mercoledì 13 novembre 2019

Crollo del muro italiano


Con la caduta del Muro di Berlino del 9 novembre 1989 anche il Partito Comunista Italiano – il più grande partito comunista d’Europa in termini di voti, nonché di vastità di strutture annesse e dipendenti – sentì la necessità di staccarsi dall’esperienza socialista-sovietica; anche se è pur vero che il Comunismo italiano era sempre stato diverso da quello russo. Alcune ipocrisie vennero sorpassate, altre diversità messe in luce, ma la storia del Gramscian-Comunismo – nato a Livorno dopo la scissione nel 1921 col PSI – si chiuse con la data che, secondo Eric Hobsbawm, rappresentava la fine del “secolo breve”.


Nel suo Le parole della politica Gianfranco Pasquino spiega che inevitabilmente il Muro «cadde addosso anche ai partiti comunisti occidentali che troppo e troppo a lungo avevano continuato ad elogiare, con sempre maggiore ipocrisia, i successi del Comunismo realizzato […] Quasi tutti i partiti comunisti occidentali cercarono, troppo tardi e spesso in maniera poco convincente, di distanziarsi dall’Unione Sovietica, ma soprattutto dal Comunismo in quanto tale». Tutti i partiti comunisti erano costretti a cambiare pelle: in senso formale e di contenuto.


La maggioranza dei dirigenti del PCI avrebbe deciso – non senza polemiche e drammi di ogni genere – di aprire al cambiamento (più o meno formale, sostanziale e valoriale a seconda delle interpretazioni) di nome prima e assetto poi. Una rivoluzione per il “monolite eterogeneo” (che, pur sempre molto diversificato, non ammetteva correnti al suo interno); lo sfidante numero uno della Democrazia Cristiana. La cosiddetta conventio ad escludendum non aveva “consentito” al PCI di raggiungere una maggioranza parlamentare che aprisse la strada verso Palazzo Chigi: ad eccezione del notevole risultato alle elezioni amministrative del 1975 e delle politiche del 1976 – mai il partito di Botteghe Oscure si avvicinò alla maggioranza elettorale. Sono molti i comunisti che spiegavano che l’Italia era un paese “moderato”.


In visita in un quartiere di Bologna – la cosiddetta Bolognina – l’ultimo segretario del partito fondato da Antonio Gramsci, Achille Occhetto annunciò la possibilità eventuale e futura – cosa che poi avvenne – di introdurre una nuova definizione per l’ex PCI. «Può accadere di tutto», ha spiegato ai due cronisti che si erano recati alla manifestazione partigiana a cui l’ideatore della “gioiosa macchina da guerra” aveva preso parte. Di lì a poco, dopo congressi, veleni, riflessioni e scissioni nacque il Partito Democratico della Sinistra. Falce e martello erano alla base del simbolo; alle radici di una rigogliosa quercia verde.


Era il 12 novembre 1989. Trent’anni fa. La Bolognina segna la travagliata fine del Partito Comunista Italiano, cosa impensabile fino a quale anno prima ed impensabile per alcuni anche anni dopo. Il mondo disegnato a Yalta si stava frantumando. E l’Italia, che da allora in poi contò sempre meno nello scacchiere politico mondiale, non era da meno: frontiera dell’Ovest con l’Est; una striscia di terra nel centro del Mediterraneo. Il suo destino era quello di separare mondo libero – criticabilissimo, ovviamente – da mondo oppresso.

Amedeo Gasparini