martedì 21 gennaio 2020

L’identità perduta nell’era della globalizzazione e del nazionalismo


Nonostante il risultato delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo lo scorso maggio abbia confermato una decisa frenata degli agglomerati sovranisti-demagogici, sono molte le inquietudini che affliggono il Vecchio Continente. La sfida migratoria è tutt’altro che risolta; la crisi degli operai siderurgici francesi sembra non trovare pace nella Francia dei gilet jaunes; il cronico malato d’Europa – lo stivale del Mediterraneo – è sempre all’opera per tentare di violare le regole europee che ha sottoscritto; britannici (prossimi all’uscita dall’UE) e austriaci avvertono un clima da basso impero e sembrano essere condannati alla semi-irrilevanza nelle scelte comunitarie; i quattro di Visegrád (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) sono corteggiati dall’autoritarismo putiniano; l’influenza cinese e il terrorismo di matrice islamica s’insediano silenziosamente nel tessuto sociale europeo. Tutti fenomeni che non solo bloccano e al contempo agitano l’Europa, ma la gettano in uno stato confusionale, nonostante il continente sia uscito dalla crisi dei debiti sovrani e sia tornato a crescere nel complesso (ad eccezione dell’Italia).


A che prezzo? Secondo Colin Crouch – autore di Identità perdute e professore emerito all’Università di Wattwick – perdendo parte della sua identità. O meglio, identità multiple si sono scontrate e perdute nel grande calderone europeo: la crisi economica, la globalizzazione mal gestita in certe realtà e – a suo dire – il “neoliberismo” hanno certamente annacquato – e quindi peggiorato – il progetto di multiculturalismo pacifico. La risposta più semplice nelle urne da parte degli elettori? Votare chi promette sicurezza e ordine (quindi rafforzamento dell’identità nazionale), mediante lo Stato-eroe che protegge il cittadino comune dai mercati e gli investitori cattivi, dalle élite balorde e autoreferenziali, dai tecnocrati di Bruxelles he sparano “numerini”.

Crouch è preoccupato dal ritorno dei protezionismi: se i paesi ricchi dovessero approcciare politiche di chiusura economica, «non solo danneggerebbero i produttori nei paesi in via di sviluppo, ma determinerebbero anche forti aumenti nei prezzi e limitazioni nella scelta per i consumatori del mercato interno» (de facto, i dazi questo fanno: è il consumatore finale a pagare il conto delle tariffe volute dal suo Esecutivo). «La rinascita del nazionalismo» prosegue Crouch, «ci impedisce di fare progressi nella sfida più importante da governare, sollevata dalla globalizzazione: la necessità di una democrazia al di là dello Stato-nazione.»

E se nel ventesimo secolo nella bipolare guerra economica tra Stati Uniti e Unione Sovietica a contare di più era l’economia rispetto alla società, oggi le cose si sono invertite: le istanze che contano di più sembrano essere quelle individuali e identitarie. Il malessere economico diffuso è quindi la chiave che porta alla vittoria dei partiti demagogici. Un tema su tutti? L’immigrazione. «L’opposizione agli immigrati solo raramente ha a che vedere con la tematica del libero scambio in liberi mercati», spiega Crouch. L’attuale presidente americano «ha ottenuto il consenso maggiore nelle aree con i più bassi livelli di immigrazione del paese […], le percentuali di voto a favore della Brexit sono state più alte nelle aree dove c’erano pochissimi immigrati […], Alterative für Deutschland ha ottenuto i risultati migliori nelle regioni orientali, in precedenza parte dello Stato socialista, dove vivono pochissimi immigrati.»

E a proposito di “Stato socialista”, quando di parla di globalizzazione e ventunesimo secolo, non bisogna scordare il ruolo della Cina (a cui Crouch dedica un quarto del libro). La Banca Mondiale (dati 2017) stimava che nel 1990 il PIL cinese era pari a 990 dollari (negli Stati Uniti 23’730); ventisei anni dopo si è giunti a 15’500 contro 58’030. «L’avanzata della Cina ha quindi coinvolto non solo le esportazioni ma anche le importazioni.» Se, inoltre, trent’anni fa il sessanta per cento della popolazione cinese viveva in famiglie povere, nel 2016 tale cifra si è ridotta all’1.9 per cento. E ancora: nel 1990 solo il trentasette per cento dei bambini cinesi era iscritto a scuola; nel 2016 il novantaquattro. Pochi dati per dimostrare come la Cina sia stata attrice fondamentale nel processo di globalizzazione e sua beneficiaria.

Ma la crescita cinese, che solo di recente (proprio grazie all’inquilino della Casa Bianca – riconosciamogli, dopotutto, questo merito –) è diventata tema di dibattito pubblico, altro non è che uno dei sintomi di una nuova globalizzazione che sembra scontrarsi con le identità (perdute e annacquate) di molti cittadini occidentali. «I principali vincitori della globalizzazione sono state le persone più ricche del pianeta», semplifica Crouch. Il quale omette di ricordare che in un regime di libero mercato “diseguaglianza” è anche sinonimo di libertà economica e che, nonostante il tanto odiato “neoliberismo” – le cui politiche non si vedono in Europa da diversi lustri, neppure nella loro versione di Terza via –, ha consentito, secondo Our World In Data, a 137 mila persone ogni giorno di uscire dalla povertà assoluta nel corso degli ultimi venticinque anni.

Crouch riconosce che «se invertissimo il processo di globalizzazione, il mondo diverrebbe più povero, il che porterebbe i suoi conflitti all’interno dei singoli paesi e intensificherebbe le tensioni tra loro». Non sembra esserci quindi spazio per una marcia indietro: il ritorno allo stato-nazione (al riparo dal flusso della globalizzazione e dall’interdipendenza sistemica) è da scartare, in questa ottica. Casomai, per dirla con un gioco di parole, è possibile un “ritorno al futuro”: occuparsi delle difficoltà degli stati sotto il profilo del welfare (che prima di tutto aiuta a sorreggere le “identità in difficoltà” di diversi cittadini) e continuare la marcia verso una società internazionalizzata. Veramente libera.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su neXtQuotidiano)