venerdì 5 aprile 2019

Social, futuro e giovani secondo Enrico Letta

Giovani e futuro, ma anche demografia, cambiamento climatico, tecnologia e università. Sono queste le tematiche affrontate dall’ex Presidente del Consiglio italiano Enrico Letta nel suo libro Ho imparato. In viaggio con i giovani sognando un’Italia mondiale (il Mulino) presentato ieri sera presso la biblioteca comunale di Como. “Imparare”: un verbo, un’autocritica, un proposito; un sogno per l’avvenire e la ricerca di una politica che tenga per mano le generazioni. Una nuova politica rigenerativa, che sappia smascherare il cialtronismo imperante e semplificatore, quello che non si serve di cifre, ma bada esclusivamente e demagogicamente al proprio tornaconto. Da qui nasce il sogno di Letta: un’Europa diversa per un futuro diverso. Specialmente per i giovani. «Uscendo dall’Europa si trovano i diritti? O solidarietà? O pace? Ad ogni modo, l’Europa deve cambiare», ma la domanda è come. D’altra parte, «imparare» spiega l’ex inquilino di Palazzo Chigi «è una parola poco di moda: siamo in un’epoca in cui il metodo scientifico è contrastato», l’ignoranza trionfa e sapere più del prossimo diventa una colpa.

Il libro di Letta nasce dalla voglia di «comunicare la mia esperienza a contatto con i giovani.» L’errore che troppi alti papaveri della classe dirigente hanno fatto negli anni è stato «il non curarsi del terreno dei social media; una delle cause per cui non riusciamo a parlare ad una certa fetta di società. Imparo molto dai giovani e per loro è essenziale stare sui social. Uso Twitter, un social poco gettonato», ma di recente l’ex Parlamentare pisano ha adottato anche Instagram, «l’evoluzione naturale per una generazione che lavora sulle immagini e la parola orale.» Il tutto sui cellulari, depositi della nostra «seconda identità, rappresentanti di tutto ciò che siamo»; il fedele ologramma del nostro essere più intimo e interiore: il nostro smartphone – di produzione americana (Apple), cinese (Huawei) o coreana (Samsung) – ci conoscere meglio dei nostri partner o dei nostri genitori.

Enrico Letta ha quasi sentito un’esigenza nello scrivere Ho imparato: «Non posso assistere a quello che sta succedendo in Italia senza fare nulla» e nel silenzio – che alcuni sui successori al vertice dell’Esecutivo italiano avrebbero dovuto saggiamente intraprendere – ha prodotto un libro, utile per «combattere una battaglia culturale: far capire al lettore chi dice balle e cerca di raccontare il tempo che stiamo vivendo in maniera non corrispondente al vero.» Secondo Letta, bisogna illustrare pacatamente «le motivazioni per le quali il sovranismo è sbagliato.» Un esempio sui tutti? La grande alternativa all’Europa: la Gran Bretagna, impegnata nella tormentata uscita dall’Unione Europea. Una nazione che «si sta letteralmente suicidando» a detta dell’ex Premier, che si avventura in una profezia nei confronti dell’isola d’oltre Manica e della sua economia che, «tra dieci anni diventerà il cinquantunesimo stato degli Stati Uniti. Non si può stare da soli nel mondo globalizzato che si sta costruendo» e il paradosso di un paese che esce dall’Unione – ma che al contempo rimane nel mercato unico – è che esso «continuerà a sottostare alle regole europee, senza poter essere al tavolo delle trattative per poterle cambiare.» E poi, «cosa vuol diventare la Gran Bretagna?» si chiede Letta (e con lui mezzo miliardo di europei). Come la Svizzera fuori dall’UE, ma dentro l’EFTA e Schengen? Come la Norvegia fuori dall’UE, ma dentro l’EFTA, Schengen e l’Area Economica Europea? Oppure come la Turchia, solo nell’unione doganale?

Letta insiste molto sulla «necessità di una battaglia culturale, perché la società italiana è cambiata molto negli ultimi anni.» L’Italia infatti «non ha più un naturale accostamento alle tendenze tedesche, francesi, spagnole o in generale europee (come è sempre stato), ma sulla gran parte delle questioni l’idea italiana è più allineata a quella dei polacchi e degli ungheresi, i più antieuropei, sovranisti, nazionalisti.» Determinate e odierne risposte politiche – sebbene queste si definiscano antipolitiche – dette “populiste” sono in fondo anche il risultato di anni di fallimenti più o meno evidenti dei passati governi. Dal canto suo, Enrico Letta è ottimista: «Bisogna fare un’evoluzione e partire da un’idea. Far cioè capire alle persone stanche della politica tradizionale delle alternative. Non ha senso mettersi sulle rive del fiume e aspettare i cadaveri elettorali, perché nulla tornerà come prima.»