sabato 30 novembre 2019

1989, la grande bancarotta (fraudolenta) dei regimi comunisti


Il 9 novembre di trent’anni fa il Muro di Berlino si sgretolava nella vergogna ai piedi della Storia. Era finito il cosiddetto “secolo breve”. Con il crollo della cortina di ferro finì simbolicamente la Guerra Fredda e la lunga ed estenuante divisione in blocchi, per cui (secondo le logiche di Yalta), essenzialmente, o si stava con il primo mondo – gli Stati Uniti e il Patto Atlantico – o con il secondo – l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia –; o di qua o di là. E anche in Italia il cosiddetto “Ottantanove” ha avuto impatti rilevanti: l’evento è tra le maggiori cause della transizione che poi porterà al nuovo assetto politico, la cosiddetta Seconda Repubblica.

venerdì 22 novembre 2019

Anatomia del totalitarismo e del genocidio


«Ogni totalitarismo è figlio della guerra», perché «la guerra è l’ossigeno che permette al potere totalitario di respirare, di penetrare nella sua strategia di conquista e di tradurre il tutto in energia offensiva.» Il totalitarismo è un nemico sempre in agguato, avverte Dario Fertilio, nel suo Il virus del totalitarismo; una piccola guida, un manuale per riconoscere sin dallo stato ancestrale le prime metastasi del dispotismo assolutistico all’interno – e non solo – delle democrazie europee. Un nemico che non dorme mai e cresce accanto ai cittadini. E cresce velocemente, se non siamo in grado di recidere per tempo le sue radici velenose all’interno della società liberal-democratica. «Non c’è vita senza malattia», spiega l’autore. Esistono però gli anticorpi: questi, da sviluppare per ottenere una scorza umana solida e dura; resistente ai totalitarismi e alle pulsioni illiberali, sempre presenti in certi strati sociali. Tappare i pori di pelle e mente alle sirene del totalitarismo – che fa sempre uso di un seducente messaggio di facile comprensione – è (quasi?) sempre possibile.

domenica 17 novembre 2019

Václav Havel e gli eroi del risorgimento di velluto


In occasione del ventennale dal sacrificio umano di Jan Palach in Piazza San Venceslao a Praga, nel gennaio del 1989 un piccolo gruppo di cittadini e studenti sfidò il regime comunista cecoslovacco: tra di essi c’era anche l’allora noto (alle autorità) dissidente e drammaturgo Václav Havel. Che, a testa alta, manifestò in onore del martire della libertà; auto-immolatosi come fecero diversi monaci contro la Guerra del Vietnam – bruciandosi vivi – nel gelido inverno di due decenni prima. Le proteste che poi sfociarono nella pacifica rivoluzione di velluto del 17 novembre 1989 iniziarono mesi prima – a Praga e Bratislava – nella Repubblica Socialista Cecoslovacca, compressa a Nord dalla Polonia e dalla Germania dell’Est e a Sud dall’Ungheria: intrappolata geograficamente nel cuore del Socialismo reale e legalmente del Patto di Varsavia.

venerdì 15 novembre 2019

Cultura e libertà alla Václav Havel Library


Frequenti gli eventi, uno ogni tre-quattro giorni, alla Václav Havel Library, la biblioteca situata nel cuore magico di Praga – in Ostrovní 13 – e collegata idealmente con le manifestazioni del Forum 2000, la piattaforma del dialogo intra-interculturale, per il rispetto dei diritti umani e della libertà, fondata nel 1996 dallo stesso Václav Havel, insieme al premio Nobel Elie Wiesel e al filantropo giapponese Yōhei Sasakawa.

mercoledì 13 novembre 2019

Crollo del muro italiano


Con la caduta del Muro di Berlino del 9 novembre 1989 anche il Partito Comunista Italiano – il più grande partito comunista d’Europa in termini di voti, nonché di vastità di strutture annesse e dipendenti – sentì la necessità di staccarsi dall’esperienza socialista-sovietica; anche se è pur vero che il Comunismo italiano era sempre stato diverso da quello russo. Alcune ipocrisie vennero sorpassate, altre diversità messe in luce, ma la storia del Gramscian-Comunismo – nato a Livorno dopo la scissione nel 1921 col PSI – si chiuse con la data che, secondo Eric Hobsbawm, rappresentava la fine del “secolo breve”.

La democrazia del post-‘89


Il crollo del Muro di Berlino ha cambiato la Storia: chiudeva quella passata – composta dall’orrore culminato con la Shoah, quindi lo stallo glaciale “a colpi di geopolitica” tra USA e URSS – e apriva quella futura, all’insegna della democrazia e del benessere. L’emancipazione di milioni di individui che si liberarono – occorre ricordare visti incongrui odierni parallelismi – pacificamente e autonomamente da chi li aveva umiliati per quasi mezzo secolo oltre cortina tramite le varie Stasi o Securitate (vere e proprie Gestapo da secondo Novecento) segnava l’inizio di una nuova epoca. Di un nuovo concetto di democrazia. L’orologio della Storia, mai immobile, portava le sue lancette verso per un nuovo ciclo per il Vecchio Continente.

sabato 9 novembre 2019

Addio al Muro della vergogna


La fine di un’utopia: il grande inganno che a Berlino aveva preso la forma di un massiccio muro di cemento rinforzato dal filo spinato e dalla terra di nessuno presidiata dai Vopos, crollò il 9 novembre di trent’anni fa nella polvere dei calcinacci della Storia. Il grande “impero del male” – citando Ronald Reagan, che in qualche modo contribuì a distruggerlo –, plasmato a partire dalle idee di Karl Marx e Vladimir Lenin, vedeva crollare il suo fiore all’occhiello – la DDR – dopo tre decenni in cui tentò di nascondere le sue vistose crepe e le contraddizioni eco-sociali. Obbligando milioni e milioni di individui alla fame e alla paura: e parliamo di Berlino Est, non dell’ultimo paesino sperduto della Transilvania.