mercoledì 10 aprile 2019

Le olimpiadi hitleriane



Sotto il breve cancellierato di Heinrich Brüning la Germania – all’epoca meglio nota come la sofferta Repubblica di Weimar – venne scelta dal Comitato Olimpico Internazionale come paese che avrebbe ospitato i giochi olimpici del ‘36: non molti avrebbero immaginato che nel ‘33 (poco dopo la decisione del CIO), al potere sarebbe arrivato il caporale Adolf Hitler. E con l’affermarsi del Nazionalsocialismo (e le leggi di Norimberga del ‘35 per la “protezione del sangue e dell’onore tedesco” e l’automatica esclusione di ebrei e Rom dai giochi), molti paesi non solo erano inclini a boicottare l’undicesima edizione dei giochi olimpici, ma addirittura fecero esposti per un cambio di sede. Niente da fare: le Olimpiadi si sarebbero tenute comunque in piena Germania hitleriana. Quarantanove nazioni parteciparono, per un totale di quasi quattromila atleti: riluttanti in particolar modo erano gli Stati Uniti di Franklin Delano Roosevelt, che nonostante le già evidenti frizioni con il Reich a livello politico e diplomatico si qualificarono secondi in termini di medaglie conquistate nei giochi dopo la “grande Germania”.

Non essendo affatto appassionato di sport, il Führer dimostrò un’immediata riluttanza visto l’“obbligo” di dover ospitare e organizzare i giochi olimpici, questi – come gli suggerì Joseph Goebbels, il fanatico Ministro per l’Istruzione e la Propaganda – in fin dei conti un’occasione unica per illustrare plasticamente al mondo – amici e nemici, alleati ed avversari – la potenza della macchina ariana. Prospettiva, questa, che fece cambiare le idee al dittatore di origine austriaca che dalla popolarità dei giochi cercò di trarre il massimo vantaggio. Appassionatosi dell’iniziativa, Hitler fece investire molto nell’allestimento dei giochi, tanto è vero che diverse infrastrutture vennero fatte costruire a Berlino e dintorni (Döberitz, Kiel, Wannsee) per ospitare i ventuno sport.

Leni Riefenstahl – regista alla e della corte di Hitler – aveva impiegato meno di due anni ad accendere gli occhi degli spettatori e del mondo intero sulla Germania nazionalsocialista e il suo universo sportivo: in occasione delle fastose Olimpiadi la controversa regista fu la prima a puntare le telecamere sugli stadi e campi da gioco. Per la prima volta nella Storia, i giochi olimpici vennero ripresi dall’occhio delle macchine da presa che la squadra di Riefenstahl dispose negli stadi e nei palasport. Il Führer sapeva di potersi fidare della documentarista: i due erano amici e dopo “La vittoria della fede” (1933) e “Il trionfo della volontà” (1934) il sodalizio sfociò in “Olympia” (a tutti gli effetti il primo film sulle Olimpiadi, forse il più importante nel campo). Tre opere, quelle di Riefenstahl, che altro non fecero che propagare ancora di più la popolarità e il verbo – tradotto in immagine – del Nazionalsocialismo. 

Trentatré medaglie d’oro, ventisei d’argento e trenta di bronzo vennero conquistate dalla Germania; ventiquattro d’oro, venti d’argento e dodici di bronzo dagli Stati Uniti. Esiti che l’Occidente non avrebbe voluto vedere tradotti in politica nove anni dopo, quando ad avere la meglio fu Washington e non Berlino.

Amedeo Gasparini