giovedì 31 ottobre 2019

Saga Brexit e caos: dolcetto o scherzetto?


Non sappiamo ancora cosa rappresenterà nel lungo termine Brexit per il Regno Unito e l’Europa. Altro che “Downtown Abbey”: la saga “Brexit” (rinnovata almeno per il 31 gennaio prossimo) continua a catturare l’attenzione degli agenda setters di tutto il mondo. Nel giorno di Halloween – quando Londra avrebbe dovuto staccarsi da Bruxelles – è legittimo chiedersi se l’esito dell’uscita dall’Unione sarà una pillola allo zucchero o uno scherzetto di cattivo gusto. Legittimi sono i dubbi di chi sostiene che l’uscita del Regno Unito sarà un disastro; non tanto per il continente europeo – che perde uno Stato rilevante – quanto per il Regno Unito stesso. Questo, da sempre un membro riluttante dell’Unione, nonostante nel 1942-43 Winston Churchill suggerì lo sviluppo del Vecchio Continente in un nuovo progetto (concentrato in particolar modo tra Francia e Germania), su modello americano: gli “Stati Uniti d’Europa”. Gli attriti con l’Unione – specialmente con la Francia di Charles De Gaulle che impedì a Londra per ben due volte di entrare nella Comunità Economica Europea (EEC) – sono stati una costante del Regno Unito.

Sorprendente, quindi, che la difesa dell’appartenenza di Londra all’Europa – e meno all’Unione Europea – sia stata presa da figure come Margaret Thatcher, fiera avversaria di Bruxelles, che in un convegno a principio degli anni Duemila disse: «Noi britannici siamo eredi della cultura europea tanto quanto lo sono tutte le altre nazioni. I nostri legami con il resto d’Europa, il continente Europa, sono stati un fattore dominante nella nostra Storia. Per trecento anni siamo stati parte dell’Impero Romano e le nostre mappe riportano le linee dritte delle strade che i romani costruirono.» E ancora, per far capire il ruolo del Regno Unito nell’Unione, questi «non sogna una qualche pigra e isolata esistenza ai margini della Comunità Europea. Il nostro destino è in Europa, quale parte della Comunità. Ciò non vuol dire che il nostro futuro appartenga solo all’Europa.» “Pigra e isolata esistenza ai margini”: a detta di molti critici della cosiddetta Brexit, è questo quanto spetterà ai britannici.

Nonostante le radici europee dell’isola e l’enfasi impiegata – come quella della Iron Lady – nel distinguere Europa e Unione Europea, il referendum del 26 giugno 2016 ha messo in forte crisi la Gran Bretagna, che per oltre tre anni si è arrovellata su come uscire – in maniera soft o hard – dall’Unione, andando a finire ben presto in un vicolo cieco, perdendo quindi tre anni cruciali per l’economia occidentale e non solo. I motivi? Gran parte domestici: con un turnout del settantadue per cento dei votanti, nel 2016 Scozia e Irlanda votarono per restare nell’Unione (sessantasette e sessantatré per cento). Il Galles e l’Inghilterra invece no: Londra votò per il “Remain” al sessanta per cento; evidentemente il suo ex sindaco Boris Johnson non era tra quelli.

Gli intellettuali di mezzo mondo si scatenarono sulle pagine dei giornali. Memorabile l’intervento di Bernard-Henri Lévy sul Corriere della Sera all’indomani del referendum indetto da David Cameron, in cui definiva gli artefici della Brexit “populisti” e “demagoghi” (e vabbe’, passi), ma poi anche “cretini” e “ignoranti”; identificando gli sponsor internazionali dell’operazione di rottura tra Regno Unito ed Unione Europea – Donald Trump, Marine Le Pen e Vladimir Putin – dei “nuovi reazionari”, degli “incompetenti”, dei “sovranisti ammuffiti”. Semplicemente dei “volgari” (e poi ci si chiede come mai il cosiddetto popolo voti “contro” le cosiddette élite).

Dimessasi Theresa May, a Downing Street è arrivato il controverso Boris. Che, sconfitto in quasi tutte le recenti votazioni a Westminster, ha ottenuto qualche giorno fa l’agognato via libera per le elezioni politiche in dicembre. Chiunque risulterà vincitore delle elezioni natalizie – con l’evidenza che queste siano solo concentrate su Brexit – tra BoJo e Jeremy Corbyn, altro non potrà fare che dialogare con Bruxelles. Gli interrogativi più importanti sull’uscita di Londra sono i rapporti con l’Unione Europea in termini di libera circolazione delle merci e delle persone (fronte esterno), mentre dal punto di vista interno la più scottante emergenza riguarda l’aspetto doganale (gli accordi tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica del Sud del 1997 potrebbero essere messi in discussione). Inizio delle dogane vuol dire che tutto ciò che entra e tutto ciò che esce dal Regno Unito dovrà essere sottoposto al controllo delle frontiere: le merci sì potranno circolare liberamente, ma i ritardi causati dalle ispezioni porteranno “l’orologio commerciale” indietro di decenni, provocando incresciosi ritardi. Cosa che nell’era della globalizzazione e della corsa verso il progresso è, quantomeno, masochistico.

Dal fronte europeo, si temeva il “contagio Brexit”, ma dopo tre anni e tre proroghe per l’uscita dall’Unione di Londra, anche i più accaniti nemici di Bruxelles si sono acquietati: l’onda cosiddetta “populista” sembra si sia già arrestata nelle elezioni del tardo maggio scorso. E per fortuna – fortuna dei più deboli abitanti dei Paesi che in assoluto ne pagherebbero il conto più salato – l’uscita massiva dalla UE di molti dei suoi Stati non è avvenuta: altro che “Italexit”, “Frexit” o “Grexit” (nessuno va più in giro con magliette o felpe “Basta Euro”, perché forse ha capito, dopo anni, che l’uscita dall’Eurozona sarebbe nociva in primis per il suo elettorato).

Problema disinnescato per ora: l’incapacità della metropoli sul Tamigi di uscire sbattendo la porta per rivolgersi verso l’Atlantico senza “lacci e laccioli” europei si è rivelata un’impresa molto più ardua del previsto. L’Unione Europea – dipinta come austera, cattiva, matrigna, pasticciona, burocratica – tiene e le risposte – lente – che ha dato in termini, per esempio, di immigrazione hanno aiutato a spegnere – per il momento – l’argomento demagogico par excellence dei partiti cosiddetti populisti. Nessun partito populista sostiene oggi seriamente un’uscita dall’Europa.

Nonostante abbia scritto un libro su Churchill, Boris Johnson non è uno statista. Rimangono ancora aperti gli interrogativi sugli esiti di Brexit – saga infinita – e i risultati delle elezioni (che inevitabilmente si trasformeranno in una sorta di referendum non solo sull’inquilino del numero 10, ma anche sulla durezza o meno dell’uscita del Regno Unito dall’UE). Oggi è il 31 ottobre, la festa di Halloween. L’uscita di Londra dall’Unione sarà un dolcetto o uno scherzetto? Probabilmente un insieme dei due: una pillola, un confetto di zucchero, ma amaro.

Amedeo Gasparini