mercoledì 13 novembre 2019

La democrazia del post-‘89


Il crollo del Muro di Berlino ha cambiato la Storia: chiudeva quella passata – composta dall’orrore culminato con la Shoah, quindi lo stallo glaciale “a colpi di geopolitica” tra USA e URSS – e apriva quella futura, all’insegna della democrazia e del benessere. L’emancipazione di milioni di individui che si liberarono – occorre ricordare visti incongrui odierni parallelismi – pacificamente e autonomamente da chi li aveva umiliati per quasi mezzo secolo oltre cortina tramite le varie Stasi o Securitate (vere e proprie Gestapo da secondo Novecento) segnava l’inizio di una nuova epoca. Di un nuovo concetto di democrazia. L’orologio della Storia, mai immobile, portava le sue lancette verso per un nuovo ciclo per il Vecchio Continente.


Sabino Cassese ha scritto sul Corriere della Sera (29 settembre 2019) che oggi «le democrazie godono di buona salute […] Ma esse sono continuamente percorse dalla tensione tra concentrazione e diffusione del potere, hanno bisogno di ribilanciarsi periodicamente.» Agenti interni ed esterni continuano a minacciare le democrazie europee (sia quelle più datate che quelle “fresche” post-Muro): ventate di autoritarismo e sciovinismo eco-politico da una parte; indebolimento sponsorizzato da stati esteri dall’altro.

Più che di “debolezza” della democrazia, occorrerebbe parlare di “vulnerabilità” della medesima: “debolezza” è riferito a qualcosa che funziona poco e male; “vulnerabilità” vuol dire d’altra parte che l’oggetto in questione lavora correttamente, ma è possibile preda di infezioni. E nell’incertezza che deriva dalla vulnerabilità della democrazia, secondo il lento pendolo della Storia, è fisiologico che emergano fantasmi dal passato e ripensamenti in merito all’efficacia della democrazia stessa. Ad esempio, «quando una potenza egemone declina» – ha scritto Angelo Panebianco (Corriere della Sera, 29 luglio 2019) riferendosi agli Stati Uniti – «essa cessa di essere disponibile a sostenere ancora il “multilateralismo” […]» stabilito con gli alleati di un tempo. E si racchiude in se stessa.

Malinconie e sensi di nostalgia dei “bei tempi che furono” (appunto, “che furono”, cioè non più riproponibili nelle stesse dinamiche nei contesti odierni) sembrano affliggere in particolar modo il rapporto tra democrazia e politica. Questa, percepita sempre più lontana dai cittadini, appare molto più sotto attacco di quanto non lo sia per certi versi la democrazia stessa. Ancora Panebianco (22 settembre 2019): «La stabilità di una democrazia dipende da tre cose. Il radicamento sociale dei partiti è una di esse. Così come lo sono le tendenze in atto […] alla radicalizzazione degli elettorati o alla de-radicalizzazione. Così come lo è […] l’assetto istituzionale complessivo.»

Le istituzioni preservano la democrazia: non è smantellandole demagogicamente dall’interno o cercare di manometterle dall’esterno che si risolvono i problemi degli assetti democratici. Dall’89 il concetto stesso di democrazia è uscito molto più rafforzato: la speranza è che le turbolenze che affliggono l’ordine democratico siano di passaggio, ma in linea con il percorso di benessere e libertà iniziato trent’anni fa a Berlino.

Amedeo Gasparini