mercoledì 10 aprile 2019

La crescita cinese


Il PIL mondiale ha dovuto lasciare negli anni sempre più spazio a Pechino: secondo “The Spectator Index”, nel 1988 la Cina contribuiva solo per il 4.1 percento al PIL globale. Percentuale che si è alzata di poco nel ‘98 (6.9); poi dodici dieci anni dopo, fino al 18.7 del 2018. Il che vuol dire che poco meno di un quinto del PIL mondiale è rappresentato dalla Cina, paese in cui secondo Reporters sans frontières la situazione in termini di libertà di stampa è in condizioni drammatiche (176esimo paese su centottanta), la percezione della corruzione è alta (secondo Transparency era il settantasettesimo paese su centottanta nel 2017 e ottantasettesimo nel 2018), i diritti umani sono calpestati, il controllo statale della vita privata dell’individuo è orwellianamente capillare.

Sono settimane che si parla di Via della Seta, ma il flusso di capitali cinesi in Europa – non parliamo della vera e propria colonizzazione economica dell’Africa dell’Est – non si è fermato. Secondo l’ISPI (dati Rhodium Group), dal 2000 al 2018 la presenza cinese in termini di investimenti diretti nel Vecchio Continente è stato massiccio in Gran Bretagna (46.9 miliardi). Segue la Germania (22.2), poi l’Italia (15.3), la Francia (14.3), i Paesi Bassi (9.9) la Finlandia (7.3) e la Svezia (6.1).

Secondo l’AFP, l’Agence France-Presse, la Cina è cresciuta a dismisura dal ‘78 al 2018 in diversi indicatori. Da poco meno di un miliardo di persone, nel 2018 eravamo a 1’286, nonostante Amnesty International ritenga che in Cina nel 2017 sarebbero state più di mille le condanne a morte. Anche la speranza di vita è aumentata secondo l’AFP: da circa sessantacinque anni nel ‘78 a 76.3 nel 2016. Il PIL, bassissimo nel ‘78 (meno di centocinquanta miliardi) è arrivato a 12’725 miliardi di dollari quarant’anni dopo. La povertà estrema (fissata dal 2011 a 1.9 dollari al giorno) colpiva un valore oscillante tra il sessanta e il settanta percento della popolazione, cifra poi ridotta allo 0.7 percento trentasette anni dopo. Il tasso di alfabetizzazione tra gli adulti è passato da poco più del sessanta percento dell’82 al 96.4 del 2015. Gli abbonamenti presso compagnie telefoniche erano pressoché attorno allo zero fino alla fine degli anni Novanta, mentre nel 2017 si è arrivati a 104.6 ogni cento persone. Il valore aggiunto nelle manifatture industriali cinesi è aumentato notevolmente: 3730 miliardi di dollari, partendo da poche centinaia all’inizio del terzo millennio. Anche i chilometri dei tratti ferroviari sono aumentati: da circa cinquantamila dell’inizio degli anni Ottanta, ai 67’092 del 2016. E se i trasporti sui binari aumentano, con loro, si alza notevolmente anche il traffico aereo in termini di passeggeri (non in termini di causa-effetto, ma per aumento di popolazione e benessere economico): se fino alla metà degli Ottanta erano poche migliaia di persone a poter viaggiare tra le nuvole, nel 2017 sono stati 551.2 milioni di cinesi a prendere un aereo. La Cina corre e non ha pietà: speriamo che chi decide ai vertici degli esecutivi occidentali prenda le decisioni migliori in funzione delle prossime generazioni e non delle prossime campagne elettorali.