giovedì 26 settembre 2019

L’Europa e il fascino discreto (e letale) della Russia


La Russia non può vantare molti amici. Molti degli stati satelliti dell’ex Unione Sovietica si sono ribellati alla casa madre, che sperava – intimamente – di conservare un legame politico più intenso con paesi quali Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Romania e Bulgaria. Tutte nazioni abbastanza ostili al Cremlino e al suo leader Vladimir Putin. Per non parlare dell’Ucraina – guidata dall’ex comico Volodymyr Zelensky – che nel 2014 si vide sottrarre la Crimea sul Mar Nero (da qui le note sanzioni). E se molti degli ex paesi del Patto di Varsavia – che comunque conservano importanti relazioni economiche con la Federazione – prendono le distanze da Mosca, alcuni paesi europei sembrano strizzare l’occhio al gigante asiatico.

Gigante malinconico, potremmo dire, visto che la Russia fatica – dopo l’89 e, in special modo, dagli anni Dieci del Duemila – ad avere un “pieno riconoscimento” internazionale. Il dieci per cento dei cittadini più ricchi detiene l’ottantasette per cento della ricchezza del paese; Mosca ha un PIL molto inferiore all’Italia e allo Stato di New York. Un super-stato tale quasi solo per la sua estensione geografica che esercita un fascino magnetico. De facto, una (ex) superpotenza (fino ad un certo punto però: negli anni Sessanta c’erano sessanta auto ogni mille abitanti, mentre negli Stati Uniti 781).

La Russia vorrebbe contare di più nello scacchiere geopolitico internazionale. D’altra parte, come ha scritto su Limes Pietro Figuera, «è sbagliato credere che gli interessi russi agiscano esclusivamente in funzione anti-UE e anti-NATO […] I sovranisti sono alleati tattici, certamente utili nell’attuale confronto con l’Occidente, ma non necessariamente leale e affidabili nel lungo periodo. L’orizzonte del Cremlino resta composto dagli stati, non dai loro provvisori governi.» A portare avanti il progetto di una nuova “grande Russia” – o quanto meno di una Russia che tenta di rimanere a galla nelle tempeste della globalizzazione e il vento in poppa della Cina – ci pensa poi un leader deciso e risoluto, che conosce tattica e strategia, che sa aspettare, che ha mire espansionistiche e che nelle relazioni con Washington e Pechino – in Turchia e nel Medioriente – gioca un ruolo ambiguo.

Putin, il cosiddetto “uomo forte”, piace: uomo dalle mille stagioni, deciso e autoritario, dominus della scena politica internazionale da quasi un ventennio, beneficiario di maggioranze bulgare alle “elezioni” politiche – viene raffigurato spesso come un modello vincente da partiti antisistema in Europa. Batte i pugni sul tavolo, ma silenziosamente, a differenza del dirimpettaio statunitense. Donald Trump è sì a capo della prima – e unica – superpotenza mondiale, ma il sistema dei checks and balances – e quel piccolo fastidio chiamato “democrazia” – non gli consente un potere assoluto di cui sembrerebbe godere lo zar russo (ad esempio, la banca centrale russa prende ordini direttamente dal Cremlino, mentre l’antitrust è un sotto-ufficio del governo di Mosca).

In un intervento sul Corriere della Sera del luglio scorso Angelo Panebianco ha scritto che «tentare di spiegare le simpatie per la Russia equivale molto spesso a tentare di spiegare la forza dell’antiamericanismo. Le due cose sono collegate: l’apprezzamento per la Russia è quasi sempre, se non sempre, il tentativo unito all’ostilità per gli Stati Uniti […] Nel caso italiano ha certamente giocato un antico pregiudizio di origine cattolica nei confronti dei paesi protestanti. Ma ha giocato soprattutto, una forte e diffusa ostilità per quelle istruzioni della modernità occidentale che sono l’economia di mercato e la democrazia rappresentativa.» Continua Panebianco: «Molti hanno semplicemente paura della libertà» e «preferiscono di gran lunga il dispotismo alla società libera.»

Non è un caso che la Russia cerchi in tutti i modi di influenzare la politica domestica europea finanziando – più o meno apertamente – molti dei movimenti sovranisti. Al Cremlino non interessa molto l’istanza identitaria portata avanti dal partito nazionalista di turno (è Putin stesso che per ovviare alla mancanza ideologica dovuta alla caduta del Comunismo, sfodera in Russia l’arma nazionalista della Storia patria). A Mosca interessa sostenere i movimenti cosiddetti populisti perché qualora questi vincessero le elezioni politiche indebolirebbero indirettamente l’Unione Europea e l’Europa. Il risultato? Una Russia più forte. È sovranismo indebolire il proprio paese – il proprio continente e il proprio mercato di riferimento – per essere sempre più legati ad altri sistemi geopolitici (sulla quale democraticità molti esprimono, tra l’altro, forti dubbi)?

Come afferma il professor Timothy Snyder nel suo libro The Road to Unfreedom, l’Unione Europea non nasce tanto per aggregare uno spirito riflessivo post-Seconda Guerra Mondiale, quanto per formare a piccoli passi un mercato unico e una facilità di commercio tra stati mentre questi perdevano le loro colonie. Perdendo i domini d’oltremare, i paesi europei – reduci da una guerra costata oltre cinquanta milioni di morti – si sono trovati in difficoltà: il principio elementare de “l’unione fa la forza” è stato applicato nel lontano 1946. Da allora fino ad oggi: l’intento, era quello di far fronte alle “tentazioni” autoritarie da Est.

Oggi la missione sembra non essere cambiata. E i continui tentativi di indebolire l’Unione – accendendo fuochi all’interno dei suoi stati membri – è la prova di tentativi di affermarsi da parte di coloro che dell’Occidente non sono stati mai veramente “amici”. E quindi, più che chiedersi come mai la Russia esercita un fascino magnetico nei confronti di larghe porzioni dell’elettorato, bisognerebbe domandarsi cosa spinge quei settori a sostenere cause che, in fin dei conti, ci rendono deboli e, diciamolo, alla mercé di Mosca. Non è, in fin dei conti, elettoralmente masochistico offrire appoggio – e, a livello partitico, ricevere appoggio – alle sirene che vogliono destabilizzare il continente in cui viviamo?

Amedeo Gasparini