giovedì 5 dicembre 2019

Il Dragone non fa abbastanza paura


Lasciamo da parte l’evidente imbarazzo di Pechino per le vicende hongkonghesi che non hanno ancora visto chiare soluzioni da parte di Xi Jinping: la Cina è in evidente frenata economica. Dopo decenni di eccezionale crescita, il 2019 segna per il Dragone il primo “vistoso” declino dell’economia; questa, tuttavia, ben lungi dall’essere considerata in crisi. In prospettiva futura, a fronte delle sfide e al netto della guerra commerciale con gli Stati Uniti, la diga economico-sociale del gigante asiatico terrà? Altrimenti detto, la Grande Muraglia – 8800 chilometri di edificazione contro le invasioni nemiche, pensata strategicamente per vedere lontano e utile ammonimento per lo straniero che tenta di valicarla – difenderà ancora la Cina?


La Cina si è arricchita molto negli ultimi anni: tra il 1979 e il 1983, circa ottocento milioni di cinesi registrarono un aumento del loro reddito del settanta per cento. Sotto le riforme di Deng Xiaoping, l’agricoltura crebbe dell’otto per cento, il settore industriale del dodici. Xiaoping abbandonò – a parole – l’arsenale verbale anticapitalista di stampo maoista e nel 1979 proclamò in pompa magna che «arricchirsi è glorioso»: è con lui che la Cina – la nuova Cina – è diventata la potenza che vediamo oggi. È allora, se vogliamo, che la Cina poneva le basi per rappresentare in termini economici un “problema” per l’Occidente. La grande fabbrica del mondo ieri; il grande consumatore oggi. Quello che tuttavia è rimasto invariato rispetto a tale transizione è il ruolo dello Stato – fuso con il Partito Comunista Cinese – signore dell’economia (un altro tipo di “mano invisibile”, non quella di Adam Smith), che ha coordinato lo sviluppo da Pechino con fare autoritario: mischiando (il peggio del) capitalismo e Comunismo.

Ma l’autoritarismo – come testimonia la vicenda degli uiguri dello Xinjiang – era ed è sempre stato una caratteristica dei vertici della società cinese. Ne Le linee rosse Federico Rampini ha scritto che nella repubblica popolare «non c’è nessuna simpatia per le minoranze, un’ondata nazionalista conforta il regime e sostiene la repressione militare.» Con la modifica costituzionale dell’autunno 2017, Jinping ha abolito i vincoli di mandato: corruzione, repressione, purghe, censura, controllo di Internet hanno preso corpo nella quotidianità di molti cittadini. La via dei diritti umani in Cina è in tutta in salita: e il regime è in grado di inclinarne ulteriormente il livello, di fronte alla semi-impotenza della comunità internazionale. In sempre più parti del paese, il governo usa il riconoscimento facciale su suolo pubblico e scheda le persone, conferendo al Dragone le sembianze di tirannia orwelliana.

Tornando all’economia, tra il 1999 e il 2001 la Cina negoziava l’entrata nell’Organizzazione Mondiale del Commercio: la membership cinese nelle organizzazioni internazionali è passata dal settantuno nel 1977 a 1163 nel 1997. E inizialmente, nonostante l’interventismo di Xiaoping, la repubblica restava comunque poverissima – in ascesa, ma pur sempre indigente – e perciò il WTO disegnò norme ad hoc per il gigante asiatico, ossia agevolazioni protezionistiche. Regole mai cambiate, che sono – tra le altre cose – all’origine dei notevoli surplus accumulati dal Dragone e quindi oggetto di lamento delle altre economia (Stati Uniti in primis).

Il rapporto economia-protezionismo in Cina è antico: i dazi voluti da Washington danneggiano i cinesi, ma in primo luogo i cittadini americani, costretti a pagare di più lo stesso prodotto per sostenere il pesante macigno tariffario. Occorre ricordare che nella guerra commerciale – non solo in quella tra Washington e Pechino – ci sono dei limiti ai dazi: in molti settori cruciali (specie nell’alimentare) sono già al venticinque per cento. L’obiettivo di quelli americani – che stanno raffreddando non solo l’economia cinese e tedesca, ma anche quella statunitense – non è solo commerciale (cioè ridurre lo squilibrio tra USA e Cina accumulato negli anni): è anche il tentativo di rallentare Pechino in termini di produzione tecnologica, l’area dove si giocherà il futuro dell’economia.

Il rapporto tra Cina e Stati Uniti è d’altra parte molto complesso (il valore di beni e servizi tra Stati Uniti e Cina era di un miliardo nel 1980 e centoventi miliardi nel 2000). Ne Il potere è noioso, Alberto Forchielli ha scritto che gli americani «spendono per fare le guerre, mentre la Cina con un decimo dei soldi compra i paesi. È una strategia più intelligente, più efficace […] Comprare i paesi anziché bombardarli è più semplice, costa meno e non fa morti. I cinesi hanno capito tutto.» È anche così che la Cina è diventato il più grande grande mercato del mondo per tutta una serie di prodotti, sorpassando gli Stati Uniti nella produzione di birra (nel 2002), nelle automobili (2009), negli smartphone (2011). Comprare e comprare: comprare il più possibile. Il tutto nel silenzio più assoluto. E anzi: nell’ammirazione di molti, tra cittadini e governi, che firmano (dannosi) memorandum e guardano a Pechino come una fonte di sicurezza e stabilità; nonché esempio di successo economico.

Successo economico dettato anche dal fatto che la Cina non ha avvertito o quasi la crisi del 2007-2008: con lo Yuan basso, il Dragone è riuscito a gestire efficacemente le sfide che hanno gettato in stagnazione l’Occidente. Proprio nel 2011-2012 (crisi dell’Euro) la Cina si è dimostrata l’unica grande economia a crescere ad un ritmo invidiabile: basti pensare che tra il 2008 e il 2011 il PIL americano è cresciuto dell’1.8 per cento; quello cinese del diciotto. Dieci volte tanto. Negli ultimi quattro anni l’andamento del PIL cinese ha avuto un’oscillazione dello 0.8 per cento; la stessa percentuale che alcuni paesi europei hanno come obiettivo di crescita, mentre in Cina (fino al marzo 2019), la crescita si è attestata al 6.4 per cento, secondo il Rhodium Group di New York.

Il mancato multilateralismo – premessa essenziale del libero commercio – è l’accusa principale di Washington nei confronti della Cina. In passato, ad esempio, questa inondava il mercato inglese di merci, ma non comprava nulla da Londra, la capitale del più grande impero della Storia. La Corona decise così di fare la più grande operazione di narcotraffico di sempre: invase il mercato cinese di oppio, con la benedizione di Sua Maestà. Per contro, la dinastia Qing – che era già in decadenza – cercò di opporsi al dilagare della droga tra i sudditi. Gli esiti furono drammatici per il gigante asiatico. La vicenda dell’oppio dimostra che la Cina è tutt’altro che invincibile, anche se il tempo e le cifre economiche registrate negli anni sono dalla loro parte. L’export cinese è passato da ventisette milioni di dollari nel 1985 a 148 dieci anni dopo; nel 2005 passò da 761 miliardi a 2.3 triliardi nel 2015 (fonte: WTO). Altrettanto preoccupante, se si guarda la storia economica cinese, è lo share che la Cina ha del PIL mondiale: 4.1 per cento nel 1988, 6.9 nel 1998, dodici nel 2008, 18.7 l’anno scorso.

Il ruolo più grande della Cina che interessa gli altri attori geopolitici è l’apparente irrefrenabile flusso di capitali che il Dragone ha predisposto in Occidente (questo calato negli ultimi anni e dirottato specialmente in Africa). Sul Corriere della Sera Danilo Taino ha scritto che «nel 2018 gli investimenti cinesi in Europa sono scesi del 40.5 per cento rispetto al 2017, da 29.1 a 17.3 miliardi di Euro. È una caduta del cinquantatré per cento rispetto ai trentasette miliardi del 2016. Il calo degli investimenti diretti si verifica anche negli Stati Uniti: dai massimi del 2016, 46.9 miliardi di dollari, ai 29.7 del 2017.» Ma nonostante questo, la presenza cinese in Occidente è allarmante. A partire dal 2020, ad esempio, con capitale quasi tutto cinese, verrà scavato un tunnel sottomarino di cento chilometri sul fondo del Mar Baltico, volto a collegare Tallinn con Helsinki.

Tutti gli investimenti costano, ma la seconda economia del mondo di debiti ne contratti per infrastrutture e istruzione. Qualcosa che i grandi e tradizionali attori geopolitici – Stati Uniti e Europa – sembrano aver messo da parte. Forse per paura – e l’Occidente non ne ha abbastanza nei confronti di Pechino –, forse per pigrizia, forse perché concentrati su altro. Ma in Cina sono pronti a combattere la competizione economica del futuro: e la Grande Muraglia li difenderà.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato su gli Immoderati)