domenica 1 settembre 2019

Gleiwitz, la fine di un’escalation


Si può davvero pensare che la Polonia – neo-Stato, nato alla fine della Prima Guerra Mondiale – abbia provocato la grande e potente Germania da costringere quest’ultima ad invaderla, il primo settembre di ottant’anni fa? Negli anni si è detto anche questo: la Polonia avrebbe provocato il gigante nazista (famelico di “Lebensraum”), costringendolo ad “intervenire” a seguito di diverse e gravi aggressioni. Un completo e volgare depistaggio, come ben testimonia la deposizione del Ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop al giudice sovietico Roman Rudenko al processo di Norimberga: «L’attacco alla Polonia era inevitabile, in seguito all’atteggiamento delle altre potenze».

Il 31 agosto 1939 un piccolo corpo di soldati tedeschi, travestiti da soldati polacchi, prese il controllo della stazione radio di Gleiwitz trasmettendo un messaggio antitedesco, ma le emissioni erano polacche. Artificiali le reazioni di sdegno del governo di Berlino che aveva già schierato da diverse ore al confine con la Polonia un contingente della Wermacht pronto ad invadere l’ex Ducato. Arrivò dunque l’ordine di procedere con l’attacco: alle 4:45 del giorno successivo ebbe inizio l’operazione “Caso bianco” (“Fall Weiss”); il maxi-inganno che servì come pretesto per l’invasione della Seconda Repubblica polacca. E fu l’inizio della guerra.

L’invasione tedesca della Polonia – un antico desiderio, quello nazista, di riprendersi le vaste aree della Prussia orientale che il Terzo Reich non aveva mai fatto mistero, tra l’altro, di voler aggiungere ai suoi domini, proprio a partire dal corridoio di Danzica – è la prima (e più nota) che anticipò quella sovietica. Difatti, il 17 settembre, conformemente alla clausola segreta del patto Molotov-von Ribbentrop del 23 agosto precedente per la spartizione della Polonia – silenziosamente, visto che la “Blitzkrieg” era già iniziata – l’Unione Sovietica conquistò senza fatica le repubbliche baltiche (indipendenti dal 1918) e la seconda metà polacca.

Se nella Grande Guerra l’Impero tedesco aveva combattuto al fianco di quello Austro-Ungarico, dissolto il secondo e indebolito il primo – che nel frattempo era diventato una repubblica – i nazionalsocialisti optarono per il “fai da te”: aggiunsero arbitrariamente nuovi territori alla “Grande Germania”. Prima della guerra il Reich era riuscito a ricostruire un impero (più austriaco che ungarico) saccheggiando tutti i territori che via annetteva. Deboli e fragili gli avvertimenti degli altri colleghi europei: le condanne della Società delle Nazioni inflitte alla Germania furono talmente modeste da non preoccupare gli “ariani” alla ricerca dello “spazio vitale” (questo, formalmente, la scusa per l’invasione a catena degli stati limitrofi).

Col senno del poi, sembra sempre più insostenibile affermare che «il male venne tutto di un colpo» o che «non ci si era accorti che». Quella nazista è stata sin dall’inizio un’escalation di violenza dopo violenza, annessione dopo annessione, per corroborare il potere dei dirigenti del NSDAP. Non poteva essere una sorpresa l’attacco alla Polonia: il “peggio” è arrivato molto presto, proprio nei primi mesi e anni del regime. I segnali e le premesse del disastro c’erano sin dall’inizio, con l’avvento al potere dei nazisti il 30 gennaio 1933, dopo elezioni sotto il segno di intimidazioni e violenze delle SA (Sturmabteilung) di Ernst Röhm.

Il campo di concentramento di Dachau venne aperto il 22 marzo 1933. Nel luglio 1933 venne emanata una direttiva del Ministro dell’Interno Wilhelm Frick che rese obbligatorio il saluto “Heil Hitler” per i dipendenti pubblici, nonché l’esistenza di un unico e solo partito in Germania. Il 27 febbraio il Reichstag andò in fumo per mano nazista: la colpa venne scaricata sui comunisti e il giorno dopo venne presentato al Presidente Paul von Hindenburg un decreto che aboliva le libertà costituzionali. Il 4 febbraio 1934 venne varato il decreto “Per la protezione del popolo tedesco” che prevedeva la messa al bando delle “notizie scorrette”. Il 30 giugno si tenne la notte dei lunghi coltelli, dove i membri delle SA (Röhm in testa) vennero trucidati. Il 19 agosto venne ratificata la fusione del ruolo di Cancelliere e di Presidente della Repubblica (von Hindenburg era morto il 2 agosto). Il 15 settembre 1935 vennero promulgate le leggi razziali (le leggi di Norimberga). Il 7 marzo 1936 la Wermacht marciò in Renania, regione che doveva essere demilitarizzata secondo le esplicite clausole del trattato di Versailles (evento filmato in pompa magna dal Ministero della Propaganda di Joseph Goebbels). Nel marzo 1938, l’annessione dell’Austria (a cui vennero sottratte ampie porzioni dell’esercito) e dei territori dei Sudeti; l’anno dopo, l’annessione di Boemia e Moravia (dove vennero saccheggiate le banche; mentre la Slovacchia divenne stretta collaborazionista dei nazisti sotto la guida di Jozef Tiso).

Nel settembre 1939, con l’invasione della Polonia – e lo stesso giorno venne emesso dall’Esecutivo di Berlino un decreto per la soppressione di vite indegne di essere vissute” il puzzle era ormai completo. L’invasione, partita dagli attacchi aerei della Luftwaffe di Hermann Göring, non segna solo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale, ma anche la fine – e la conseguenza diretta – della scellerata politica dell’Appeasment. L’appetito del Mago austriaco era insaziabile: il Führer era unappeasable e l’invasione del 1939 dimostrò l’impotenza degli istituti preposti alla pace, così come l’efficacia dell’industria bellica che la Germania si era – illegalmente – ricostruita. Come mai pochissimi si resero conto dell’espansione a macchia d’olio della macchina del male?

L’escalation fu piuttosto rapida e “qualcosa di irregolare” si verificò sin da subito nel Reich, sorvegliato speciale nel cuore dell’Europa. L’invasione della Polonia non può che essere vista come la naturale conseguenza della politica espansionista hitleriana, ma nessuno si accorse che per anni – dall’inizio del regime – nel vaso veniva versata, neanche troppo lentamente, goccia dopo goccia. L’episodio di Gleiwitz, il casus belli, il pretesto per completare il disegno egemonico nell’Europa orientale, fece traboccare il vaso. Era la fine di un’escalation del male: iniziò ben presto quella dell’orrore. Coperta dalla coltre del silenzio di molti.

Amedeo Gasparini