martedì 12 marzo 2019

Dirittismo e consensite: bugie, malattie e cause del populismo


Un libro dichiaratamente di parte, antipopulista: non fa finta di non esserlo l’ultimo lavoro editoriale di Alessandro Barbanogiornalista e professore universitario – Le dieci bugie. Buone ragioni per combattere il populismo, presentato a Milano, lunedì 11 marzo alla Libreria Mondadori di Piazza Duomo. Al tavolo d’onore, assieme all’autore, Luciano Fontana, Direttore del Corriere della Sera – moderatore della serata –, Alberto Mingardi, Direttore dell’Istituto Bruno Leoni e Massimo Recalcati, psicanalista e scrittore. Presenti in sala, come spettatori, anche Oscar Giannino, giornalista e conduttore radiofonico di Radio 24 e Stefano Parisi, ex imprenditore, politico e leader di Idee per l’Italia.

Sulla scia del noto aforisma di Winston Churchill («La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle che si sono sperimentate finora») nel risvolto posteriore del libro si legge che «il populismo è il peggio che ci potesse capitare, fatta eccezione per l’antipopulismo.» Spesso il peggio di un qualcosa è il suo contrario: e l’antipopulismo è nudo ed inefficace rispetto al “problema” che intende combattere. Quel fenomeno – il populismo, appunto – che per prosperare ha bisogno delle bugie. Intendiamoci: all’atto pratico, la gran parte dei partiti che godono di un minimo consenso hanno leader che dicono bugie per accalappiare il maggior numero di voti possibile; se tuttavia questo sistema diventa metodo ed essenza fondamentale dell’azione politica di taluni partiti, oltre che denotare in fondo il disprezzo per i propri elettori – ritenuti dei creduloni da coccolare sotto l’insegna della propria leadership – la situazione si complica non poco. Il gioco democratico viene infatti truccato: le bugie sistematiche – fondate su promesse altrettanto sistematicamente disattese – sono dirette alla piena cattura del consenso. Un leader politico mendace si assicura sempre una via di fuga: una promessa non rispettata viene soffocata dal tempo. L’elettore la dimenticherà. Aggiungiamo poi che nella retorica populistica c’è sempre un colpevole, responsabile delle disgrazie che affliggono un paese. Il populismo lucra sulle diseguaglianze (raccoglie un grosso dividendo dal malcontento generale); semina odio nei confronti del multiculturalismo (altro che “società aperta”); sparpaglia l’invidia (in genere verso due categorie: il nemico esterno – l’immigrato – e quello interno – il ricco –) e sostanzialmente nasce dalla crisi del pensiero liberale e progressista.

Luciano Fontana spiega che «c’è un’attitudine psicologica del populismo» che prevede «un uso dei mezzi di comunicazione di massa, il rapporto diretto tra il leader e i suoi elettori e l’esclusione dei corpi intermedi e delle élite», questi ultimi riconosciuti come la causa dell’oppressione del cosiddetto “popolo”. Alla base dell’idea populista c’è il paradosso della globalizzazione: quella che ha distribuito la ricchezza, ma al contempo ha creato importanti scompensi – specialmente nel ceto medio – assieme alla pesante crisi economico-finanziaria. L’idea populista «è quella che dopo aver limitato la globalizzazione e aver ottenuto la piena “sovranità” nazionale tutto si possa risolvere, con un’uguale ed uniforme distribuzione della ricchezza.» E se è vero che peggio del Fascismo c’è solo l’Antifascismo – per citare Pier Paolo Pasolini – la reazione ad un fenomeno come quello del populismo è talvolta anche peggiore del “male originale”: il più grande errore che possano compiere le élite del passato è credere che l’onda populista «sia soltanto una ventata, una parentesi della Storia.» Secondo il Direttore del Corriere non è così ed è alta la tentazione di dire: «aspettiamo che si facciano male da soli», così come sciocco è pensare che «tutto tornerà come prima.» C’è sempre qualcuno di più populista di un populista: nel frattempo, chiunque voglia opporsi allo tsunami populista dovrà confrontarsi sul campo di battaglia delle idee.

Il problema è che sono tanti i campi di battaglia e nelle diverse entità territoriali – europee e non solo – il populismo ha assunto diverse modalità di espressione. Alberto Mingardi le enuncia e denuncia apertamente il vocabolo “populismo”, «un’espressione plastica, un pass partout: da Donald Trump, a Marine Le Pen, ai Gilet gialli ai moti che hanno portato a Brexit …» Il populismo italiano, come i suoi analoghi simili europei, nasce dal declino dei partiti tradizionali, i quali «non dovrebbero riconcorrere i populisti», per la semplice ragione che tra la copia e l’originale, l’elettore sceglie l’originale. Secondo il Presidente dell’IBL «il populismo è un sistema di idee fondato su due idee: il nazionalismo e l’approccio statalista.» Da una parte l’idea che il progresso debba essere indirizzato verso il sol dell’avvenire indicato dallo Stato; dall’altra parte lo Stato mecenate, assistenzialista. «L’assistenzialismo populista» precisa Mingardi «non è un qualcosa di umanitario, quanto un assistenzialismo egoista» (ti do i soldi non perché voglio portarti fuori dalla povertà, ma perché voglio assicurarmi il tuo voto e la tua riconoscenza). Strettamente collegato all’assistenzialismo c’è il concetto di dirittismo, la malattia sociale per cui ad una miriade di diritti non debba corrispondere un’altrettanta massiccia dose di doveri. Al contrario, i diritti vengono trasformati in sonanti pretese, come se fossero dei crediti da vantare nei confronti dello Stato. Nell’ottica del dirittismo, lo Stato stesso è dispensatore di diritti, ma al contempo è ritenuto incapace di garantire la massima felicità ai corpi sociali: il dirittismo – uno dei bracci armati del populismo – prevede che la – presunta – mancanza di diritti sia frutto della «colpa degli altri, del capitalismo, dell’immigrato, dello Stato.»

Massimo Recalcati ammira – e allo stesso tempo critica – il testo di Barbano: una «lettura clinico-politico di una grave malattia»; uno dei pochi libri sul populismo che «non viene da sinistra» vista la «lettura kantiana e liberale del fenomeno». Il conduttore di “Lessico amoroso” spiega in breve la storia del populismo italiano, con un occhio di riguardo nei confronti della Lega – quando nacque, decenni fa, ancora “Nord” – fondata sul «sangue, mito e suolo.» Elementi in cui si è costruita l’ideologia leghista, che ha agito – nelle ultime elezioni politiche italiane – per opera di una forte pulsione. «La politica non è il luogo del logos» spiega lo psicanalista, ma della pulsione. «Anche la paura ha una forte pulsione e la politica deve ritrovare il suo fondamento.» Secondo Recalcati, «la pulsione deve alimentare il sogno e la possibilità di una rivoluzione», anche perché «se non c’è “pensiero lungo” – citando Enrico Berlinguer – la politica perde visione.» Ne consegue l’inevitabile «riduzione del lessico politico a quello propagandistico», strumento idoneo per la populistica «crociata anticasta che si sposa con un’estetica pauperista e che al contempo si contrappone ad ogni forma di politica.»

La parola infine all’autore de Le dieci bugie: secondo Alessandro Barbano – già in libreria con Troppi diritti (Mondadori 2018) per riprendere il discorso di Mingardi – «sono tre i sintomi dei populismi italiano che inducono ad una preoccupazione rispetto alla regressione democratica» nel Belpaese.

Primo di tutti, «la legittimazione del potere solo tramite voto popolare.» Il populista non tollera la critica: non ti sei candidato? Non sei stato eletto dal “popolo”? Bene: non hai il diritto di parola. Perché non ti candidi? Il leader populista sembra in effetti ignorare il fatto che istituzioni come l’Unione Europea e o la BCE o la Banca d’Italia non possono “candidarsi”, anche perché «la democrazia non è solo il voto», spiega Barbano. «La democrazia è un’architettura complessa e c’è anche la dimensione del potere tecnocratico, così come gli strumenti attraverso cui il potere va diviso. Il populismo nega la spaccatura del potere e lo assume», concentrandolo in particolar modo nel potere Esecutivo, dimenticando che l’unico potere eletto dal popolo sovrano – almeno in gran parte delle democrazie occidentali fondate sull’Illuminismo – è il Parlamento. Questo, in Italia, svuotato dall’inizio della XVIII di molte delle sue funzioni. Da una parte il populista si erge a difensore del popolo sovrano, ma dall’altra diminuisce – fino ad esautorare – il potere e l’indipendenza dell’unico vero potere eletto dal popolo sovrano.

Un secondo sintomo di preoccupazione circa la tenuta democratica di un paese – sempre guardando all’Italia – è «la fragilità dei poteri di garanzia.» Questi, non sono solo il Quirinale o la Corte Costituzionale, «ma anche i media, dal momento che la formazione dell’opinione pubblica avviene in gran parte grazie al mezzo televisivo», per non parlare dei social media. Ad indebolire ulteriormente i corpi intermedi di una democrazia, oltre al dirittismo, secondo Barbano c’è anche la “consensite”: la ricerca incessante e costante del consenso popolare. Qualunque sia il prezzo da pagare: il populista ha bisogno di consenso e quello che è triste – e l’autore fa autocritica nei confronti della sua categoria – è la sostanziale e generale resa da parte dei giornalisti nel quotidiano storytelling del populismo. Con amarezza Barbano spiega che oramai i giornalisti sono «conduttori di silicio, non mediatori.» E la morte del giornalismo avviene laddove c’è l’appiattimento generale nei confronti di certi organi, la cosiddetta gran cassa che agevola la fruizione della “voce del padrone”.

Il terzo punto riguarda «la debolezza dell’opposizione», ridotta al lumicino «per l’incapacità di proposta politica dei partiti tradizionali», dove per “partiti tradizionali” vengono paradossalmente inseriti anche Forza Italia – il leggendario “partito di plastica” (plastica resistente visto che in gennaio ha compiuto un quarto di secolo) – e il Partito Democratico, già DS, già PDS, già PCI, oggi annacquato nel processo di crisi internazionale delle sinistre e degli aggregati liberal e progressisti. Ne deriva che «il populismo è figlio delle precedenti culture»: non vengono da Marte. I partiti – che più che tradizionali sembrano “vecchi” tout court – sono parte in causa nello sviluppo dei partiti populisti, perché «non hanno capito la potenza della sfida lanciata dai quei movimenti.» E non capire il proprio tempo in politica diventa in fin dei conti una colpa.