sabato 29 giugno 2019

Oriana Fallaci: la donna che dava del tu al potere


Una volta Margaret Thatcher disse: «Essere potenti è come essere una donna. Se hai bisogno di dimostrarlo vuol dire che non lo sei». Oriana Fallaci non aveva certamente bisogno di dimostrare né il suo coraggio né la sua capacità di scrittura. Glielo riconoscevano e glielo riconoscono (quasi) tutti. Ha fatto un mestiere – a partire dagli anni Cinquanta – che veniva generalmente intrapreso da soli uomini ed è stata molto più eroica di molti di loro. Oggi avrebbe compiuto novant’anni: molti giornalisti meno acuti – e certamente meno dotati della spontaneità di penna e pensiero – hanno tagliato allegramente il nastro dei nove decimi di secolo, ma il prezzo è il vuoto che lasceranno dopo la loro morte. Oriana Fallaci invece ha lasciato un vuoto incolmabile, non solo nei suoi tanti lettori, ma nel panorama giornalistico-letterario nel suo complesso. Anche in quello internazionale. Il suo essere donna in un contesto di uomini – non solo i colleghi, ma quelli che senza pudore andava a intervistare in giro per il mondo – era l’altra faccia della medaglia della ribellione, dell’anarchia, dell’indipendenza della Signora. Per la parità di genere ha sempre lottato, ma voleva essere ricordata semplicemente come “scrittore”. Le parole significano quello che vogliono dire: non le interessavano le declinazioni che assumevano toni politici e che oggi sembrano essere l’unica missione di diversi movimenti progressisti. È quantomeno bizzarro d’altra parte definirla di “destra”, dal momento che per la libertà dal Nazifascismo ha combattuto in Centro Italia in età da treccine, in sella alla sua bicicletta di fragile metallo. O forse era ritenuta “di destra” solo perché si era distanziata dalla cultura scontata per una partigiana toscana …

martedì 25 giugno 2019

Il Giornale e la battaglia di una caravella liberale


Il 25 giugno di quarantacinque anni fa – era il lontano 1974 – a farsi spazio, poco per la verità, nelle edicole italiane, tra giornali decennali e brillanti settimanali, comparve un nuovo protagonista; un foglio quotidiano che avrebbe fatto discutere negli anni a venire. Una nuova pubblicazione che per molto tempo sarebbe stata subalterna rispetto ai vari Corriere della Sera o Stampa. Un lenzuolo cartaceo piegato e nascosto negli anfratti del cappottone – e non dell’eskimo – di chi si “azzardava” a comprarlo. Il Giornale di Indro Montanelli compie oggi il suo primo quasi mezzo secolo: per anni è stato l’orientamento quotidiano di un centinaio di migliaia e mezzo di lettori, che nello storico giornalista – e nei suoi illustri collaboratori – trovavano una bussola politica e culturale leggendo la “caravella liberale”; una piccola imbarcazione nata dal nulla, ma non sul nulla. Il Giornale non era semplicemente “il Giornale”: certo, era uno dei più ricchi in termini di firme illustri e internazionali, ma era pienamente identificato nel suo direttore, che gli conferiva un’indimenticabile energia e vitalità; anche nella vecchiaia più estrema. Per le città d’Italia si diceva: «Mi dia il giornale di Montanelli», quasi con un tono di sfida nei confronti dell’edicolante che, in diverse occasioni e specialmente nei primi anni, tentava di boicottarne l’acquisto.

martedì 18 giugno 2019

Un secolo dalla sciagura di Versailles


Spesso i trattati di pace sono la premessa per una nuova guerra. Il caso più recente e clamoroso di questi è stato quello firmato a Versailles, un secolo fa, il 28 giugno 1919. Il trattato sancì l’armistizio – e non la pace – tra la Germania e gli altri stati europei – fuorché gli altri ex imperi centrali – dopo la vittoria degli Alleati nella Prima Guerra Mondiale ed entrò in vigore il 10 gennaio 1920. Un’Europa che aveva visto sulla sua pelle e civiltà quanto fosse devastante una guerra moderna trascinava quanto rimaneva di se stessa nella maestosa reggia dei monarchi francesi per l’ufficiale e burocratica resa dei conti con gli avversari. Se Versailles è stato il simbolo dell’assolutismo dell’Ancien Régime, la Francia del Nord era diventata il simbolo della lacerante guerra di trincea, a confine con l’allora Impero Germanico – l’ultimo impero centrale che coerentemente chiese l’armistizio –, governato da Guglielmo II. Questi, un Kaiser poco amato dal suo popolo: difatti, fu l’ultimo a regnare nella grande federazione dei piccoli Länder e della grande Prussia.

giovedì 13 giugno 2019

Intervista a Massimo Nava


– Intervista a Massimo Nava

Lei ha iniziato giovanissimo a scrivere sui giornali, nel 1966, a sedici anni: come mai così presto?

La partenza è naturalmente casuale: frequentavo il liceo classico Parini a Milano, istituto di un certo valore, dove c’era un giornalino – diventato molto famoso poi nei moti del Sessantotto – di nome La zanzara. Ho quindi iniziato a lavorare in redazione e lì è nata la passione.

venerdì 7 giugno 2019

1984: l’attualità tra libertà e sicurezza


Il Grande Fratello è ovunque: spia, controlla; entra nelle case, osserva insistentemente le abitudini di tutti; crea bisogni e dispensa risorse dall’alto della sua supremazia. Lui sa cosa è meglio per il popolo assoggettato al suo grande occhio. Il Grande Fratello è l’incarnazione del puro controllo: il volto misterioso che veglia tutte le strade della Londra distopica di 1984, il celebre volume scritto da George Orwell uscito in libreria l’8 giugno di settant’anni fa. Nel distopico – e dispotico – regno immaginato dall’autore di Animal Farm non c’è spazio per il libero pensiero: non c’è tempo di pensare, di chiedere il perché delle cose, di analizzare le storture sociali; o anche solo di dissentire dalla linea generale: quella della Fratellanza (Brotherhood) e del Partito(-Stato). Un perenne stato di allerta contro il nemico che può annientare la società, un sistema capillare di polizia – o meglio: “Psicopolizia”, Thought Police – che stana i dissidenti, la propaganda dall’alto, il lavaggio del cervello imposto a chiunque osi dissentire, i manifesti ovunque: il faccione del Grande Fratello che ti guarda. Tutta fantascienza?