidati (a Norimberga non avrebbe espresso rimorsi per l’ex amico: «Mi era d’impiccio», spiegò ai giudici). Göring fu inoltre il primo che ordinò a Reinhard Heydrich di occuparsi della “soluzione finale”, lo sterminio industrializzato degli “indesiderabili”.

Se l’uomo politico assunse via via connotazioni sempre più criminali, anche l’immagine personale di Göring assunse storpiature e solchi disumani. Nel 1937 i duchi di Windsor lo avevano visitato a Carinhall – nei cui sotterranei c’erano migliaia di bottiglie di champagne, nonché poco dopo i tesori rubati in mezza Europa – e lui, megalomane in evidente delirio di onnipotenza, li accolse in kimono, con pantofole in pelle. Poi cene, incontri, divertimento a non finire (quando fu arrestato nel 1945 aveva raggiunto i centoventi chili).

Disintossicato forzatamente dalla morfina nel carcere di Norimberga, perse in poco tempo trenta chili. Nella prigione l’ex comandante della Luftwaffe era arrivato come un re; con un bagaglio di tutto rispetto. Sfarzo e vanità emersero da quei bauli: cappelli, impermeabili, gioielli, foulard, fazzoletti, divise da cavallerizzo e da maresciallo, mostrine, camicie da notte con maniche a sbuffo, orologi d’oro, gemme preziose, creme e ciprie per il viso e i capelli. Una predilezione per l’estetica Göring l’aveva sempre avuta: a partire dai nobili mantelli che vestiva tra gli uomini della Wermacht in divisa color cachi.

A Jack Wheelis che gli procurò il cianuro per il suicidio lasciò i suoi guanti bianchi e l’orologio. Ma ci fu un ultimo gesto di arroganza, un’ultima pomposità che Göring fece mentre inghiottiva il veleno: il fatto stesso che se ne andava senza assumersi le sue responsabilità di uomo (o mostro) davanti alla Storia.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)