sabato 30 novembre 2019

1989, la grande bancarotta (fraudolenta) dei regimi comunisti


Il 9 novembre di trent’anni fa il Muro di Berlino si sgretolava nella vergogna ai piedi della Storia. Era finito il cosiddetto “secolo breve”. Con il crollo della cortina di ferro finì simbolicamente la Guerra Fredda e la lunga ed estenuante divisione in blocchi, per cui (secondo le logiche di Yalta), essenzialmente, o si stava con il primo mondo – gli Stati Uniti e il Patto Atlantico – o con il secondo – l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia –; o di qua o di là. E anche in Italia il cosiddetto “Ottantanove” ha avuto impatti rilevanti: l’evento è tra le maggiori cause della transizione che poi porterà al nuovo assetto politico, la cosiddetta Seconda Repubblica.


Nel novembre 1989, «il Comunismo reale ammetteva il suo definitivo fallimento», come ha scritto Gianfranco Pasquino nel suo Le parole della politica: la caduta del Muro di Berlino non rappresentava solo la liberazione di milioni di persone dalla terribile esperienza del più o meno diretto dominio sovietico e del Socialismo reale, ma anche il via libera della comunicazione tra Est ed Ovest. Siamo lontani dai tempi dell’uso massiccio di Internet, ma le (molte) notizie e l’informazione iniziarono a girare proprio allora, dalla caduta delle frontiere e dei controlli sulla comunicazione interpersonale. Tre decadi fa, i cittadini di Berlino Est e quelli di Berlino Ovest iniziarono la demolizione non solo fisica del Muro, ma anche l’abbattimento delle frontiere comunicative: l’accelerazione digitale nella vita degli individui è stata avviata anche dalla fine del mondo diviso in blocchi. L’89 è anche questo: uno spartiacque tra analogico e digitale.

A trent’anni dagli eventi che hanno plasmato una nuova Europa, quello che è chiaro – specialmente nei paesi che di lì a poco avrebbero aderito all’Unione Europea – è che le nazioni già sotto il mantello comunista dell’Est oggi stanno molto meglio rispetto a quanto non lo fossero sotto Mosca (nonostante il fatto che – complice forse il troppo benessere raggiunto in certe sacche dell’Occidente – molti sostengano il contrario). Continua Pasquino: «I regimi autoritari cambiano quando non sono capaci di controllare lo sviluppo, economico, sociale e anche politico, che produce pluralismo e che spinge, grazie a una popolazione divenuta più esigente, verso transizioni alla democrazia. Il totalitarismo comunista, non soltanto a causa della sua ideologia, ma anche attraverso la propaganda dei dirigenti, aveva promesso di costruire l’uomo nuovo e, soprattutto, di garantire sviluppo, prosperità e il sorpasso dell’Unione Sovietica sugli Stati Uniti d’America».

Caduta del Muro” vuol dire anche questo: un palese richiamo non tanto del trionfo del capitalismo, ma al fallimento comunista, che nei regimi dell’Est (ma anche su scala globale) era declinato in diverse forme e connotazioni a livello istituzionale. Il Comunismo di Stalin era diverso da quello di Nikita Krusciov, che a sua volta era diverso da quello di Leonid Brežnev, a sua volta ancora era diverso da quello di Mikhail Gorbaciov. Il Comunismo di Alexander Dubček era diverso da quello di Gustáv Husák. Il Comunismo di Mao Zedong era diverso da quello di Deng Xiaoping. Il Comunismo di Wojciech Jaruzelski era diverso da quello di János Kádár. Il Comunismo di Erich Honecker era diverso da quello di Nicolae Ceaușescu. Il Comunismo di Ho Chi Minh era diverso da quello di Tito Broz. Il Comunismo bulgaro era diverso da quello coreano, così come quello cambogiano era diverso da quello del Laos.

Ci sono stati diversi tipi di Comunismo: nessuna sua declinazione in diverse nazioni e in diversi periodi storici ha portato benefici che prometteva al cosiddetto popolo di riferimento. Nessuno. Solo terrore, oppressione, sevizie, miseria e morte. Non c’è mai stato un Comunismo “buono” nella pratica: ecco perché con la caduta del Muro cade un Comunismo – quello “moderno”, sovietico-gorbacioviano – ma a ruota lo seguono gli altri comunismi, colpevoli di essere arrivati alla fine della Storia e aver fallito nelle loro contraddittorie premesse. Quello che in effetti cambiava tra un regime comunista e l’altro era essenzialmente l’intensità di violenza nella repressione e negli spiragli di libertà lasciata ai sudditi; ai “proletari”, ai “compagni” adulati dai gerarchi e i grigi ometti di partito che, sazi di cibo e ideologia, affamavano milioni di individui poveri e vittime di purghe, carestie e malattie.

Risuona quindi quasi denigratorio e insolente il tentativo di aggrapparsi ad un “ideale” utopico di Comunismo, quando decine di comunismi sono stati applicati in diverse forme in diversi paesi per tutto il secolo breve, con i disastri che troppi ancora oggi negano (o non hanno il coraggio di ammettere). Chiunque dica – come molti hanno sostenuto sotto la bandiera con la falce e il martello in Occidente – “noi eravamo diversi”, si appella ad un qualcosa che non esiste, che non è esistito e che non può esistere: non c’è stato un solo Comunismo da cui distanziarsi con la scusa di volerne semplicemente “un altro”, uno “diverso”, uno “migliore”, ma ce ne sono stati a decine in tutto il mondo, in tutti i periodi storici, in varie declinazioni e a mutevole intensità negli apparati sociali. E tutti hanno fallito con danni difficili da digerire per i nuovi cittadini emancipati dalla morsa totalitaria. In Occidente e non solo, d’altra parte, troppi hanno creduto nella grande illusione che arrivò a capolinea della Storia trent’anni or sono: il 1989 è la grande bancarotta (fraudolenta) dei regimi comunisti; l’ammissione di un tracollo, una disfatta, un naufragio. Un fallimento.

Amedeo Gasparini