mercoledì 9 ottobre 2019

BR, tra favole e abbagli


«Il giornalismo è lotta, propaganda, missione che non cerca pantofole salvatrici né successi finanziari, ma insegue la vittoria morale delle idee che ha nel cuore, per le quali si vive e si combatte. E se occorre, si muore.» Scriveva così Eugenio Torelli-Viollier – fondatore del Corriere della Sera – nel 1876. Lotta, propaganda e missione: vocaboli non estranei a molti giornalisti che nell’Italia degli anni Settanta davano la vita (metaforicamente e talvolta letteralmente) per l’informazione; in molti casi, più o meno inflazionata dall’ideologia.

Negli Anni di Piombo, il giornalismo era in parte vera e propria militanza: la testata per cui un giornalista scriveva era l’elmetto della trincea delle idee. Giornalismo non era solo – come oggi, purtroppo – imbastire una notizia: era viverla, subirla, respirarla; sperimentarla anche sulla propria pelle nei casi più estremi. Già: gli estremi. Anche politici: quelli che sembravano dominare nell’Italia del “un morto a settimana”. E quando l’estremismo diventa la “norma”, è facile lasciarsi prendere dall’entusiasmo e dall’approssimazione. Da un “sentirsi parte di qualcosa di più grande”.

Il 23 febbraio 1975 il quotidiano Il Giorno pubblicava l’editoriale di una delle star del giornalismo di allora, Giorgio Bocca. Il tema? L’imperare del terrorismo rosso. L’autore de Il Provinciale aveva composto un increscioso elzeviro (i cui contenuti, si rivelarono del tutto falsi e fuorvianti). Il titolo, già di per sé, avrebbe dovuto mettere in guardia il lettore: “L’eterna favola delle Brigate Rosse”. Scrisse Bocca: «A me queste Brigate Rosse fanno un curioso effetto, di favola per bambini scemi o insonnoliti; e quando i magistrati e gli ufficiali dei CC e i prefetti ricominciano a narrarla, mi viene come un’ondata di tenerezza, perché la favola è vecchia, sgangherata, puerile, ma viene raccontata con tanta buona volontà che proprio non si sa come contraddirla.» Un abbaglio tremendo.

Tuttavia, Bocca non fu il solo di primo acchito a minimizzare il fenomeno delle BR. Dopo la morte Giangiacomo Feltrinelli, Camilla Cederna – che in un suo altro capolavoro giornalistico scrisse che il commissario Luigi Calabresi aveva interrogato l’anarchico Giuseppe Pinelli «per settantasette ore ininterrotte» – s’improvvisò addirittura detective. «Nessuno potrà mai ammettere che un uomo come Feltrinelli (pur così ideologicamente confuso) si arrampichi di notte su un traliccio a metter bombe a duecento metri da un capannone della sua casa editrice». In effetti, il compagno “Osvaldo” (era questo il nome del facoltoso imprenditore che “giocava” a fare il proletario) stava proprio tentando di sabotare i tralicci di Segrate, ma rimase vittima della sua stessa bomba.

«Purtroppo il giornalismo è raramente la prima stesura della Storia», commenta Federico Rampini in Quando inizia la nostra storia (e si può chiamare giornalismo la minimizzazione di fenomeni gravi piuttosto che la difesa aprioristica e faziosa?). «Più spesso è la versione sbagliata, approssimativa, fuorviante, che rischia di essere stravolta o capovolta quando ne sapremo di più.» Non ci volle molto per smentire sia Bocca che Cederna.