mercoledì 27 maggio 2020

Dialogo su immigrazione e confini dell’Europa


Con il crollo del Muro di Berlino non solo è stata ridisegnata la mappa geopolitica europea – congelata dal lontano 1945 –, ma per milioni di individui dell’Europa Centro-orientale diretti in Occidente si esaudiva un sogno di libertà e benessere troppo a lungo negato oltre la cortina di ferro. Libertà e benessere che, nell’Europa divisa – oggi come allora, ma per altre ragioni –, poteva vantare solo chi stava ad Ovest del Muro fisico e metaforico; simbolo di un’utopia che, trent’anni fa, si sbriciolò ai piedi della Storia. Il dialogo tra Federico Fubini e Ivan Krastev in L’impero diviso (Solferino, 2019) è un’analisi orizzontale e verticale sull’Europa odierna, a confronto con quella del post-crollo del Muro. Dal “Comunismo al nazionalismo”, come indica il sottotitolo del libro. Tra sogni e speranze della generazione, di cui gli autori fanno parte, che il Muro l’ha visto crollare in diretta.

domenica 24 maggio 2020

Alberto Alesina, l’economista chiaro e anti-populista


Pavese con dottorato ad Harvard – dove ha poi insegnato per anni –, saggista di fama, considerato dall’Economist un papabile futuro Premio Nobel per l’Economia già nel 1990, Alberto Alesina è morto ieri prematuramente all’età di sessantatré anni a causa di un attacco cardiaco. Italiano apprezzato nel mondo, figura internazionale e prestigiosa, accademico ed economista, dal 1986 faceva la spola da un capo all’altro dell’Atlantico accolto nelle università statunitensi, così come la Bocconi, dove era visiting professor. I suoi studi e lavori erano in campo economico, ma immancabilmente l’accademico riusciva a conciliare questi ultimi con la scienza politica, tanto che alcuni osservatori lo definirono il padre della political economy.

mercoledì 20 maggio 2020

Elezioni in Romania: da Ceaușescu a Iliescu


Sul finire degli anni Ottanta, la situazione economica rumena era spaventosa. Il Socialismo nazionale applicato all’economia fu devastante; a Bucarest più che altrove nel mondo oltre-cortina. Nella prima metà degli anni Ottanta l’autarchia era diventata il sogno di Nicolae Ceaușescu; questi, relativamente “autonomo” rispetto a Mosca e su diverse posizioni molto più allineato a Tito Broz che ai boss sovietici. Finanze ed economia al collasso, povertà dilagante, nepotismo dei gerarchi, corruzione sistemica, repressione dei civili, disoccupazione alta: era questa la Romania dei Ceaușescu.

La necessità (e la paura) della meritocrazia


Il percorso verso la meritocrazia interessa tutti gli strati sociali. A dare l’esempio per una società più meritocratica, direbbero alcuni, dovrebbe essere in primis lo Stato. La classe dirigente di un paese dovrebbe promuovere la meritocrazia, non tentare di ostacolarla, come talvolta avviene in diverse realtà. Sottogruppo del settore pubblico, il mondo scolastico – non al riparo da invidiuzze incrociate tra studenti e tra insegnanti – è la prima palestra sociale in cui la meritocrazia ha una prima forma di applicazione. Non è sempre il caso in molti istituti, sebbene siano proprio questi i “laboratori” predisposti alla crescita dell’individuo, dunque alla sua proiezione nel mondo del lavoro. «Chi vuole aver in futuro élite politiche di valore deve ricostruire scuole, di ogni ordine e grado, di valore, deve reimpostare in chiave […] meritocratica il […] sistema educativo», ha scritto Angelo Panebianco (Corriere della Sera 20 gennaio 2019).

lunedì 18 maggio 2020

Il Muro che cadde due volte: Antonio Polito e la grande illusione dei post-comunisti


Nel suo Il Muro che cadde due volte (Solferino, 2019) Antonio Polito ha avuto il coraggio di guardarsi allo specchio e parlare con sincerità al lettore, riconoscendo l’illusione comunista in cui ha creduto sin da ragazzo; illusione che d’altra parte molti giustificano ancora oggi. Non si tratta solo di prendere le distanze dal Comunismo in sé dicendo che quello manifestato in Unione Sovietica «non era il vero Comunismo» (a nessuno, tra l’altro, verrebbe in mente di dire che quello hitleriano «non era il vero Nazismo»), ma anche di prendere le distanze dal Comunismo italiano. Ancora molti in Italia rivendicano con orgoglio l’ideologia sovietica in salsa mediterranea, ovviamente diverse da quella oltre-cortina, ma pur sempre facente riferimento alla falce e martello, sotta la cui combinazione sono state compiute efferatezze di ogni genere.

giovedì 14 maggio 2020

Da Praga – Impressioni di una crisi


Pubblicata a puntate su L’Osservatore, dal 21 marzo al 14 maggio, “Da Praga – Impressioni di una crisi” è una rubrica diaristica che ripercorre dalla capitale ceca la cronaca di un paese dell’Europa Centrale afflitto dal Covid-19. Nelle lunghe, ma produttive, settimane confinato a casa – la bellezza di sessantatré giorni (10 marzo-14 maggio), con cinque uscite da mezz’ora l’una – ho cercato di riportare storie, impressioni, opinioni, valutazioni, notizie e dati che mi hanno accompagnato nell’avventura casalinga.

domenica 10 maggio 2020

Churchill a Downing Street, Hitler a Parigi


Il 10 maggio di ottant’anni fa fu un giorno cruciale per la Storia europea, nonché per gli esiti della guerra scatenata dalla Germania nazista nel settembre 1939. Mentre la Wermacht lanciava l’operazione per la conquista della Francia, Winston Churchill diventava Primo Ministro britannico, subentrando a Neville Chamberlain. Era la fine simbolica della politica dell’appeasement, dalla quale Londra si era distanziata da diversi mesi – con un grave ritardo – e al contempo la “pausa” dell’espansionismo hitleriano, che aveva fatto filotto con le conquiste europee ad Est (Austria, Boemia e Moravia, Polonia) e a Nord (Danimarca e Norvegia).

martedì 5 maggio 2020

Il rischio di dimenticare la democrazia


Il fascino che esercitano le democrazie sembra si stia sbiadendo sempre di più: apparentemente incapaci di far fronte in maniera efficace a tanti dei grossi problemi che attanagliano le società occidentali, esse sembrano inadatte a rispondere nel breve-medio termine alle situazioni emergenziali; siano economiche, sociali e, oggi, anche sanitarie. Sembrerebbe che il fuoco della democrazia si stia sempre di più spegnendo a colpi di discredito gettato su questo valore secolare, scartato a favore di meccanismi più autoritari, dunque illiberali e non democratici. Molte democrazie si stanno raffreddando: sembrano non in grado di mantenere il passo con le evoluzioni sociali (siano queste tecnologiche, economiche o quant’altro).

mercoledì 29 aprile 2020

Chi è il liberalconservatore di oggi?


Oggi il termine “conservatore” è diventato quasi una parolaccia, “liberale” è un insulto, “liberista” non ne parliamo; e “nazionalista” titolo di encomio. Che fine hanno fatto però i liberalconservatori? Chi è il liberal conservatore? Oggi il termine sembrerebbe una contraddizione, ma in realtà non lo è. Minoranza di una minoranza (i liberali), i liberalconservatori sono ritenuti ambigui proprio per la loro attitudine positiva verso il laissez-faire in economia e il conservatorismo relativo in alcuni cosiddetti valori, sebbene siano aperti alla cosiddetta nuova generazione dei diritti, senza dimenticare la centralità e l’unicità dell’individuo. Nell’economia e nella società. Il mercato è la loro guida. Sono tante le sfumature di liberalismo; le versioni occidentali non-anglosassoni, come evidenziato da Friedrich von Hayek, cercano disperatamente di tenersi alla larga dal liberalism, a cui si ispirano i movimenti del centrosinistra (e dalla ex Terza Via, in voga negli anni Novanta), che con John Locke o Adam Smith hanno poco a che fare.

sabato 25 aprile 2020

La Liberazione rubata e senza memoria


Sono due i grossi vulnus che mai abbastanza vengono analizzati in sede storica quando si festeggia il 25 Aprile di settantacinque anni fa: da una parte, l’incapacità della stragrande maggioranza degli italiani di fare i conti con la propria Storia, dall’altra l’appropriazione indebita di una fazione del concetto di Liberazione, scippata dall’altare del ricordo nazionale e posto sotto la propria bandiera partigiana.

mercoledì 22 aprile 2020

Tito, il macellaio dei Balcani


Tito Broz, morto il 4 maggio di quarant’anni fa, era alla testa di un mondo multietnico, un impero post-Austro-Ungarico dell’Adriatico che, per via delle sei nazionalità e oltre tre decenni di pugno di ferro, sarebbe esploso e frammentato i diversi stati. La (ex) Jugoslavia non esisteva fino a poco prima della presa al potere di Tito e terminò poco dopo la sua scomparsa. Nato nell’odierna Croazia alla fine dell’Ottocento, figlio di contadini, impegnato politicamente sin da giovane nell’opulento e decadente impero di Franz Joseph, il macellaio dei Balcani divenne giovanissimo sergente nell’esercito.

Nel mondo orwelliano di Xi


In Cina certamente si è susseguito un processo di Perestroika, ma non di Glasnost. In altri termini, il Dragone ha progressivamente avviato un processo di ristrutturazione – più economica che sociale –, ma dal profilo della trasparenza i passi da compiere sono ancora parecchi. Il PCC impedisce la totale apertura dei canali comunicativi e di semplificazione burocratica, perché eliminati queste “catene alla trasparenza” (che, frantumate, svelerebbero, come accadde nell’impero sovietico, un enorme giro di corruzione), il Partito-Stato perderebbe gran parte del suo potere.

sabato 18 aprile 2020

Grenada e altre crisi nella politica estera reaganiana


La politica estera di Ronald Reagan fu decisamente controversa: per quanto sia vero che i successi con l’Unione Sovietica siano stati notevoli (si tenga presente il clima di Guerra Fredda che per anni aveva congelato le relazioni tra Washington e Mosca), l’amministrazione statunitense degli anni Ottanta mostrò limiti e crepe in diverse situazioni geopolitiche. Tra queste, Centro America (Grenada e Nicaragua), Medioriente (Israele ed Iran), Africa (Libia e Sud Africa). Ogni presidente americano, in politica estera, vanta la propria “dottrina”. Quella di Reagan, la Reagan Doctrine, fu coniata dal Premio Pulitzer e giornalista conservatore del Washington Post Charles Krauthammer per indicare, sostanzialmente, una versione aggiornata della Dottrina Truman: evitare l’installazione di governi comunisti nel mondo. In particolare, secondo Krauthammer, ciò fu efficace nei “Roaring Eighties” grazie al finanziamento dei contras in Afghanistan, Nicaragua, Angola e Cambogia.

martedì 14 aprile 2020

Identità e populismo


In Identità (UTET, 2019) Francis Fukuyama offre un viaggio all’interno della ricerca dell’“ultimo io”, l’io determinato alla fine del secondo decennio del ventunesimo secolo; un percorso utile a capire il fascino che oggi esercitano i regimi illiberali, autocratici e autoritari; l’indebolimento della fede nella liberaldemocrazia; le istanze alla base del chiassoso incremento delle formazioni populiste. Parte tutto da lì: dalla ricerca dell’identità. Un’identità perduta o debole; un’identità da riaffermare o fortificare in un mondo sempre più intricato. Paradossalmente, le minacce alle odierne democrazie sono nate all’interno delle democrazie stesse: la più rilevante, seguendo una lettura decisamente demagogica è la perdita di identità del popolo in questione; lo scialacquamento della “we-ness”, del senso del “noi” come nazione, cultura, popolo.

giovedì 9 aprile 2020

Operazione Weserübung: Danimarca e Norvegia in un boccone


Dalla sera alla mattina il Terzo Reich si espanse ufficialmente e prepotentemente nel Nord Europa: molti osservatori del tempo dissero che era destino, dal momento che la ricerca di Lebensraum (lo “spazio vitale”, il pretesto ufficiale del pre e post-Blitzkrieg) aveva già portato i suoi frutti – con l’appeasement di Gran Bretagna e Francia – in Renania, Austria, territorio dei Sudeti, Boemia e Moravia, nonché poi Polonia; dunque l’inizio del conflitto nel settembre 1939. Il 9 aprile di settantacinque anni fa la Germania nazista volgeva lo sguardo anche verso la Scandinavia. Colse tutti di sorpresa: prima la Danimarca, poi la Norvegia. Attaccate in un solo giorno. Il piano di conquista era noto come “operazione Weserübung”, ideato da Alfred Rosemberg (uno dei massimi ideologi del Nazionalsocialismo, responsabile degli Esteri del NSDAP, quindi Ministro per il Territori Occupati dell’Est dal 1941) e messo in pratica dal generale Nikolaus von Falkenhorst. Un’operazione studiata a tavolino dai migliori strateghi nazisti, che in una giornata, aggiunsero diverse migliaia di chilometri quadrati di terreno all’impero della svastica.

domenica 5 aprile 2020

Lo scacco (matto?) cinese all’Occidente nel nuovo ordine post-Atlantico


Scacco all’Europa. La Guerra Fredda tra Cina e USA per il nuovo ordine mondiale (Solferino, 2019) di Danilo Taino è un atlante dell’influenza e del “terrore” economico-sociale cinese nel globo. Da una parte, influenza perché la Cina è di gran lunga il maggior partner commerciale di molti paesi asiatici e africani, nonché dell’Est Europa; d’altra parte, terrore, perché tramite una struttura verticale di controllo orwelliano estende i tentacoli del Partito Comunista – saggio indossatore della maschera del capitalismo smart, efficiente, ma (in questi termini) disumano – nei gangli degli stati esteri. Taino non allude e non esplicita questa diarchia, ma certamente mette in guardia rispetto ai problemi (e ai pericoli) di una nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina, a colpi di influenza nei proxy states e nelle realtà geopolitiche dei paesi emergenti. L’autore offre una sorta di guida – quasi nazione per nazione – degli investimenti cinesi all’estero: dati, particolari, realtà e riflessioni storiche rientrano nella sua analisi; l’ossatura del libro è altresì il ruolo geopolitico della Cina nel ventunesimo secolo.

martedì 31 marzo 2020

Un mondo di populismo autoritario e illiberale


Il populismo si richiama al popolo, quasi come questo sia il collante di ogni discorso politico (o parapolitico): i leader che adoperano l’armamentario verbale della demagogia usano il termine a più non posso per sottolineare il legame e la connessione tra loro e il popolo stesso. Il concetto di popolo è stato molto strumentalizzato da diversi politici negli ultimi anni a tutte le latitudini: esso conserva in sé quasi il ricordo di un “ritorno al passato”, di uno “stare insieme” antico; consente quindi di superare ogni divisione, ogni conflitto, ottenendo così una presunta armonia sociale se riunito sotto il grande capo. Il populismo sfrutta il popolo, celebrandolo; e il popolo stesso – indiscriminato e al contempo cieco – è il Dio osannato dal demagogo, che parallelamente si sente egli stesso divinità in quanto lodato dalla folla e destinatario dei di lei favori elettorali. Il populismo è innanzitutto un sintomo di inadeguatezza profonda dei gruppi dirigenti tradizionali: già in Economia e società del 1921 Max Weber ha spiegato che una leader carismatico si presenta sempre in tempi di grave crisi sociale combinata a un forte stato di ansia collettiva.

sabato 28 marzo 2020

A Všetaty, sulle tracce di Jan Palach


Una pioggerellina invernale accarezza i vecchi treni della stazione Masaryk di Praga: in poco meno di un’ora si arriva a Všetaty, un piccolo villaggio della Boemia centrale, poco più di duemila abitanti, a una trentina abbondante di chilometri dalla capitale ceca. Vi siamo giunti per visitare la casa di Jan Palach, lo studente di filosofia, che si diede fuoco il 16 gennaio 1969 in Piazza San Venceslao per protesta contro l’occupazione sovietica dell’allora Cecoslovacchia e per tentare di scuotere le coscienze dei propri concittadini dal clima di apatia e di rassegnazione imposto dalla normalizzazione di regime. È proprio da qui che egli partì per compiere quel suo gesto di disperazione destinato a passare alla Storia.

giovedì 26 marzo 2020

Debito, natalità ed economia nel Giappone congelato


Il Giappone si è addormentato? È da oltre vent’anni che il Sol Levante ha una crescita economica a dir poco anemica, a tratti anche negativa: sembrano lontani i tempi in cui il paese dello Yen preoccupava, come una sorta di Cina ante-litteram in termini di concorrenza commerciale, tutti i paesi dell’Occidente e specialmente il mercato americano. Prodotti giapponesi ovunque, specialmente nel ramo della tecnologia. Dagli anni Sessanta agli anni Ottanta, l’economia giapponese è cresciuta attorno al sette per cento annuo: grazie al nove degli anni Sessanta Tokyo ha gettato le basi per passare dal ventesimo esportatore al mondo al terzo in pochi anni. Una performance pazzesca, che oggi sembra un antico ricordo per l’isola “congelata”.

domenica 22 marzo 2020

Mitteleuropa e totalitarismo in Kafka, Kundera e Havel


Il libro di Stefano Bruno Galli Václav Havel, Una rivoluzione esistenziale è anzitutto il tentativo para-filosofico di capire il mondo intellettuale del Novecento ceco; un insieme di piccole storie della cultura letteraria boema e morava. Certo, la spina dorsale del libro è articolata a ridosso della vita di Václav Havel, dissidente e politico ceco, ma le punte di eccellenza della cultura e della letteratura ceca vengono altresì considerate nell’opera. Nonostante titolo e copertina del libro siano dedicati allo statista praghese, la proiezione di ricerca di Galli è più culturale che politica: è quasi una rincorsa alla ricerca di un “io” (la propria individualità) in un determinato luogo (la Mitteleuropa), attraverso lo sguardo degli scrittori – eternamente “minoranza” – Franz Kafka («intrigante esploratore del paradiso della mente») e Milan Kundera (leader dell’Unione degli scrittori cechi negli anni Sessanta, quelli pre-Primavera di Praga).

mercoledì 18 marzo 2020

E fu CDU nella DDR


Il 18 marzo di trent’anni fa si tennero le prime elezioni libere della Germania dell’Est. Dominata per anni da un partito unico e capillare, la Repubblica Democratica Tedesca era finalmente uscita dal tunnel della dittatura para-sovietica: ad Est, avevano visto lo sbriciolarsi del Muro di Berlino con stupore e incertezza sul futuro. Nell’autunno 1989 la storia si era messa a correre: le consultazioni elettorali di primavera videro un notevole affermarsi dell’Unione Cristiana Democratica di Lothar de Mazière, che ottenne il quaranta per cento dei consensi – pari a 4.7 milioni e mezzo di voti – sommato poi ad un altro otto per cento di altri partiti del centrodestra.

Italia e geopolitica oggi


Quanto conta oggi l’Italia per Washington in termini geopolitici? «Zero», ha risposto Michael Ledeen, storico e giornalista americano, intervistato da Alan Friedman per l’edizione italiana del libro Questa non è l’America. «L’Italia era un paese interessante, in passato, perché aveva il più grande partito comunista fuori dal blocco sovietico e poi c’erano […] progetti politici di apertura a sinistra […] Quando l’Unione Sovietica è collassata e il Partito Comunista è morto, l’Italia non era più così interessante. Questa è la verità di fondo. Oggi l’Italia conta per i rapporti commerciali, il cibo e le vacanze».

mercoledì 11 marzo 2020

Referendum su Augusto Pinochet: Cile libero


Figlio di un funzionario di dogana (come un vecchio collega-dittatore del passato), Augusto Pinochet era un personaggio del tutto anonimo prima di prendere il potere in Cile. Non che non si sapesse chi fosse, ma egli era ritenuto un uomo scialbo: l’esercito – che scalò fino al grado di generale non senza l’appoggio politico di chi poi rimpiazzò alla Presidenza del paese – era come seconda casa per lui; poco l’interesse per la politica negli anni Cinquanta. Prima del 2001, l’11 settembre era comunemente riferito al colpo di Stato in Cile. La data ripercorreva nell’ordine: l’assalto al Palazzo della Moneta, l’omicidio di Salvador Allende (marxista, fondatore del Partito Socialista Cileno) e la presa del potere della giunta militare. Quella di Pinochet era una dittatura, un regime profondamente autoritario che durò oltre tre lustri, con il placet degli americani: è oramai acclarato che la CIA – quindi l’amministrazione di Richard Nixon all’epoca – sostenne il generale nel suo colpo di Stato autunnale.

giovedì 5 marzo 2020

AfD: capire la destra di oggi in Germania


Il culto della colpa e l’elaborazione intelligente, scientifica e necessaria del passato fanno ormai parte dell’educazione e dell’identità del popolo tedesco. Questi, concetti importanti del libro Dove va la Germania? (il Mulino, 2019) di Gian Enrico Rusconi, che cerca di capire le ragioni e i motivi dei successi elettorali del partito di destra Alternative für Deutschland (AfD) – non il portabandiera del classico conservatorismo – nell’era della demagogia e dello scontento popolare post-crisi economica. Di tutte le destre in ascesa in Europa – Veri Finlandesi, Fidesz, Rassemblement National, Lega – la destra di AfD è quella che nell’immaginario collettivo e nei media viene interpretata come la più dura nelle sue posizioni politiche.

mercoledì 26 febbraio 2020

Economia, rabbia e frustrazione della “nuova” Italia


L’ascesa dei partiti demagogici e populisti, l’immigrazione di migliaia di individui (rifugiati e migranti economici – ridotti di oltre tre quarti già nel 2017), le emigrazioni di giovani talenti, le fragilità dell’Unione Europea e le polemiche attorno all’Euro, la crisi bancaria (i crediti inesigibili sono ancora il dieci per cento degli attivi) e quella del debito, minano il sistema-Italia. Eccessiva pressione fiscale, burocrazia imperante, lentezza ed inefficienza della giustizia, rigidità del mercato del lavoro, corruzione ed evasione avvelenano i presupposti di crescita del Belpaese. «Siamo alle solite», diranno alcuni, ma secondo Alan Friedman – autore di Questa non è l’Italia (Newton Compton, 2019) – quella di oggi «non è più l’Italia patria della cultura e della tolleranza». Oggi «sono saltati i freni inibitori», aprendo così un’autostrada lastricata di istinti rabbiosi e paure ataviche in un paese che «ha sempre mostrato certa inclinazione per gli uomini forti».

mercoledì 19 febbraio 2020

Faber, poeta immortale


Sembrava già predestinato – o condannato – alla musica: alla canzone, una vecchia amica, conosciuta ancora prima dell’infanzia. Quando Fabrizio De André venne al mondo, il 18 gennaio 1940, suo padre aveva messo sul giradischi “Valzer campestre” di Gino Marinuzzi. Canzone alla quale il cantautore genovese sarebbe stato molto legato, tanto da rivisitarla e trasformarla in “Valzer per un amore”, nell’album “Canzoni” (1974). «Il mio primo incontro con Fabrizio» ha raccontato Dori Ghezzi «ebbe luogo negli studi […] della Fonorama […] Lui mi avvicinò […] e mi invitò nella sala di incisione dove aveva appena messo le parole su quella musica».

Della follia di Göring


Quando il Male è pomposo, diventa grottesco. Pluridecorato “atleta del cielo” della Luftwaffe nella Prima Guerra Mondiale, Hermann Göring non solo divenne il numero due del regime nazista tramite giri di corruzione, ricatti, violenza, ma godeva di una pessima fama anche tra i suoi colleghi alla corte del Führer. La vita di Göring era costeggiata da vanità ed esagerazioni, atti criminali ed efferatezze di ogni genere.

giovedì 13 febbraio 2020

L’euro? Tutto il potere a Draghi! Biografia dell’italiano così rispettato quanto temuto


«Mario Draghi avrà un successore, non sarà sostituito», ha detto Pierre Moscovici qualche mese prima della fine del mandato dell’ex Presidente della Banca Centrale Europea. Le parole dell’ex commissario per gli affari economici e monetari riassumono il lascito non di un semplice burocrate, ma di un convinto europeista, un leader calmo e pacato. Rispettato. L’artefice (Rizzoli, 2019) di Jana Randow e Alessandro Speciale non è solo una documentata cronaca della storia economica dell’Eurozona dell’ultimo decennio; è anzitutto il ritratto intimo e biografico di un italiano di rilievo nella scena internazionale. «Non accetto etichette. Presento fatti», aveva dichiarato Mario Draghi – protagonista del libro – qualche anno fa a Die Zeit; questi – assieme a molti nella stampa tedesca – sempre attento a ricordare con malizia il paese d’origine dell’ex numero uno della BCE.

sabato 8 febbraio 2020

Emil Ludwig e i “suoi” dittatori a colloquio (e a confronto)


Ottant’anni fa usciva il celebre Tre ritratti di dittatori, opera di Emil Ludwig, giornalista tedesco ebreo che ebbe accesso a tre dittatori che gli ebrei li disprezzavano, fino ai noti atti finali: Adolf Hitler, Benito Mussolini e Stalin. Dittatori perché tutti e tre hanno oppresso le libertà individuali, anche se le tre figure erano molto diverse tra loro. Uguali, tuttavia, di fronte alla Storia per «il disprezzo per le masse, la persecuzione dell’intelletto», come spiega Ludwig. L’autore esegue un ritratto intimo degli uomini a cui in milioni guardavano senza mai poterne afferrare davvero la personalità. Tutti e tre, provenivano dal popolo che celebravano nei discorsi pubblici e che nel privato disprezzavano. Ludwig analizza con dovizia di particolari uno ad uno i tre autocrati.

lunedì 3 febbraio 2020

Il cappio del debito pubblico e i giovani di domani


Giulio Andreotti era solito dire che «è meglio tirare a campare che tirare le cuoia.» Solo che a furia di tirare a campare si rischia di morire. Un debito pubblico enorme è una zavorra che qualsiasi economia che pensi di svilupparsi in maniera florida e virtuosa non può continuare a trasportare nella propria mongolfiera. A differenza dei sacchi attorno al cestello della stessa, il debito pubblico non stabilizza il veicolo: se molto grave, affossa la crescita economica e ne ostacola gli sviluppi. Il debito di oggi è un’ipoteca per i figli del domani: le allegre spese di oggi sono i conti che verranno presentati alle generazioni future. Chi pagherà il debito pubblico?

lunedì 27 gennaio 2020

L’antisemitismo che porta ad Auschwitz, tra passato e presente: quale eredità?


I campi di concentramento nazisti iniziarono a macinare morte sin dai primi giorni dall’inizio del Terzo Reich: certo, l’industrializzazione dello sterminio degli indesiderabili si materializzò in quelli di sterminio e solo dopo la conferenza di Wannsee del gennaio 1942, ma l’ammassamento di esseri umani – ridotti a bestie da macello – nei gelidi Lager del Nord e dell’Est Europa fu tra le primissime misure prese da Berlino. A metà marzo 1933, il governo Hitler – in carica da meno di un mese e mezzo – fece aprire il campo di concentramento di Dachau, nel cuore della Baviera, oggi come allora, locomotiva industriale tedesca. Secondo i dettami del Mein Kampf pubblicato meno di dieci anni prima, il regime aveva stilato la lunga lista degli indegni che a Dachau avrebbero dovuto essere rinchiusi: ebrei, zingari, Rom e Sinti, omosessuali, asociali, vagabondi, truffatori, ladruncoli, tra le tante categorie. E i cittadini “ariani” – popolo auto-purificatore – venivano attivamente incoraggiati a denunciarli e segnalarli alle autorità.

martedì 21 gennaio 2020

L’identità perduta nell’era della globalizzazione e del nazionalismo


Nonostante il risultato delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo lo scorso maggio abbia confermato una decisa frenata degli agglomerati sovranisti-demagogici, sono molte le inquietudini che affliggono il Vecchio Continente. La sfida migratoria è tutt’altro che risolta; la crisi degli operai siderurgici francesi sembra non trovare pace nella Francia dei gilet jaunes; il cronico malato d’Europa – lo stivale del Mediterraneo – è sempre all’opera per tentare di violare le regole europee che ha sottoscritto; britannici (prossimi all’uscita dall’UE) e austriaci avvertono un clima da basso impero e sembrano essere condannati alla semi-irrilevanza nelle scelte comunitarie; i quattro di Visegrád (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) sono corteggiati dall’autoritarismo putiniano; l’influenza cinese e il terrorismo di matrice islamica s’insediano silenziosamente nel tessuto sociale europeo. Tutti fenomeni che non solo bloccano e al contempo agitano l’Europa, ma la gettano in uno stato confusionale, nonostante il continente sia uscito dalla crisi dei debiti sovrani e sia tornato a crescere nel complesso (ad eccezione dell’Italia).

mercoledì 15 gennaio 2020

Il coraggio dell’esempio


Sapeva che sarebbe morto anche lui. Sapeva che aveva i giorni contati: era solo una questione di tempo. E il tempo a sua disposizione fu meno del previsto. Devono essere stati terrificanti i giorni che hanno separato la morte dell’amico Giovanni Falcone – 23 maggio 1992 – dalla sua, 19 luglio dello stesso anno, quando – nel caos politico e economico dell’Italia di quei mesi – Cosa Nostra decise di trucidare uno dei più importanti magistrati impegnati nella lotta contro la Mafia. E nonostante il vento di morte che soffiava sulla faccia stanca di Paolo Borsellino nell’estate di ventotto anni fa, il magistrato-martire ha portato avanti con dignità e onore la sua battaglia contro il crimine organizzato. E nonostante tutto, con la morte che gli veniva incontro, Borsellino non smetteva di lavorare: chi lo ha visto a Palermo nell’estate 1992, lo ricorda come uno spettro ansioso, segnato dal terrore del tritolo.

I movimenti demagogici e le democrazie fredde


Le democrazie europee si stanno raffreddando. Le grandi architetture democratiche del Vecchio Continente non riescono più a scaldare i cuori e gli entusiasmi dei propri cittadini e, nel lungo termine, sembra che le crisi passeggere si stabilizzino: l’ascesa dei movimenti demagogici – a destra come a sinistra – altro non è che l’effetto – non la causa – di malesseri risaliti dal fondo del tessuto sociale degli stati.

lunedì 13 gennaio 2020

Il coraggio di Giampaolo Pansa, cronista unico e “rompiscatole”


Giampaolo Pansa è morto ieri a Roma all’età di ottantaquattro anni: era uno degli ultimi grandi cronisti italiani. Unico. In quasi sessant’anni di mestiere – un terzo dei quali prestati alla professione di storico – ha narrato la Storia d’Italia attraverso le lenti della politica, dei suoi occhiali e del binocolo che reggeva negli spalti del pubblico in Parlamento per scrutare i volti degli onorevoli e dei senatori. Cogliere l’espressività, i tic, i vizi, gli sguardi dei protagonisti dell’arena politica di allora – e non solo la notizia – era una delle tante “specialità su carta” del giornalista piemontese.

sabato 4 gennaio 2020

Uomini e storie: uno sguardo al doppio venti


Il “venti-venti” – doppia cifra, gioco di numeri, che segna l’inizio del terzo decennio del secolo – sarà un anno ricco di anniversari. Nascita e morte di uomini che hanno fatto la Storia rimbalzeranno fino a dicembre nelle agenzie-stampa e nelle librerie, nei giornali e nelle televisioni.

venerdì 3 gennaio 2020

Albert Camus, straniero assurdo e controcorrente


Albert Camus – antifascista convinto (nel 1933 aveva aderito al movimento Amsterdam-Pleyer) e anti-totalitarista («La libertà non è che una possibilità di essere migliori, mentre la schiavitù è certezza di essere peggiori») non era il classico intellettuale francese della seconda metà del secolo scorso. Era uno straniero. Un intellettuale irregolare: scomodo nella sua categoria di esponente del mondo culturale. Molte le donne che gli stavano accanto; poi la passione per il calcio – da giovane amava fare il portiere – nonché la posa fotografica per Vogue. Camus era un personaggio irregolare: l’esponente principale del cosiddetto teatro dell’Assurdo, punto di riferimento della cultura letteraria francese: «Siate realisti: chiedete l’impossibile» è l’aforisma che più di tutti lo definisce come scrittore che amava giocare sul precipizio del paradosso.