lunedì 16 dicembre 2019

Il collasso della morsa comunista rumena


Cadevano come birilli i sistemi para-sovietici nell’Europa dell’Est, ma a resistere, almeno apparentemente, era uno solo: quello rumeno. E che resistenza: se tutti i figliastri dell’URSS si frammentavano nel sorriso dei popoli che dopo quasi quarant’anni ritrovavano la libertà, in Romania la rappresaglia del regime comunista nei confronti delle proteste di piazza fu feroce. Il 24 novembre 1989, due settimane dal crollo del Muro di Berlino, la Romania sembrava del tutto estranea al movimento violento delle placche geopolitiche dell’Occidente: quel giorno, Nicolae Ceaușescu pronunciò un discorso della durata dei sei ore davanti al quattordicesimo congresso nazionale Partito Comunista Rumeno e ai gerarchi. Tutt’altro che lungimiranti, questi si spellavano le mani in applausi – con l’orologio d’oro al polso, magari, mentre il popolo rumeno moriva di fame nelle campagne – per ornare di elogi il grande leader. Per l’ultima volta.

Proteste ovunque sul finire del novembre del 1989 in Romania. E l’apice venne toccato quando Ceaușescu diede l’ordine di sparare sulla folla a Timișoara, dove il 16 dicembre del 1989 diversi manifestanti si erano radunati per manifestare in favore del giovane pastore ungherese László Tőkés, critico nei confronti del regime. Fu una carneficina: i soldati uccisero a freddo settantatré persone; uomini e donne. La notizia raggiunse tutti gli anfratti del paese e cinque giorni dopo, il 21 dicembre, alle undici del mattino, scoppiò ufficialmente la rivoluzione rumena.

Il dittatore e il suo salvagente di burocratici e lacchè avevano i giorni contati. Ceaușescu comparve in piazza a Bucarest nel suo ultimo discorso ufficiale: il colbacco scuro, il cappotto nero con il collo d’astrakan, la voce rauca, il viso profondamente segnato dai suoi settant’anni, di cui troppi al potere come divinità assoluta. Ceaușescu non voleva rinunciare al trono d’oro zecchino che si era costruito in decenni di brutale tirannia. E poi dalla folla si udirono spari. Non quelli dei corpi di polizia, ma del popolo romeno esasperato: non erano passati neppure trenta secondi dall’inizio del discorso dal balcone del Palazzo del Comitato Centrale, quando un’ondata di proteste investì il saluto del grande leader. Leader che aveva capito che quel fermento non era a suo favore. Per la prima volta dopo decenni di tirannia, Ceaușescu si rese conto di essere impotente: occhi preoccupati e mano destra alzata per cercare di placare la vocalità popolare. Vedeva, dall’alto di un castello oramai sotto assedio, lo sgretolamento del suo regime; non riusciva a credere che nel momento in cui credeva di essere fieramente l’ultimo tiranno d’Europa dell’Est a reggere l’ultimo moccolo dell’illusione comunista, tutto stava precipitando.

Decise quindi di rientrare nel Palazzo: le televisioni di tutto il mondo erano puntate sull’incerto vecchietto – noto per il suo indomabile e staliniano carisma – che negli anni “floridi” del regime era stato ignorato, per poi essere contestato a partire dai primi movimenti di protesta polacca. Iniziò così la rivoluzione: anarchia; un “liberi tutti”. Auto in tutte le direzioni, spari ovunque, carri armati in strada, urla. Alle dodici, l’“Eroe degli eroi” – o il “Genio dei Carpazi”, come amava definirsi – tagliava la corda con un elicottero che prolungò la sua vita terrena per altri quattro giorni. Il giorno dopo, il 22 dicembre, venne proclamata in extremis la legge marziale. Il dittatore era in panico: in passato, le rivolte le faceva sopprimere dando l’ordine ai suoi corpi speciali, con il sorriso di aguzzino e gli occhi porcini.

Balbuziente, megalomane, avido, tirannico: con la Securitate – Gestapo rossa, composta anche da bambini orfani allevati come polli da batteria per spiare gli oppositori e non dare nell’occhio – aveva gettato il paese in uno stato di perenne terrore. I servizi segreti comunisti rumeni erano micidiali: ricompensati con tutta una serie di privilegi garantiti a chi, per il regime e il sacro vessillo con falce-martello-trattore, uccideva e torturava il proprio popolo. Tirapiedi che il Conducător aveva meticolosamente piazzato nelle articolazioni dello stato-partito (e partito-stato) e aveva invitato alla sua tavola imbandita negli anni passati. In decine di dimore private, Ceaușescu e la moglie Elena Petrescu – che si auto-conferiva titoli simil-Nobel quando aveva sì e no la licenza elementare – avevano ospitato gli alti gerarchi della Securitate in lunghi pranzi campagnoli: violini in sottofondo, fagiani appena cacciati, bevute allegre, giochi a palla, cordiali chiacchierate. In un paese dove la gente comune trascorreva le ore in fila nel freddo per poche calorie razionate.

Negli anni, a interloquire con il tiranno rumeno, diversi capi di Stato (occidentali e non), convinti che – vista la relativa autonomia della Romania da Mosca – il regime di Ceaușescu non fosse poi così male. Famose le foto del Presidente con Richard Nixon, Gerald Ford e Jimmy Carter; poi Jacques Chirac, Helmut Kohl, Indira Gandhi; fino ai colleghi comunisti Mao Zedong, Kim Il Sung, Fidel Castro, Erich Honecker. I grandi – e piccoli – leader erano stati in qualche modo ingannati di Mosca e dal dittatore dei Carpazi, dal fatto che – in accordo con l’Unione Sovietica – la Romania non aveva aderito alla repressione della Primavera di Praga, il 20 agosto 1968. Non stupisce tuttavia la – relativa – spontaneità dei moti di popolo rumeni, nel tardo 1989, quando, con un mese e mezzo di ritardo rispetto alle realtà contigue del Patto di Varsavia – e all’epoca trent’anni di immobilismo comunista venivano smantellati in pochi minuti – rialzò la testa. E in maniera violenta: quella rumena fu l’unica rivoluzione cruenta del 1989.

Amedeo Gasparini

(Pubblicato per neXtQuotidiano)