mercoledì 22 maggio 2019

Il ruolo della geopolitica


– Intervista a Lucio Caracciolo – 

Quando e come ha deciso di diventare giornalista?

Per caso. Quando Eugenio Scalfari fondò Repubblica creò un gruppo di sessanta giovanotti (abilitati a comprare le sigarette), che dopo un anno e mezzo sono entrati a pieno regime nel mondo giornalistico. A Repubblica ho fatto sette anni, ma poi ho smesso di fare il giornalista in senso stretto; ho preso qualche anno per l’università, poi ho ricominciato con MicroMega – rivista culturale – e dal 1993 con Limes.

Lei è laureato in filosofia.

Non credo che sia uno studio necessario per questa professione. Il giornalismo richiede certamente un certo grado di cultura, ma soprattutto – secondo me – il fisico. È un lavoro abbastanza massacrante, che prende almeno dodici ore al giorno (e infatti il motivo per cui ho smesso di farlo in maniera quotidiana è perché non mi lasciava tempo per fare altro). È un po’ come fare il medico: si può essere chiamati in qualsiasi momento.

Nel 1993 nasce Limes: perché?

Limes nasce dall’idea di un mio amico francese Michel Korinman, il quale era redattore in una rivista francese di geopolitica e un giorno mi propose di fare qualcosa di simile anche in Italia: capitammo in mezzo alle guerre jugoslave, cioè una fase in cui i temi geopolitici erano tornati di attualità. Non a caso le sue pubblicazioni sono iniziate con la fine della Guerra Fredda e l’inizio di altre rivalità nazionali.

Lei ha la percezione che gli italiani siano poco interessati all’estero?

Secondo me sono i giornalisti italiani che sono poco interessati agli esteri (infatti quasi tutti i direttori sono formati sulla politica interna), ma credo che nel suo piccolo Limes dimostra che se si dà un’offerta di prodotti abbastanza mirata e di qualità si può avere attenzione da parte del pubblico (ed effettivamente vedo che c’è molta attenzione da parte dei giovani). Non dimentichiamo che l’Italia è un paese fondamentalmente esportatore e quindi negli ultimi anni nel mondo economico-industriale il ragionamento geopolitico viene sempre più integrato nei discorsi di analisi geo-strategica.

Però se il mercato dei quotidiani non va bene, quello dei periodici va ancora peggio … 

Senza esagerare, Limes è messo piuttosto bene, ma anche perché è un mensile, una rivista che ha una sua nicchia specialistica.

Come valuta le nuove forme di giornalismo?

Fanno parte della realtà in cui viviamo: non si possono abolire. Diverse volte possono far riflettere sulla qualità, mentre altre volte possono essere uno stimolo … Non sono tra quelli che dicono di tornare indietro. Penso che sia un modo per conoscere più persone e avere un punto di vista differente. Chiunque può diventare giornalista se ha la voglia, il fisico e un minimo di capacità di scrittura.

Insiste molto sul fisico!

Fisico, ma anche psicologico, perché è un lavoro molto logorante, però è anche appassionate e divertente: a Repubblica ho imparato molto. Ho imparato a lavorare in velocità. Sono stato capo del servizio parlamentare e del servizio interno, ma il mio interesse per il mondo esterno l’ho maturato studiando molto la Germania (sui cui infatti ho fatto una tesi di laurea) e poi incontrando la geopolitica di matrice francese.