venerdì 22 novembre 2019

Anatomia del totalitarismo e del genocidio


«Ogni totalitarismo è figlio della guerra», perché «la guerra è l’ossigeno che permette al potere totalitario di respirare, di penetrare nella sua strategia di conquista e di tradurre il tutto in energia offensiva.» Il totalitarismo è un nemico sempre in agguato, avverte Dario Fertilio, nel suo Il virus del totalitarismo; una piccola guida, un manuale per riconoscere sin dallo stato ancestrale le prime metastasi del dispotismo assolutistico all’interno – e non solo – delle democrazie europee. Un nemico che non dorme mai e cresce accanto ai cittadini. E cresce velocemente, se non siamo in grado di recidere per tempo le sue radici velenose all’interno della società liberal-democratica. «Non c’è vita senza malattia», spiega l’autore. Esistono però gli anticorpi: questi, da sviluppare per ottenere una scorza umana solida e dura; resistente ai totalitarismi e alle pulsioni illiberali, sempre presenti in certi strati sociali. Tappare i pori di pelle e mente alle sirene del totalitarismo – che fa sempre uso di un seducente messaggio di facile comprensione – è (quasi?) sempre possibile.

Fertilio è preciso nella sua ricostruzione del discorso attorno al totalitarismo. Ne rivela le contraddizioni e gli aspetti ambigui; nonché i lasciti storici. L’esempio è quello del Fascismo: «da un lato antiborghese, socialisteggiante, anticapitalistico e dall’altro compromissorio nei confronti della monarchia, della Chiesa cattolica e della proprietà privata». Il totalitarismo – o le dittature “all’acqua di rose” o i sistemi autoritari o le democrature stesse (termine coniato dal grande amico-ispiratore di Fertilio, Enzo Bettiza) – mischia una serie di istanze – politiche eco-sociali-politiche di destra e di sinistra – e tende a conquistare tutto l’apparato sociale. O meglio: tutti coloro che si fanno conquistare.

Nelle loro opere di studiosi, politologi come Carl Friedrich e Zbigniew Brezinski hanno spiegato quali fossero le caratteristiche essenziali di un totalitarismo e Fertilio le commenta una ad una. Al primo posto, il monopolio incontrastato dello Stato sull’economia: catturata la linfa vitale che è il vettore di beni e servizi di cui i cittadini fanno uso, si ha per definizione il controllo assoluto su di essi e sui loro bisogni. Una sudditanza in balia del grande Stato che detta i ritmi, crea e soddisfa le necessità di tutti. Uno Stato che cura il cittadino dalla culla alla tomba, con una massiccia e obbligatoria iniezione di propaganda quotidiana. Secondariamente, è importante che nel suolo dove sorge il germe totalitario venga piantata con violenza un’ideologia ufficiale, che – proprio i semi con le buche – riempie le menti di milioni di individui. L’ideologia dà una missione a chi non l’ha: favorisce il non pensiero e il non-pensare. Legittima ogni barbarie: è, in fondo, una vera e propria religione.

Altro elemento che definisce il totalitarismo è quindi il controllo del potere da parte del partito (l’unico) rigido e verticale; che guarda al leader come divinità assoluta. Il dominio del Partito-Stato sui mezzi di comunicazione e degli strumenti di coercizione è altresì importante. Il sistema totalitario deve assicurare la totale eguaglianza nella società: essa dà forza al suddito e perfeziona la sua nuova identità. Il sistema sociale totalitario è «garante del benessere generale benché nemico di ogni – sempre sospetta – forma di originalità, indipendenza intellettuale, vocazione a crearsi da sé la propria fortuna», scrive Fertilio. Infine, il metodo: l’uso del terrore in tutto e per tutto all’interno della vita sociale degli individui. «Proprio perché, fingendo di assecondarle, il totalitarismo in realtà violenta le leggi naturali, il consumo di energie che esige è talmente elevato da rendere impossibile una sua lunga, indefinita durata: così, dopo qualche decennio al massimo, emergono infallibilmente i primi segni del declino».

L’ultimo ingrediente per il totalitarismo perfetto, ma non meno importante, è l’applicazione di un controllo illimitato della polizia sui cittadini. Un corpo dello Stato formato da cittadini, a cui vengono affiancati i “reparti speciali” – le varie Gestapo e KGB – addetti alla spietata caccia all’uomo. «Gli armeni. Gli zingari. I tedeschi del Volga. Gli italiani di Dalmazia. I tartari in Crimea. I musulmani in Bosnia. E poi gli ebrei, nei forni crematori di Hitler. Ultimi da citare e primi da ricordare, per l’unicità dell’Olocausto attuato con un metodo, razziale e industriale insieme, che non ha eguali. Unico dunque sì, e tuttavia paragonabile a qualsiasi altro: perché i milioni di prigionieri sepolti sotto la neve o la polvere di Siberia non meritano un posto più in basso nell’altare del ricordo.»

Continua Fertilio: «Dal Ruanda alla Cambogia alla Jugoslavia, dall’Indonesia alle Isole Salomone al Messico, il secondo ventesimo ha lasciato dietro di sé una interminabile scia di sangue. È il secolo delle tenebre.» E ancora: «Holodomor, Shoah, pulizie etniche, sterminio degli infedeli non sono accidenti tragici della storia, ma pratiche del tutto funzionali ai processi totalitari.» Al regime totalitario serve per forza il braccio armato dell’ethnic cleansing: le vittime che cascano nella sua morsa, sono i gladiatori disarmati nell’arena di Roma. Con la folla che urla e schiamazza. Una corrida della morte. «Un genocidio può avvenire anche senza uno specifico virus totalitario l’abbia innescato […]» E in troppe occasioni la Storia dell’umanità ha dato prova di come le cause che portano alla distruzione di un popolo e di un’etnia siano molteplici. E specialmente assurde. Anche senza il senno di poi.

Amedeo Gasparini