mercoledì 13 marzo 2019

Il Post, Jimmy e Janet


Jimmy aveva otto anni ed era già un tossicodipendente: eroinomane in età da scuola elementare. Era il 1980 e a portare la tragica storia all’attenzione del grande pubblico fu Janet Cooke, giovane giornalista neppure trentenne del Washington Post – oggi come allora, ma forse più allora di oggi, in competizione con il The New York Times in termini di ricerca dello scoop e dell’inchiesta virale – che dalle colonne del giornale della capitale americana strappò le lacrime sia della “società bene” da National Mall, sia di quella malfamata di Dupont Circle (ieri reame della malavita, oggi zona raffinata). A pagina uno del Post, domenica 28 settembre 1980 compare “Jimmy’s world”, la toccante vicenda che narrava la storia di Jimmy e che conturbò l’opinione pubblica americana per mesi: il caso del bambino eroinomane scosse profondamente Washington DC, che rimase con il fiato sospeso per settimane. Chi era Jimmy? Come si poteva salvare? Chi erano i suoi genitori? Marion Barry, Sindaco della capitale statunitense, disse che non si sarebbe dato pace finché i reparti speciali della Polizia non avessero trovato il bambino afroamericano, che nel frattempo – secondo la penna di Cooke – era morto.

Sebbene molti dubitassero della veridicità della storia all’interno della redazione del Post – complice forse l’invidia di certi colleghi di Cooke che ritenevano intollerabile la classica fortuna del principiante – a fare il brillante endorsement per la candidatura di Janet al Premio Pulitzer dell’anno seguente fu Bob Woodward, già nell’olimpio del giornalismo americano per l’intricata inchiesta giornalistica condotta otto anni prima assieme al collega Carl Bernstein che portò alle dimissioni del Presidente Richard Nixon. Poco più di sette mesi dopo l’apparizione sulla stampa di “Jimmy’s world”, il 13 aprile 1981 Cooke ricevette il Pulitzer. Salvo poi fare marcia indietro due giorni dopo: tutto inventato. Non c’era nessun Jimmy nei sobborghi di Washington, all’epoca una delle più grandi centri di circolo della droga in America.

Caos nella redazione del Post: il più irato, si capisce, era proprio Woodward. Sbigottito Howard Simons, big del giornale americano, su tutte le furie Ben Bradlee, storico Direttore della testata, che disse a Cooke che aveva ventiquattr’ore di tempo per provare che la storia fosse vera. Niente da fare: la vicenda del piccolo bambino drogato era tutta una messa in scena: la giornalista non poteva provare ciò che aveva inventato. A seguire, la conferenza stampa di pubbliche scuse di Don Graham, figlio di Katharine Graham, storica proprietaria del Washington Post; quindi le dimissioni di Cooke, praticamente scomparsa dalla scena pubblica americana proprio dall’inizio degli anni Ottanta.

Pentagon Papers, Watergate e Janet Cooke: parole che aprono un mondo all’interno dell’immaginario collettivo americano, solcato dai tre avvenimenti che fecero la Storia. Chi è cresciuto negli anni Settanta e Ottanta ha vissuto quegli scandali – e non solo gli allarmanti moniti di genitori e media di quanto letale fosse la droga nelle sue svariate forme – ricorderà quelle cinque parole che cambiarono il giornalismo per sempre.