lunedì 29 aprile 2019

Le “d” che fanno male all’economia


Disoccupazione, deficit e debito: sono queste le tre “d” nocive per l’economia e il sistema-paese. Concetti che molti ritengono astratti – specialmente il secondo e il terzo – ma che hanno pesanti impatti sulla vita dei cittadini. In alcuni paesi europei, dopo tanti anni di crisi economico-finanziaria, le cose sembrano rimanere nella stessa stagnante situazione da anni. La disoccupazione sembra farsi col tempo sempre più strutturale, il target del deficit viene sistematicamente violato, il debito pubblico aumenta allegramente, senza opportuni freni.

I vari redditi di cittadinanza di oggi – che non possono per loro natura lanciare il volano della crescita – sono i debiti di domani. Da una parte si propongono di combattere disoccupazione e povertà – concetti che dovrebbero essere trattati in maniera diversa tra loro, non con un’unica misura – dall’altra sono finanziati in deficit e fanno aumentare il debito pubblico. E i Paesi già molto indebitati non sono più liberi: non sono “sovrani”. L’interesse nazionale è meglio servito solo se ci si conforma alle regole – sottoscritte dai medesimi Stati – vigenti ed uguali per tutti. Chi usa oggi la grande arma del debito – ed è facile premere il grilletto della spesa pubblica per godere del benessere effimero che ne consegue – finge di non accorgersi che sta accendendo l’ennesima ipoteca nei confronti delle nuove generazioni, su cui grava già oggi un mostruoso macigno – per dirla alla Carlo Cottarelli – e il relativo interesse da pagare. Chiunque, al vertice degli esecutivi nazionali, voglia aprire i cordoni della borsa – facendo debito, senza crescita o con stagnazione economica da 0.2 per cento – deve chiedersi due cose. Prima: qualora proprio non se ne riesca fare a meno, se questo è allocato verso investimenti fruttuosi. Seconda: se il debito è sostenibile oggi e lo sarà domani. E per esserlo, il rendimento dell’investimento deve essere superiore al costo del capitale. In caso negativo, raggiunto il “limite”, bruciata la credibilità nei confronti dei mercati-finanziatori, si obbligheranno per decreto – notturno, magari – i cittadini a compralo con una sottoscrizione forzosa? O forse scenderanno in campo altri amici dall’Est, i “nuovi” di Visegrád e i meno nuovi russi o addirittura i cinesi?

Capitolo disoccupazione: sebbene sia difficile sostenere che licenziando dipendenti più anziani se ne s’incamereranno di nuovi e giovani negli stessi termini numerici, troppo spesso si sente dire che «mandare prima in pensione la gente risolverà il problema della disoccupazione giovanile.» A parte il fatto che un lavoratore più anziano ha skills affinate col tempo e che un giovane non può possedere visti i suoi stessi limiti anagrafici, «mandare la gente in pensione» a sessant’anni quando in media gli individui ne vivono venti-venticinque in più, non può che portare prima allo sfilacciamento del sistema pensionistico, poi al tradimento del patto fra generazioni ed infine alla bancarotta del Paese. Si può “andare contro” l’Europa – le sue vistose contraddizioni, l’eccessiva burocratizzazione, le disparità di trattamento – ma non contro l’andamento demografico. Pagare più gente che vive di più e lavora di meno – non ci vuole un economista – non può essere una soluzione: non porta un Paese alla crescita stellare prevista da noti (vice)primi ministri del Sud Europa, secondo i quali solo lo Stato può – anzi deve – creare nuovi posti di lavoro. Non l’imprenditore, definito “prenditore”, un soggetto abbietto, approfittatore, buono solo da mungere. Il pericolo è dipingere l’Erario come un agente mecenate, compassionevole, assistenzialista: la grande mamma abbraccia e difende tutti. Dalla concorrenza, dal mercato.

Esporre poi il proprio paese a rischi inutili con frasi del tipo: «Usciamo dall’Euro» è da masochisti. Si dimentica che anche le parole seminano grave sfiducia nei mercati e quindi i potenziali investitori (privati), si ritraggono. O se accettano di finanziare il debito richiedono un maggior premio al rischio sulle sottoscrizioni dei titoli di Stato; Stato che non può fare a meno di finanziarsi e ha perenne necessità di racimolare prestiti. Ne consegue quindi l’altissimo tasso di interesse sul debito, la cui cifra, come ricordato recentemente da Ferruccio de Bortoli, è maggiore dei soldi investiti in un anno dallo Stato italiano per la scuola. Nello specifico, si vuole difendere i “risparmi degli italiani”: ma quanto gli italiani sborseranno per le continue fiammate di spread? Secondo IPSOS, solo il ventisette per cento degli italiani sa cosa sia lo spread: molti lo ignorano eppure lo ergono a untore, espressione nefasta di quel “neoliberalismo” colpevole della rovina dei bilanci pubblici, gestiti invece in maniera fraudolenta per lustri da non-liberisti. I complottismi legati alla parola che abbiamo imparato a conoscere meglio durante i periodi più bui della recente crisi economica si sprecano: ogni colpa in genere è imputata al padre al “turbocapitalismo finanziario”, alla Germania, a Bruxelles, ai mercati …

Le tre “d” sono tra i problemi maggiori del Belpaese, così come lo è la bassa crescita (figlia della stagnazione della produttività), la lentezza della giustizia, l’eccessiva burocratizzazione, la conseguente corruzione, l’evasione fiscale, la mancanza di investimenti. Combattere la povertà è necessario: che però questo debba avvenire con l’aumento della spesa pubblica – e quindi del costo dell’indebitamento –, lo sforamento del deficit e la conseguente finta lotta alla disoccupazione, è un altro discorso. L’indebitamento – specie quello a lungo termine – non è la chiave della crescita: sprecare risorse pubbliche – aumentando vistosamente il deficit – non può essere motore dello sviluppo, specialmente se poi questa “benzina” è sprecata in misure inefficaci. Di denaro in circolazione ce n’è molto: la massa è stata piuttosto elevata in questi anni grazie al Quantitative Easing messo in pista dalla BCE, cosa che avrebbe dovuto saziare la “fame” di credito delle imprese, instradandole verso la crescita che avrebbe dovuto coinvolgere l’economia di intere nazioni. Alcune delle quali hanno sprecato la storica occasione disposta da Mario Draghi.

Per essere combattute con efficacia, le tre “d” – disoccupazione, deficit e debito – richiedono una grande maturità non solo degli Stati, ma di tutti i cittadini. Si possono curare se prima vengono domate e curate altre tre male-bestie: decrescita, disorganizzazione e soprattutto demagogia.

Amedeo Gasparini