mercoledì 22 maggio 2019

Falcone: un uomo solo


Aveva compiuto cinquantatré anni da pochi giorni: e domani, 23 maggio 2019, ventisette anni fa, morì nel più atroce dei modi. L’esplosione di mille chili di tritolo scattò puntualmente come la lama della ghigliottina sul collo del prigioniero. Prima lo devastò e poi lo fece morire qualche ora dopo in ospedale, uccise la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, scardinò il manto autostradale come solo un atto di guerra può fare. Giovanni Falcone lo diceva: «La mia vita vale quanto il bottone di questa giacca.» Aveva deciso di guidare lui, quel tardo 23 maggio 1992, dopo il suo consueto ritorno da Roma nella sua amata Sicilia, ma l’esplosione nei pressi di Capaci spazzò via scientificamente e drammaticamente la prima auto – quella dei tre agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani – travolse la seconda con il magistrato, la consorte e l’autista Giuseppe Costanza, ferì i passeggeri della terza vettura di coda Angelo Corbo, Gaspare Cervello, Paolo Capuzza.

Le immagini legate alla Strage di Capaci hanno segnato una generazione: il cartello autostradale verde che indica Palermo, l’automobile in frantumi, la strada ridotta ad un cumulo di macerie, la gente sul posto. Confusione, paura: i media arrivarono poco dopo, quando iniziò una leggera pioggerellina su Palermo. Il 23 maggio 1992 segna la perdita di un grande italiano: Giovanni Falcone è uno dei martiri della Repubblica. Falcone è morto in piedi: in servizio; lui, autentico servitore dello Stato; lui che non si era fatto intimidire dalla feroce potenza di Cosa Nostra.

Egli rientra nel Pantheon dei grandi eroi italiani. Grandi post-mortem però, perché in vita anche Falcone è stato osteggiato nei più vigliacchi dei modi. L’isolamento che aveva avvertito a partire dall’interno della sua “corporazione” – quella dei magistrati – si è trasformato in un’imbarazzante e postuma venerazione per la vittima dopo la sua scomparsa. Che senso ha glorificare i morti, quando da vivi questi sono stati combattuti e non si ha dato loro fiducia? Che senso ha provare pietà per chi è morto in silenzio, con l’angosciante certezza di essere nel mirino mafioso da anni ed è stato investito dallo sdegno di molti colleghi? Uno solo: sciacquarsi la coscienza. Autentici lavandai di coscienze si sono susseguiti ad ergerlo – assieme al collega Paolo Borsellino, assassinato in una maniera altrettanto brutale il 19 luglio 1992 – come prestigioso uomo-simbolo delle loro battaglie verbali. Lui invece le battaglie le combatteva coi fatti: fino alla fine, fino ad ottenere la condanna per il Maxiprocesso in Corte di Cassazione il 30 gennaio 1992 contro centinaia di mafiosi. Mafiosi che non dimenticano: che generalmente non si pentono e sicuramente non perdonano. La paura di non riuscire a sconfiggere la Mafia era per Falcone ancora maggiore rispetto alla paura che questa esercitava con il pugno di ferro nella Sicilia del secolo scorso.

Auguri a Giovanni Falcone e a tutte le zone colpite –non quelle conniventi, ma quelle vittime – della malavita. Auguri a Giovanni Falcone, che qualche giorno fa avrebbe compiuto ottant’anni, ma la sua vita era già finita.

Amedeo Gasparini