lunedì 29 aprile 2019

Le “d” che fanno male all’economia


Disoccupazione, deficit e debito: sono queste le tre “d” nocive per l’economia e il sistema-paese. Concetti che molti ritengono astratti – specialmente il secondo e il terzo – ma che hanno pesanti impatti sulla vita dei cittadini. In alcuni paesi europei, dopo tanti anni di crisi economico-finanziaria, le cose sembrano rimanere nella stessa stagnante situazione da anni. La disoccupazione sembra farsi col tempo sempre più strutturale, il target del deficit viene sistematicamente violato, il debito pubblico aumenta allegramente, senza opportuni freni.

lunedì 22 aprile 2019

Indro Montanelli: narratore e protagonista del Novecento


Indro Montanelli era nato centodieci anni fa, il 22 aprile del 1909 a Fucecchio, un piccolo paesino della Toscana, terra che ha dato i natali a molti dei grandi giornalisti e scrittori d’Italia. Il Novecento, il “suo” secolo, lo ha vissuto quasi per intero: lo ha respirato e narrato, fino a diventare ufficialmente negli anni Novanta il primo grande dei grandi giornalisti del Paese; seguono Enzo Biagi e Giorgio Bocca secondo il magico tris del premio “È giornalismo”. Montanelli ha scritto di tutto e tutti, ma è altrettanto vero che di lui hanno scritto tutti e di tutto. Le biografie sul personaggio si sprecano: oggetto di attenzione di professori universitari, accademici dall’estero, studenti, lettori o semplici curiosi che il nome di quell’alto e anziano signore lo hanno letto sui polverosi dorsi delle copertine dei libri scritti con Roberto Gervaso o Mario Cervi sullo scaffale di una biblioteca di casa.

martedì 16 aprile 2019

Crisi e declino: c’era una volta il Venezuela


Tombe profanate, blackout continui, assenza di servizi, treni fermi e infrastrutture fatiscenti: uno scenario di guerra. E invece no: è il Venezuela del 2019. Un Paese in cui dal 2011 ad oggi l’economia si è contratta del settanta per cento; in cui l’ottantasette per cento dei suoi abitanti, cioè ventisei milioni di persone, vive in povertà; in cui mancano i beni di prima necessità; in cui nel 2016 la media di massa corporea persa da ogni abitante era di otto chili e nel 2018 si è alzata a undici. Un Paese in ginocchio. Il Venezuela nel secolo scorso era uno delle terre più prosperose del Sudamerica, dal momento che aveva – e ha tutt’ora – le riserve di petrolio (nella Orinoco Belt) più vaste del mondo: dalla elezione di Nicolás Maduro – succeduto a Hugo Chávez nel 2013 – le cose non hanno fatto altro che peggiorare per la «Repubblica Bolivariana del Venezuela», come ama ricordare enfaticamente il leader nei sui discorsi alla folla. L’idea di un salvifico socialismo (reale) si sta lentamente frantumando, visto l’appoggio di molte comunità internazionali nei confronti di Juan Guaidó, “eletto” nuovo salvatore della patria (fino – speriamo di no – al prossimo disastro economico).

mercoledì 10 aprile 2019

Giornali e Venezuela

- Intervista a Eliana Loza Schiano -


Come sei arrivata in Italia?

Io sono di origine italiana e quindi per me era importante ritrovare le mie radici.
Come sei arrivata a El Universal?

Stavo facendo un Master in Inghilterra e a El Universal c’erano i miei vecchi colleghi e quindi ho chiesto al Capo di poter fare la corrispondente dall’Italia.

La crescita cinese


Il PIL mondiale ha dovuto lasciare negli anni sempre più spazio a Pechino: secondo “The Spectator Index”, nel 1988 la Cina contribuiva solo per il 4.1 percento al PIL globale. Percentuale che si è alzata di poco nel ‘98 (6.9); poi dodici dieci anni dopo, fino al 18.7 del 2018. Il che vuol dire che poco meno di un quinto del PIL mondiale è rappresentato dalla Cina, paese in cui secondo Reporters sans frontières la situazione in termini di libertà di stampa è in condizioni drammatiche (176esimo paese su centottanta), la percezione della corruzione è alta (secondo Transparency era il settantasettesimo paese su centottanta nel 2017 e ottantasettesimo nel 2018), i diritti umani sono calpestati, il controllo statale della vita privata dell’individuo è orwellianamente capillare.

Le olimpiadi hitleriane



Sotto il breve cancellierato di Heinrich Brüning la Germania – all’epoca meglio nota come la sofferta Repubblica di Weimar – venne scelta dal Comitato Olimpico Internazionale come paese che avrebbe ospitato i giochi olimpici del ‘36: non molti avrebbero immaginato che nel ‘33 (poco dopo la decisione del CIO), al potere sarebbe arrivato il caporale Adolf Hitler. E con l’affermarsi del Nazionalsocialismo (e le leggi di Norimberga del ‘35 per la “protezione del sangue e dell’onore tedesco” e l’automatica esclusione di ebrei e Rom dai giochi), molti paesi non solo erano inclini a boicottare l’undicesima edizione dei giochi olimpici, ma addirittura fecero esposti per un cambio di sede. Niente da fare: le Olimpiadi si sarebbero tenute comunque in piena Germania hitleriana. Quarantanove nazioni parteciparono, per un totale di quasi quattromila atleti: riluttanti in particolar modo erano gli Stati Uniti di Franklin Delano Roosevelt, che nonostante le già evidenti frizioni con il Reich a livello politico e diplomatico si qualificarono secondi in termini di medaglie conquistate nei giochi dopo la “grande Germania”.

Genitori-allenatori e rampolli-campioni


Troppe volte i genitori si trasformano nei veri coach dei figli. Ecco quindi il papà ansioso e ultra-competitivo: «La prossima volta asfaltalo» o «Non fare più quel passaggio» o «Tira da angolatura di settantaquattro gradi». Inutile negarlo: lo sport gasa. Gasa tutti: gonfia i petti e le vene del collo; il sudore scende dalle tempie, i capelli si fanno umidi, le corde vocali chiedono pietà. È questo lo stato del genitore tifoso: più di un allenatore che esige il meglio dai suoi pulcini. Sul campo da giuoco papà e mamma pretendono la perfezione da parte della prole: questa, vista come una continuatrice dei tempi gloriosi che furono, quando anche i genitori gareggiavano e atleticamente saltavano ostacoli, impugnavano racchette o danzavano armonicamente sul ghiaccio. «Vai Christian, spaccagli la faccia», tuona la mammina da bordocampo. Al momento della discesa in campo del pargolo il genitore si trasforma: mai ci si aspetterebbe che una signora sulla quarantina urli a squarciagola e inciti il rampollo a battere ad ogni costo l’avversario (per altro un coetaneo neppure adolescente).

domenica 7 aprile 2019

Addio a Biazzi Vergani, uomo-macchina e cofondatore del Giornale


Se n’è andato come ha sempre vissuto: in silenzio, quasi nell’ombra. Gian Galeazzo Biazzi Vergani è morto oggi all’età di novantatré anni a Milano: era ultimo dei sette grandi fondatori de il Giornale di Indro Montanelli ancora in vita e signorile decano del giornalismo italiano. Depositario dei segreti e delle storie del Giornale: la stragrande maggioranza dei suoi lettori non lo conosceva, ma è grazie a lui se il quotidiano di Via Negri – “contro il coro” – usciva tutti i giorni dopo un intenso “lavoro di cucina”, dietro le quinte.

venerdì 5 aprile 2019

Social, futuro e giovani secondo Enrico Letta

Giovani e futuro, ma anche demografia, cambiamento climatico, tecnologia e università. Sono queste le tematiche affrontate dall’ex Presidente del Consiglio italiano Enrico Letta nel suo libro Ho imparato. In viaggio con i giovani sognando un’Italia mondiale (il Mulino) presentato ieri sera presso la biblioteca comunale di Como. “Imparare”: un verbo, un’autocritica, un proposito; un sogno per l’avvenire e la ricerca di una politica che tenga per mano le generazioni. Una nuova politica rigenerativa, che sappia smascherare il cialtronismo imperante e semplificatore, quello che non si serve di cifre, ma bada esclusivamente e demagogicamente al proprio tornaconto. Da qui nasce il sogno di Letta: un’Europa diversa per un futuro diverso. Specialmente per i giovani. «Uscendo dall’Europa si trovano i diritti? O solidarietà? O pace? Ad ogni modo, l’Europa deve cambiare», ma la domanda è come. D’altra parte, «imparare» spiega l’ex inquilino di Palazzo Chigi «è una parola poco di moda: siamo in un’epoca in cui il metodo scientifico è contrastato», l’ignoranza trionfa e sapere più del prossimo diventa una colpa.

giovedì 4 aprile 2019

Le furie e le avventure di Guido Piovene


In occasione del ciclo di conferenze “Archivi del Novecento” organizzato da Rete Due e dall’Istituto di Studi Italiani dell’USI, tramite gli intermezzi biografici e analitici della professoressa Sara Garau, si è tenuta ieri sera nell’Auditorium dell’ateneo di Lugano l’esclusiva proiezione di un’intervista realizzata nel lontano 1963 da Vittorio Sereni al giornalista e scrittore Guido Piovene per la RSI. All’epoca, l’occasione era la discussione tra i due letterati – e fumatori incalliti – sull’ultimo libro del romanziere, Le furie, opera controversa che non aveva ottenuto il premio Viareggio. I membri della giuria di allora – tra cui Pier Paolo Pasolini e Giuseppe Ungaretti – emisero un verdetto negativo per i trascorsi fascisti dello scrittore, portati dallo stesso all’attenzione del pubblico con La coda di paglia del 1962.