mercoledì 24 luglio 2019

India: economia e democrazia di un gigante silenzioso


Le recenti elezioni politiche in India hanno sottolineato come, nonostante le gelide o torride soffiate di autoritarismo in Asia (Russia e Cina su tutti, per non parlare del Medioriente), la democrazia abbia ancora un peso all’affacciarsi degli anni Venti del ventunesimo secolo. Un peso talmente importante da scomodare per trentanove giorni novecento milioni di elettori affinché si esprimessero nell’urna elettorale (circa un milione i seggi predisposti sul territorio indiano per le elezioni politiche). L’India, la più grande democrazia del mondo in termini di popolazione, gode di pochissima attenzione da buona parte dei media occidentali. Il che non vuol dire che sia irrilevante. Tutt’altro: il gigante silenzioso nel complesso lavora e produce operosamente, senza mai alzare i toni e vantare l’attenzione di soggetti geopolitici economicamente molto più deboli, come la Federazione di Vladimir Putin. Un BRICS (acronimo dei paesi sulla via di un grande sviluppo economico, Brasile-Russia-India-Cina-Sudafrica): un paese in via di sviluppo con davanti un futuro brillante in termini demografici ed economici.

Secondo i dati recentemente pubblicati dall’ISPI dopo la rielezione del Primo Ministro Narendra Modileader del vincente Partito del Popolo Indiano (BJP) – oggi l’India ospita circa un quinto delle persone che abitano il pianeta (1.33 miliardi). Ogni mese, circa un milione di persone entra nel mercato del lavoro (che poi questi riescano a trovarlo è un altro discorso). L’India è inoltre il quarto paese al mondo per numero di miliardari, il terzo per emissioni di anidride carbonica, il primo per emigrati e produzione di film (la parola “Bollywood” dice poco anche gli esperti del cinema europeo e americano, ma l’industry cinematografica indiana – la prima al mondo – vanta enorme attenzione e ricavi economici nel colosso del Oceano indiano).

Ed è la seconda volta, dopo i tredici stati che daranno vita agli Stati Uniti, che una ex colonia dell’(allora) onnipotente Regno Unito (da cui l’India è indipendente dal 1947) supera in termini di Prodotto Interno Lordo (PIL) l’ex madrepatria. Se nel 1989 il PIL britannico era di 1001 miliardi e quello indiano 299, trent’anni dopo – complice decisivo la globalizzazione – i due contesti economici si sono non solo parificati, ma invertiti: 2’830 miliardi il Regno Unito, 2’970 l’India. In termini di export (dati World Trade Organization) nel 2017 l’India esportava beni pari a 298 miliardi di dollari, subito dopo Svizzera (299), Regno Unito (445), Italia (506), Giappone (698), Germania (1’448), Stati Uniti (1’546) e Cina (2’263). Non a caso, l’immensa penisola è il paese che è cresciuto di più nel 2018 (7.3 per cento), seguito da Bangladesh e Vietnam (circa sette per cento). Per quanto riguarda l’import, sempre secondo il WTO, per l’India questo era pari a 447 miliardi di dollari, all’undicesimo posto dopo Italia (452), Corea del Sud (478), Paesi Bassi (574), Hong Kong (589), Francia (624), Regno Unito (644), Giappone (671), Germania (1’167), Cina (1’842) e Stati Uniti (2’409). Inoltre, secondo Eurostat, nel 2018 l’India aveva un deficit commerciale a suo favore con l’Unione Europea pari a 0.1 miliardi di Euro; 45.7 miliardi era l’export ue verso l’India, per importazioni pari a 45.8 miliardi.

Sebbene sia il potere d’acquisto a contare più cifra in termini assoluti, l’India è un paese in cui vige il salario minimo: se in Australia esso corrisponde a poco meno di quattordici dollari all’ora – in Germania 9.9, negli Stati Uniti 7.2 e in Cina 0.8 – in India è pari a 0.3. Secondo dati OCSE del 2015, il 13.6 per cento dei lavoratori lavorava più di sessanta ore alla settimana. E per quanto riguarda le spese militari in percentuale rispetto al PIL (una voce sempre importante nei grafici a torta del Prodotto Interno Lordo) nel 2018 l’India era all’ottavo posto (2.4 per cento), dopo Arabia Saudita (8.8), Israele, Pakistan, Russia, Stati Uniti, Colombia e Turchia; il che corrisponde a 67.6 miliardi secondo lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI).

Per quello che poi concerne la salute dei suoi abitanti (tema non indifferente visto il colossale numero di abitanti), l’India è un paese in cui solo il tre per cento della popolazione è obesa (Banca Mondiale); i cui cittadini, in media, spendono ottantaquattro minuti al giorno a mangiare e bere (OCSE; ai vertici – ça va sans dire – Francia 133 e Italia 127). Per quello che riguarda quindi i medici ogni centomila persone, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), per l’India la situazione è altamente drammatica: 4.2 in Germania, 3.6 in Cina, 2.5 negli Stati Uniti, 2.2 in Messico e Brasile, ma solo 0.75 per il gigante silenzioso.

Un ultimo indice che rivela molto dello “stato delle cose” di un paese è quello “mediatico”. Secondo il World Press Freedom Index, l’India – monitorata dal 2013 – non ha fatto che peggiorare il suo status in termini di libertà di stampa: nel 2016 era al 133esimo posto, nel 2017 al 136esimo, nel 2018 al 138esimo; quest’anno al 140esimo. Un’escalation che parla da sé. Rispetto all’anno scorso, dopo che sei (ma pare sette, secondo Reporters Without Borders) giornalisti sono stati uccisi nel paese, il 2019 – sotto questo profilo – non ha avuto, per ora, tragedie umane. Nel rapporto di quest’anno, RWB ha segnalato come i più a rischio siano testate – e quindi collaboratori – che non lavorano per media in lingua inglese. In altre parole, i giornalisti “locali” sono più a rischio di quelli della stampa estera o di quelli indiani che lavorano per la stampa straniera. E tra l’altro, a proposito di media, l’India è il terzo paese in termini di milioni di users di Instagram; cinquantanove; dopo Brasile – sessantuno– e Stati Uniti, centoventi. Il gigante a punta è il secondo paese al mondo per utenti di Internet, ma quanto la rete sia schermata o meno da infiltrazioni e controlli governativi – e gli istinti semi-autoritari dell’Esecutivo lo farebbero pensare – è difficile a dirlo. Un sistema come quello di identificazione biometrica Aadhaar, lanciato dal governo indiano già nel lontano 2010 con la scusa monitorare i servizi sociali erogati ai cittadini indiani, non è certo uno strumento che giova alla democraticità di un paese.

Amedeo Gasparini