venerdì 7 giugno 2019

1984: l’attualità tra libertà e sicurezza


Il Grande Fratello è ovunque: spia, controlla; entra nelle case, osserva insistentemente le abitudini di tutti; crea bisogni e dispensa risorse dall’alto della sua supremazia. Lui sa cosa è meglio per il popolo assoggettato al suo grande occhio. Il Grande Fratello è l’incarnazione del puro controllo: il volto misterioso che veglia tutte le strade della Londra distopica di 1984, il celebre volume scritto da George Orwell uscito in libreria l’8 giugno di settant’anni fa. Nel distopico – e dispotico – regno immaginato dall’autore di Animal Farm non c’è spazio per il libero pensiero: non c’è tempo di pensare, di chiedere il perché delle cose, di analizzare le storture sociali; o anche solo di dissentire dalla linea generale: quella della Fratellanza (Brotherhood) e del Partito(-Stato). Un perenne stato di allerta contro il nemico che può annientare la società, un sistema capillare di polizia – o meglio: “Psicopolizia”, Thought Police – che stana i dissidenti, la propaganda dall’alto, il lavaggio del cervello imposto a chiunque osi dissentire, i manifesti ovunque: il faccione del Grande Fratello che ti guarda. Tutta fantascienza?

Per molti nazioni, la seconda parte del Novecento altro non è stata che la perfetta manifestazione della società orwelliana, con la differenza che le realtà che si trovavano in paesi come l’Unione Sovietica – e satelliti sottomessi – ovviamente non erano frutto di mera distopia. L’uomo forte – e la sua cintura di oligarchi – che dispoticamente controlla tutte le diramazioni sociali si è materializzato eccome, ad esempio, nei paesi del Socialismo reale (e “dal volto umano”). Ancora oggi, molti simulacri di stati democratici si fondano sul controllo perenne degli individui nelle loro abitudini, un’inaccessibilità alle fonti di informazione corretta, un sistema di voto farlocco. Il tutto ben oliato dalla classica scusa di ogni regime nazionalista e (semi)totalitario: la sicurezza. Meno libertà per più sicurezza. D’altronde, come scrive Primo Levi ne I sommersi e i salvati «un regime disumano diffonde ed estende la sua disumanità in tutte le direzioni, anche e specialmente verso il basso; a meno di resistenze e di tempre eccezionali, corrompe anche le sue vittime ed i suoi oppositori.»

Distopia, si dirà … Un futuro – non precisato quanto futuro – quello di Orwell, dai tratti totalitari e oscuri: una semplificazione delle strutture sociali, una verticalizzazione del potere, un pensiero confezionato e versato nei cervelli come se questi fossero sul nastro trasportatore della fabbrica del consenso. Invece no: 1984 è tra noi, i Winston Smith – protagonista nel romanzo – degli anni Duemila. Già nel 1949, data di uscita del libro, Orwell aveva capito l’occulto, spasmodico e tormentoso controllo sociale che avrebbe caratterizzato la società di mezzo secolo dopo (non attraverso il Grande Fratello, ma tramite i big data). Nella Londra di 1984 regna brutalmente il paradosso, l’ingiustizia; una forma di Comunismo estremo e totalitario; un’uguaglianza nell’ignoranza che annienta la libertà. Non c’è spazio per il pensiero autonomo e indipendente. Chiunque pensi di scappare dal controllo dello Stato è destinato a perire: anche nella Stanza 101, l’ultimo tabernacolo dell’orrore orwelliano, dove le paure più recondite dello sventurato che varca la soglia prendono forma. E come dimenticare il Ministero dell’Amore, della Pace, della Guerra, della Verità; il due più due fa cinque; gli assurdi slogan “la guerra è pace”, “la libertà è schiavitù” e, il più tremendo di tutti i paradossi, “l’ignoranza è forza”?

L’ignoranza è certamente forza, per chi vuole regnare sulla massa che ne è affetta. Questa è molto facile da plagiare in funzione dei propri scopi. La folla in fermento si abbandona sempre alla semplificazione: l’individuo viene marginalizzato nel gorgo nel pensiero unico e nell’applauso soffocante dei suoi simili nei confronti del grande capo. E poi l’odio: un potente – ma effimero – collante sociale. Nel caso di 1984, l’odiato nemico del popolo era quell’Emmanuel Goldstein – né il nome né il cognome sono a caso, ovviamente, ma ben richiamano all’Antisemitismo dei dittatori che ispirarono Orwell – che forse non è mai esistito, ma che ad ogni modo serve come capro espiatorio. Il popolo di Nineteen Eighty-Four si deve sfogare quotidianamente contro chi è ritenuto essere il suo presunto oppressore. Che i “Due minuti d’odio” comincino dunque: ogni giorno, non importa quali attività si debbano interrompere, gli abitanti dell’Oceania – governata dal Big Brother – hanno il diritto-dovere di sfogarsi contro il “cattivo” (ebreo) oppressore. Impossibile per ogni cittadino sottrarsi allo sfogo: panem et circenses, per tenerli buoni e fedeli. Sul tema del nemico comune come collante del regime totalitario si è espresso in un suo editoriale del 24 maggio scorso sul Corriere della Sera Angelo Panebianco: «I nazionalisti fanno ricorso al più potente strumento di mobilitazione delle emozioni che si conosca: la costruzione del capro espiatorio. Individuare qualcuno o una qualunque entità come la causa dei mali che cu affliggono ha un doppio indiscutibile vantaggio: permette alle persone di indirizzare contro quel qualcuno o quell’entità la loro energia emozionale repressa, nonché di attribuire di altri, anziché a sé stessi, la responsabilità di quei mali.»

1984 è molto più attuale di Brave New World di Aldous Huxley – considerato maestro di Orwell – e più realistico di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury – considerato apprendista di Orwell –. Tutto sommato, nella società di 1984 gli abitanti dell’Oceania – in contrapposizione rispetto all’Eurasia e all’Estasia – non stanno neppure così male: cibo e lavoro garantito. Una vita felice, quella nell’ignoranza. Un popolo senza vera identità, del tutto ignaro di se stesso è la prima vittima di sé medesimo: non si rende conto che ha offerto il suo più grande bene, cioè la libertà, in cambio di una pace fittizia, che il più delle volte rappresenta una delega dei propri oneri ad altre alte figure. Sacrificando la libertà per la sicurezza la massa si auto-deresponsabilizza: non sente il bisogno di pensare. Chiunque poi ne sa di più – o è semplicemente non conformista – è un nemico e va riportato nel collettivo stato di ignoranza; là, dove è meglio manipolabile. E a furia di rimpastare il pensiero unico, tecnocratico e tirannico del Grande Fratello sul tavolo della propaganda e dell’uguaglianza forzata, il risultato non può che essere uno: amare il Grande Fratello. Amare la schiavitù: essere schiavi.

Amedeo Gasparini