mercoledì 27 marzo 2019

La crisi dei liberalconservatori e dell’Europa

«Nei prossimi vent’anni i sistemi sociali – welfare e sanità – falliranno ed esploderanno»: è drastico Paolo Pamini nel suo intervento di apertura della conferenza “Liberalconservatorismo 2.0. Un’idea attuale e percorribile?” (organizzata dalla LPU, Law and Politics in USI), tenutasi all’Università della Svizzera Italiana nella serata di martedì 26 marzo. In sala – in un «covo di liberali» come ha detto Sergio Morisoli, autore di Liberalconservatorismo. Tra buona vita e vita buona e relatore della serata – anche Alfonso Tuor e Tito Tettamenti, moderati dal giornalista Roberto Antonini. Al centro del dibattito, non solo la politica e la crisi del liberalismo, ma anche l’elemento spirituale: il cristianesimo da una parte – rappresentante della fede – e la cristianità dall’altra, lume della cultura a cui tutto il mondo occidentale appartiene. Difatti, i tre relatori sono d’accordo all’unisono con le note parole di Benedetto Croce, per cui, in Occidente, «non possiamo non definirci cristiani.»

sabato 23 marzo 2019

Terezín: la fine dell’umanità

Una lunga distesa di lapidi sul prato secco, quasi congelato da un inverno che non vuole andar via e da una primavera che si è vista solo attraverso il sole che tocca anche gli anfratti più reconditi dell’umanità. Una croce cristiana, la stella di David qualche metro più in là: enormi ed alte nei cieli a cui molti – in quei territori cechi – hanno guardato in attesa di un segno. Anche il più pietoso dei gesti: una speranza di pietà; e invece niente. Dio era morto: ma non solo a Terezín; un nome – assieme a quello di Auschwitz, Bergen-Belsen, Buchenwald e Dachau – che non ha bisogno di particolari richiami o dilungamenti. Impressionante calpestare con le suole di gomma industriale sporche di fango e sassolini impastati d’acqua le scricchiolanti travi dove le vittime della carneficina nazionalsocialista poggiavano i loro piedi scalzi, ghiacciati dopo gli sforzi disumani patiti nel gelo di gennaio e ardenti nell’afa di agosto. Lunghi lavatoi bianchi multiuso nelle baracche di pietra, brandine di legno: poi la sala della lavanderia e quella del bieco funzionario della burocrazia del Reich, che archiviava nomi e storie nel gorgo dell’indifferenza e nella freddezza di un cassetto che mai più si sarebbe aperto.

venerdì 15 marzo 2019

Cecoslovacchia: dalla Seconda Repubblica al Protettorato


Nel tardo ottobre 1918 Alois Jirásek – noto politico ceco, nominato quattro volte al Premio Nobel per la Letteratura, senza mai riceverlo – in Piazza San Venceslao a Praga dichiarò l’indipendenza della Cecoslovacchia da un decadente ed in seguito sconfitto Impero Austro Ungarico, l’ambizioso e multietnico progetto – profondamente ottocentesco nell’ossatura, arrugginito ulteriormente dalla Grande Guerra e vittima delle sue contraddizioni multietniche – che sarebbe stato frammentato dal Trattato di Saint-Germain (1919, per l’Austria) e Trianon (1920, per l’Ungheria); questi due, padri legittimi – o illegittimi a seconda dei punti di vista – della Prima Repubblica Cecoslovacca.

mercoledì 13 marzo 2019

Zanzare, tumori e uomini

Basta aprire qualsiasi giornale per rendersi conto che diverse sezioni sono dedicate alla morte. Morte intesa come guerra, violenza, assassini ed efferatezze varie, perpetrate da un solo ed unico attore: l’uomo. L’uomo additato come principale causa della morte di altri uomini. Ebbene, secondo la WHO il primo agente a provocare la morta dei nostri simili – al di là delle malattie che in maniera più o meno spontanea affliggono i nostri corpi – è la zanzara. Quel fastidioso insetto alato, con le zampette e il piccolo ago pungente che rovina tutte le calde estati causa, grazie al virus – spesso della malaria – di cui è vettore, circa 725 mila morti all’anno. Al secondo posto, per quello che riguarda gli animali che uccidono l’uomo, abbiamo proprio l’uomo stesso (475 mila vittime); seguono i serpenti (cinquantamila morti all’anno), i cani (venticinque mila), la glossina (nota come “mosca tsetse”, diecimila). Il reduviidae (detto assassin bug, fisiognomicamente molto simile alla cimice) uccide diecimila persone all’anno, duemila la tenia, mille il coccodrillo, cinquecento l’ippopotamo, cento l’elefante e il leone, “solo” dieci vittime il lupo e lo squalo.

1973: dal Cile all’Italia


- Intervista a Patricia Mayorga Marcos

Com’è arrivata in Italia?

Sono arrivata in Italia nel ‘75 come rifugiata: ero una giovane giornalista fuggita dal regime di Pinochet. Sono uscita dal Cile grazie e attraverso l’Ambasciata Italiana, col salvacondotto delle Nazioni Unite e il mio primo arrivo in Europa fu in Svizzera.

Come mai proprio l’Italia?

Era l’unica Ambasciata aperta. Era una scelta “obbligata”, ma io non volevo lasciare il mio paese.

Il Post, Jimmy e Janet


Jimmy aveva otto anni ed era già un tossicodipendente: eroinomane in età da scuola elementare. Era il 1980 e a portare la tragica storia all’attenzione del grande pubblico fu Janet Cooke, giovane giornalista neppure trentenne del Washington Post – oggi come allora, ma forse più allora di oggi, in competizione con il The New York Times in termini di ricerca dello scoop e dell’inchiesta virale – che dalle colonne del giornale della capitale americana strappò le lacrime sia della “società bene” da National Mall, sia di quella malfamata di Dupont Circle (ieri reame della malavita, oggi zona raffinata). A pagina uno del Post, domenica 28 settembre 1980 compare “Jimmy’s world”, la toccante vicenda che narrava la storia di Jimmy e che conturbò l’opinione pubblica americana per mesi: il caso del bambino eroinomane scosse profondamente Washington DC, che rimase con il fiato sospeso per settimane. Chi era Jimmy? Come si poteva salvare? Chi erano i suoi genitori? Marion Barry, Sindaco della capitale statunitense, disse che non si sarebbe dato pace finché i reparti speciali della Polizia non avessero trovato il bambino afroamericano, che nel frattempo – secondo la penna di Cooke – era morto.

martedì 12 marzo 2019

Dirittismo e consensite: bugie, malattie e cause del populismo


Un libro dichiaratamente di parte, antipopulista: non fa finta di non esserlo l’ultimo lavoro editoriale di Alessandro Barbanogiornalista e professore universitario – Le dieci bugie. Buone ragioni per combattere il populismo, presentato a Milano, lunedì 11 marzo alla Libreria Mondadori di Piazza Duomo. Al tavolo d’onore, assieme all’autore, Luciano Fontana, Direttore del Corriere della Sera – moderatore della serata –, Alberto Mingardi, Direttore dell’Istituto Bruno Leoni e Massimo Recalcati, psicanalista e scrittore. Presenti in sala, come spettatori, anche Oscar Giannino, giornalista e conduttore radiofonico di Radio 24 e Stefano Parisi, ex imprenditore, politico e leader di Idee per l’Italia.

domenica 3 marzo 2019

Il pericolo dei totalitarismi latenti d’Europa


Pensavano fossero stati sconfitti, ma piano piano stanno tornando. Seminano l’intolleranza, predicano l’odio, inneggiano al nazionalismo: non c’è spazio per chi dissente, per chi è diverso, per chi semplicemente non è d’accordo o al servizio della causa. Le democrature (o democrazie illiberali o autoritarie) – che possono trasformarsi in regimi totalitari e che l’Occidente unito aveva sconfitto oramai più di sette decenni fa – stanno sempre di più riacquisendo un indomabile fascino – o almeno nelle loro più essenziali premesse – in ampi settori della popolazione. Europea e non solo. Sempre più spesso, il modello di società aperta e liberale, democratica e tollerante sembra non essere più depositaria di credito e fiducia da parte di chi elegge il malcontento come sua unica ragione di vita. L’invidia sociale alla base di questo sentimento di sfiducia mischiata all’oggettiva crisi economica che ha scosso il Vecchio Continente negli ultimi due lustri sembrerebbe aver provocato in molti elettori interrogativi sulla leadership dei “vecchi politici”, ancorati, nonostante le critiche legittime che si possono fare loro, ad antichi modelli d’intendere la Cosa Pubblica.