mercoledì 9 ottobre 2019

Marshall: uomo e piano


Lo aveva presentato all’Università di Harvard nel giugno del 1947: un grande piano di assistenza economica per l’Europa. George Marshall – l’inventore dell’omonimo piano, capo di Stato maggiore nell’esercito americano ed in seguito segretario alla Difesa nel secondo governo di Harry Truman, Premio Nobel per la Pace, morto sessant’anni fa – credeva che fosse necessario assicurarsi l’alleanza stabile dell’Europa dell’Ovest finanziando ed aiutando le nazioni in ginocchio dopo sei anni di Seconda Guerra Mondiale.

Visto anche il surplus commerciale americano del Dopoguerra, vennero così stanziati 12.7 miliardi di dollari dal 1948 al 1951 a gran parte dei paesi europei, sfigurati da una guerra che per la seconda volta in quasi trent’anni li aveva distrutti. L’Europa occidentale crebbe quindi con la stampella del dollaro americano, ma i finanziamenti arrivarono anche a paesi come Norvegia, Svezia, Svizzera e Turchia, in futuro fuori dall’UE. I maggiori beneficiari degli introiti furono, nell’ordine, Regno Unito, Francia, Italia e Germania dell’Ovest, seguiti da Paesi Bassi e Belgio (non a caso, i paesi che, assieme al Lussemburgo, formarono la CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio nel 1951).

L’erogazione di danaro prevista dal piano – ufficialmente “European Recovery Program”, nell’ambito della Dottrina Truman – era intesa a stimolare le economie europee sommerse, ma il tutto non avvenne gratuitamente. Gli Stati Uniti preparavano il terreno per il coordinamento dell’Europa dell’Ovest fino alla fine del secolo. In altri termini, il piano Marshall fu anche un investimento americano su suolo europeo. Gli States conoscevano l’“asset” occidentale: nel breve termine non avrebbe fruttato – Dresda venne rasa al suolo nel 1945 –, ma nel lungo i dividendi, in termini non solo d’influenza ma anche di libero commercio import ed export, sarebbero arrivati. Fu quindi il piano Marshall che aiutò una prima liberalizzazione dei mercati europei, nonché la costruzione della futura Comunità Europea (il Consiglio d’Europa e la NATO erano nati nel 1949), così come la modernizzazione dell’industria e l’apertura verso un grande commercio comune.

Il piano Marshall venne sospeso all’inizio degli anni Cinquanta: quando scoppiò la guerra di Corea i finanziamenti statunitensi dovevano essere condotti verso un conflitto che durò tre anni. I repubblicani erano particolarmente contrari alla spesa, così come lo erano i sovietici, che (ironia della Storia) imposero ai paesi sotto la loro ala – come l’Ungheria e la Romania che, anche se per breve, erano stati alleati del Terzo Reich – una sorta di piano Marshall al contrario: un maxi-risarcimento per l’invasione hitleriana del 1941.

C’è dibattito in merito ai benefici del Piano Marshall: ha senza dubbio aiutato le fragilissime economie europee, ma d’altra parte, almeno all’inizio, ne ha drogato la crescita. Altri ancora hanno sostenuto che l’aiuto monetario fosse troppo elevato; posizione sostenuta forse con giusta causa, visto che il “gendarme del mondo” investì nel complesso dal 1945 al 1953 quasi quarantacinque miliardi di dollari nel pianeta tra aiuti e prestiti.

Amedeo Gasparini