giovedì 4 aprile 2019

Le furie e le avventure di Guido Piovene


In occasione del ciclo di conferenze “Archivi del Novecento” organizzato da Rete Due e dall’Istituto di Studi Italiani dell’USI, tramite gli intermezzi biografici e analitici della professoressa Sara Garau, si è tenuta ieri sera nell’Auditorium dell’ateneo di Lugano l’esclusiva proiezione di un’intervista realizzata nel lontano 1963 da Vittorio Sereni al giornalista e scrittore Guido Piovene per la RSI. All’epoca, l’occasione era la discussione tra i due letterati – e fumatori incalliti – sull’ultimo libro del romanziere, Le furie, opera controversa che non aveva ottenuto il premio Viareggio. I membri della giuria di allora – tra cui Pier Paolo Pasolini e Giuseppe Ungaretti – emisero un verdetto negativo per i trascorsi fascisti dello scrittore, portati dallo stesso all’attenzione del pubblico con La coda di paglia del 1962.

Nel filmato di oltre mezzo secolo fa, Sereni spiegava quanto quello di Piovene fosse «uno dei pochi libri che potessero “vivere” a livello mondiale.» Un complimento per il suo autore, il quale commentò che «possiamo essere noi stessi e nient’altro. Il passato è diventato un blocco che non si può scalfire (…)» Il tema del mistero e della paura, dell’introspezione e dell’ambiguità, del disagio e del passato, della precarietà e della fragilità umana sono alcuni dei temi principali delle opere di Piovene, molte delle quali – dice nell’intervista – «non voglio ricordare. Io dimentico i miei libri del passato. Eccetto uno, Le furie. Un libro che desidero ricordare. Le lettere di una novizia» – il suo primo romanzo del 1941 – mi sembra che sia stato scritto da un altro (…) Le furie sono una passeggiata nei luoghi della mia infanzia (…) Alcuni personaggi sono veri e sono stati presi dalla realtà (…) Altri sono una proiezione delle mie ossessioni (…): e queste sono le furie.» Furie che Eugenio Montale ha chiamato «privatissime furie» sul Corriere della Sera: aveva ragione lui, il Nobel degli Ossi di seppia, perché Le furie è un romanzo autobiografico, da intendere e interpretare, seguendo le parole del suo autore, come «un’intervista con me stesso; più lunga, dove ho posto le basi per interviste successive.» «La Via lattea di Luis Buñuel o L’angelo sterminatore hanno come per riscontro letterario Le furie di Piovene» incalza Sereni, che ricorda il metodo di scrittura dello scrittore vicentino: tutto nasce «dall’elaborazione di determinati spunti che erano dentro di lui.» A Piovene Le furie è costato ben sedici anni di lavoro: dopo diversi tentativi – e una dedica a Mimy, antagonista del libro e moglie di Piovene «a cui devo il distacco dalle mie tombe vive e morte» – il romanzo di una vita era pronto.

Classe 1907, di ascendenza nobile, laurea in filosofia alla Statale di Milano, formazione cattolica e illuministica, Piovene abbracciò da giovanissimo il Fascismo e il giornalismo: dal primo si distaccò (e con lui molti voltagabbana che costruirono anzi una carriera sull’Antifascismo), ma è il secondo ambito, assieme a quello letterario, nel quale conquistò gli italiani degli anni Cinquanta e Sessanta. Nel 1963 su l’Unità annunciò ai lettori di votare comunista, mondo dal quale – sebbene la famiglia vicentina da cui proveniva fosse profondamente aristocratica – Piovene era sempre stato affascinato. Definì quindi il PCI come «l’unico partito che non solo difende la pace, ma la libertà della cultura in Italia.» Del Belpaese – che ha visitato tutta la vita e approfonditamente da cima a fondo – ha narrato la geografia e i costumi nel Viaggio in Italia, volume di oltre novecento pagine sull’Italia degli anni Cinquanta. Ma non c’era solo lo Stivale nella prosa di Guido Piovene: anche viaggi – e reportage per il Corriere della Sera – dalla Germania; poi da Parigi e da Londra. Anche dall’Unione Sovietica, là, nelle terre post-staliniane dove pochi occidentali – avventurosi o incoscienti – mettevano piede e penna. Nel 1970 il suo Le stelle fredde vinse il premio Strega, l’onore di una vita.

Guido Piovene è stato dimenticato: certo, i libri, i romanzi, i saggi, gli articoli, le raccolte, i reportage da tutta Europa … Non abbastanza per la grande massa dei fruitori letterari, che altrettanto in massa accantonato l’opera e la memoria di Piovene. Forse perché troppo complesso, o – addirittura – scomodo, perché è proprio al termine della sua vita che lo scrittore sessantenne si lanciò nella sua ultima impresa-avventura editoriale. È vero che con Indro Montanelli (di cui era amico dagli anni Trenta) e Dino Buzzati condivideva la stanza al Corriere della Sera, ma è con il primo che Piovene – nel frattempo passato da Via Solferino alla Stampa – fondò assieme a Gianni Granzotto e ad altri giornalisti tra cui i “rivali” Enzo Bettiza e Gian Galeazzo Biazzi Vergani il Giornale Nuovo, la voce dei liberalconservatori nell’Italia vittima del terrorismo e del conformismo. «Quando decidemmo di mettere Piovene al corrente della nostra idea di fare un giornale» scrisse Montanelli nell’articolo di addio all’amico sul Giornale il 13 novembre 1974 – «non avevamo nessuna speranza ch’egli vi aderisse (…) Gran signore veneto, aveva la stoffa del gaudente nel senso più squisito e raffinato, settecentesco, della parola. Amava il lusso discreto, i bei quadri, i buoni libri, la buona mensa, la conversazione di qualità. Già da un paio di anni Guido era insidiato da una malattia progressiva, senza speranza di guarigione, che gli divorava lentamente i muscoli, paralizzandoli» – Piovene morì di SLA, anche se questa all’epoca non era nota con quel nome – «Non ne fece mai parola con nessuno … La nostra sorpresa fu perciò grande quando, avendolo informato dei nostri progetti per puro atto di riguardo, egli non solo ne volle essere compartecipe, ma accettò di slancio la carica di Presidente della nostra società di redattori» (la Società Europea di Edizioni, di cui Granzotto era Amministratore Delegato).

Così Montanelli conclude il suo ultimo ricordo: «“Arrivati a una certa età – disse pressappoco – ci si accorge che una sola cosa conta, e che per quella sola val la pena di vivere e di battersi: la verità” (…) Le sue qualità di artista bastavano ad esentarlo da certe responsabilità. Volle assumerle. E morire, lui che lo aveva sempre evaso, “in servizio”.»