lunedì 9 dicembre 2019

Massimo Bertarelli, il ragazzo spiritoso del Giornale


È stato quasi imbarazzante sentirlo: lo avevo contattato per un’intervista sulla storia del Giornale di Indro Montanelli – 1974-1994 – e lui mi aveva risposto che lunedì 18 marzo scorso non poteva. «Ho un ciclo di chemioterapia», mi disse. Imbarazzatissimo, proposi un’altra data per il colloquio. Rimasi colpito dalla franchezza – e in seguito dalla cortesia – di Massimo Bertarelli, che avrei incontrato quattro giorni dopo in Via Negri e con il quale rimasi insieme per oltre un’ora e mezza. In seguito, ci saremmo sentiti un paio di volte per telefono: «Forse sono stato un po’ troppo loquace, cosa che non mi appartiene», mi disse il critico cinematografico, scomparso ieri a settantacinque anni. Bertarelli fu uno dei primi ragazzi ad entrare nell’allora Giornale Nuovo, di cui ha condiviso il percorso dai primi di giugno del 1974.


Classe 1943, maturità liceale al Carducci di Milano, si era iscritto negli anni Sessanta a Giurisprudenza («che non mi interessava per niente»). Figlio di un farmacista, aveva escluso farmacia, vista la pigrizia che lui stesso ammetteva, nonché la scarsa attitudine per matematica e chimica. Appena passata la soglia dei vent’anni, nel 1964, entrò al Guerin Sportivo, «settimanale di antica tradizione, che si occupava di calcio e ciclismo» e dove rimase per una decina di anni («più o meno seriamente»). Il Guerin chiudeva d’estate e riapriva in settembre, quando riprendeva il campionato di calcio. «I primi anni ho lavorato in nero, senza prendere una Lira; poi nel ‘68 ero pagato venticinquemila Lire a numero […] L’impegno al giornale lo prendevo molto sportivamente, nel senso che alle volte andavo e alle volte no: comunque avevo capito che quella vita mi piaceva».

Di studiare e spendere ore ed ore sui libri, Massimo Bertarelli non ne aveva proprio voglia: non si sarebbe mai laureato. D’altronde, l’alibi del giornalismo era perfetto: è proprio a metà degli anni Sessanta che iniziò a collaborare con Oggi. «Facevo interviste e il direttore Vittorio Buttafava mi aveva segnalato che Indro Montanelli andava via dal Corriere e aveva in mente di fondare un giornale […] Buttafava mi disse che se la cosa m’interessava poteva metterci una buona parola e garantire che non ero di sinistra.» Dopo una sostituzione estiva al Corriere d’Informazione nel 1973 dove si è occupato di cronaca, i successivi quindici mesi Bertarelli li ha dedicati al militare: «Avevo avuto la fortuna di stare a Milano all’ospedale militare, […] una specie di farsa».

Nel 1973, l’uscita di Montanelli dal Corriere della Sera era nell’aria: l’idea di fondare un nuovo soggetto editoriale – con Guido Piovene e Enzo Bettiza in testa – arrivò quando il principe del giornalismo italiano uscì da Via Solferino, in aperta polemica con il direttore Piero Ottone. Dopo le consultazioni con Gastone Geron e Pietro Radius (due illustri fondatori del futuro Giornale Nuovo), nella primavera del 1974 Bertarelli andò a trovare uno dei vertici del Corriere nei primi anni Settanta, Gian Galeazzo Biazzi Vergani, che aveva deciso di seguire la squadretta montanelliana. Biazzi «si occupava dei reclutamenti in Via Manzoni, a due passi dal teatro. Mi ricordo che quando mi telefonò gli chiesi: “Dove devo venire, al Corriere?” […] Mi meravigliai che Biazzi non mi abbia mandato a quel paese prima del colloquio.»

E fu così che Bertarelli entrò al Giornale di Piazza Cavour, prima agli Interni e poi allo Sport. Un’istituzione nella redazione: dava colore all’atmosfera. Era spiritoso, come conferma l’ex collega Paolo Stefanato; «faceva desiderare di andare a lavorare, perché era un fuoco d’artificio di battute e di gag». Bertarelli stemperava l’austerità della redazione del Giornale: quel giornale che si era formato negli Anni di Piombo, secondo la celebre definizione montanelliana. «Da caporedattore feci il diavolo a quattro con Montanelli e Biazzi per far diventare Bertarelli critico televisivo, siccome conoscevo la sua passione per il cinema», ha detto Gabriele Villa. Ed è proprio al cinema che Bertarelli si è dedicato negli ultimi lustri: suo l’ultimo trafiletto del Giornale, dove – con il “consiglio” e lo “sconsiglio” – recensiva per i lettori i film serali del giorno. «All’inizio Massimo fu piuttosto reticente» continua Villa, «ma in realtà era la sua passione, oltre che il calcio e le scommesse.»

Bertarelli era il raccoglitore delle scommesse clandestine che si facevano nella redazione del Giornale: e per le quali, una volta, finì anche in prigione. Fu Montanelli, tramite un intervento presso le istituzioni di competenza, ad essere decisivo per la liberazione del giovane giornalista, impelagato in un giro di gioco d’azzardo (la leggenda narra che, alle volte, anche il direttore qualche puntatina da diecimila Lire su chi avrebbe vinto le partite di calcio la piazzava). E Bertarelli annotava tutto su un quadernetto che sapeva leggere solo lui. Ma per il giovane Massimo, l’anziano Indro – papà professionale di molti dei settantenni di oggi (all’epoca fresche leve armate di pesanti Olivetti) – ha fatto molto di più: gli ha offerto non solo un posto di lavoro, ma un luogo di libertà. Il Giornale era la famiglia di Bertarelli.

E dal Giornale in cui aveva iniziato a collaborare sin da ragazzo non sarebbe mai uscito: la vecchiaia non aveva alterato il suo umore di burlone e garbato giornalista. Il Giornale era la sua vita. Ci andava anche alla domenica. «Ho lavorato di media cinquanta domeniche su cinquantadue; e a Natale venivo a vedere il portone chiuso, con il rimpianto di non poterci entrare» mi aveva detto meno di sei mesi fa. «E ho amato il Giornale fino alla commozione.»

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su L’Osservatore)