martedì 27 agosto 2019

Una donna in fiamme e un uomo solo


Era arrivato in Sardegna una decina di anni prima: aveva messo su casa; una fattoria, del bestiame. Lunghi i pranzi e le cene con amici e famiglia che da Genova prendevano il traghetto e lo andavano a scovare negli anfratti sardi. Fabrizio De André amava il suo eremo mediterraneo: un’azienda agricola, piante e vitellini, ovini e prodotti caseari. Il tutto allietato dalla sua musica e dalla sua chitarra: la pace delle montagne lo aiutava a scrivere i testi delle canzoni che avrebbe poi rifinito e registrato a Milano. Lavorare la terra scura e ritirarsi nell’entroterra settentrionale di Tempio Pausania era una scelta insolita per i cantautori allora: l’aria aperta, il paesaggio collinare e roccioso, il verde e la secchezza degli arbusti si conciliavano con il bisogno di sincera solitudine che De André cercava. Solitudine, attenzione, «come scelta, non l’isolamento, che è sinonimo di abbandono.»

giovedì 22 agosto 2019

Molotov-von Ribbentrop, un patto per la guerra


I dittatori non sono per la pace: usano il richiamo alla pace per prendere tempo e consolidare il loro potere. Avvenne così anche il 23 agosto di ottant’anni fa, quando a Mosca – la capitale dell’allora Unione Sovietica – il Ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop e il suo omologo russo Vjačeslav Molotov firmarono il patto che portava i loro cognomi: quello di non aggressione tra il Terzo Reich e l’URSS. I due ministri furono l’estensione della volontà dei governi che servivano e quindi dei loro spregiudicati tiranni. Nonostante Adolf Hitler avesse in odio i comunisti, strinse il patto. Naturalmente, era squisitamente ricambiato nel suo astio da Stalin e dalla sua cerchia: un patto di non belligeranza serviva ad entrambi.

giovedì 15 agosto 2019

Di Bonaparte, che divenne Napoleone


«Ei fu». Quando apprese della scomparsa di Napoleone Bonaparte, Alessandro Manzoni rimase profondamente colpito. Poco dopo, Il cinque maggio era pronto. Il tributo dell’autore de I promessi sposi onorava il generale che fece la campagna d’Italia, scuotendo e stabilizzando allo stesso tempo lo Stivale. Bonaparte infatti non solo donò il Tricolore al Belpaese, ma ne definì i confini, le linee che in oltre mezzo secolo dopo sarebbero state grossomodo confermate al momento dell’Unità. Duecentocinquant’anni fa – un quarto di millennio –, ad Ajaccio, nasceva il generale francese, definito da Sergio Romano – con la sua solita ponderatezza – come «un grande stratega e uno spregiudicato uomo di Stato, ma anche un riformatore impaziente e instancabile, sempre pronto a cogliere e a trasformare in leggi i suggerimenti che provenivano dai suoi migliori consiglieri».

giovedì 8 agosto 2019

Don Sturzo e lo statalismo malabestia


Tornò in Italia il 5 settembre 1946. Già rassegnato, stanco e anziano: più di cinquant’anni alle spalle e venti all’estero. Prima a Londra, poi a Parigi e a New York, dove conobbe Arturo Toscanini e Gaetano Salvemini tra gli altri. Il regime fascista lo aveva obbligato all’espatrio: Don Luigi Sturzo aveva fondato il Partito Popolare Italiano un secolo fa, ma l’intento di dar voce politica ai cattolici d’Italia – principale ed esplicita missione del movimento nato nel 1919 – si rivelò presto una minaccia per le mire totalitarie del Fascismo. «La libertà è come la verità» – disse Don Sturzo in un discorso del marzo 1925 a Parigi – «si conquista; e quando si è conquistata, per conservarla si riconquista; e quando mutano gli eventi e si evolvono gli istituti, per adattarla si riconquista.»