mercoledì 15 gennaio 2020

Il coraggio dell’esempio


Sapeva che sarebbe morto anche lui. Sapeva che aveva i giorni contati: era solo una questione di tempo. E il tempo a sua disposizione fu meno del previsto. Devono essere stati terrificanti i giorni che hanno separato la morte dell’amico Giovanni Falcone – 23 maggio 1992 – dalla sua, 19 luglio dello stesso anno, quando – nel caos politico e economico dell’Italia di quei mesi – Cosa Nostra decise di trucidare uno dei più importanti magistrati impegnati nella lotta contro la Mafia. E nonostante il vento di morte che soffiava sulla faccia stanca di Paolo Borsellino nell’estate di ventotto anni fa, il magistrato-martire ha portato avanti con dignità e onore la sua battaglia contro il crimine organizzato. E nonostante tutto, con la morte che gli veniva incontro, Borsellino non smetteva di lavorare: chi lo ha visto a Palermo nell’estate 1992, lo ricorda come uno spettro ansioso, segnato dal terrore del tritolo.

L’ha detta bene tempo fa il Presidente emerito del Senato della Repubblica Pietro Grasso, quando – interpellato dai giornalisti che gli chiedevano a proposito di Falcone e Borsellino – rispose che era quasi ingiusto fare di loro dei supereroi. I supereroi non appartengono al nostro mondo, disse in sostanza Grasso. Essendo “super”, non possono essere imitati nei comportamenti. Se d’altra parte, ai martiri della Repubblica viene conferita un’aurea di semplice “normalità”, allora sì che è possibile che questi diventino, agli occhi dei concittadini, esempi di coraggio.

Isolati all’interno della propria categoria lavorativa, elogiati dalla medesima nel fine-post vita, Falcone e Borsellino vengono citati sempre in coppia visto il micidiale e spietato lasso di tempo che ha diviso gli attentati ai due servitori dello Stato. I quali avevano messo a disposizione non solo il loro tempo, ma la vita tutta a favore del concetto di legalità e giustizia, ma d’altra parte, come ammise il protagonista della strage di Capaci in un’intervista, «la mia vita vale come il bottone di questa giacca.»

Il 19 gennaio del 1940, ottant’anni fa, nasceva Paolo Borsellino: chissà cosa avrebbe pensato, se fosse ancora vivo, del fatto che la lotta alla criminalità organizzata – con riferimento alla Mafia, nonostante sia oggi la ‘Ndrangheta il dominus della malavita, arricchita dal narcotraffico – sembra essere uscita dai programmi di governo degli esecutivi che si sono susseguiti negli ultimi lustri in Italia. Quello che più sconforta quando si ricordano figure del calibro di Borsellino, è scoprire che la sua eredità sembra del tutto dilapidata.

Se dagli anni Settanta agli anni Novanta la soglia critica nei confronti del crimine organizzato e delle mafie di ogni tipo era piuttosto elevata anche nella popolazione italiana, dagli anni Duemila fino ad oggi troppo spesso si ha come l’impressione che i fenomeni malavitosi legati a Cosa Nostra, ‘Ndrangheta o Camorra non siano tra le massime priorità del governo di Roma. Davanti alla Mafia non valgono frasi del tipo «ma le priorità sono altre.» All’interno del dibattito politico la lotta alla criminalità organizzata comparare ben poco. E di sicuro non è così che si onora chi, come Borsellino, per la Repubblica che ne dimentica l’insegnamento, ha dato il sangue.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’universo)