mercoledì 13 febbraio 2019

Media, Germania e Europa

- Intervista a Alvise Armellini

Come e quando ha deciso di diventare giornalista?
 
La mia prima esperienza è stata in un’agenzia di stampa italiana e che era il braccio italiano dell’Associated Press. Ho iniziato lì alla redazione esteri. Poi ho interrotto questo stage per andare a fare un altro stage al Parlamento Europeo. Finita quell’esperienza, sono stato assunto a Bruxelles. Poco dopo quel periodo ho finito con l’agenzia di stampa italiana: ho fatto un po’ di freelance per qualche giornale e poi sono stato assunto dall’Agenzia di stampa tedesca.

Com’è lavorare a contatto con le alte realtà europee?

A livello giornalistico la cosa più particolare di fare il giornalista a Bruxelles è che c’è grandissimo un team spirit. Ad un certo punto si era trasformata nella sala stampa più grande del mondo e a volte c’è un po’ un feeling universitario: a questi briefing che fa la Commissione Europea s’incontrano molte persone da molte parti del mondo.

Sono i cittadini che devono cercare le notizie, o le notizie a cercare i cittadini?

Tenderei a dire la seconda: il giornalismo deve essere al servizio dei lettori, deve essere accessibile, interessante, non deve essere una cosa per iniziati, ma deve essere comprensibile a tutti, senza chiudersi nell’elitismo.

Cosa le piace di più della sua professione?

La possibilità di fare reportage sul terreno, la possibilità di fare viaggi e raccontare storie in solitudine, trovando fonti originali, parlando con le persone.

A proposito di reportage, qual è la sua percentuale di lavoro alla scrivania e l’escursione all’esterno?

Il giusto rapporto sarebbe stare il più possibile fuori, ma la realtà è che si sta molto alla scrivania. Dipende da che giornalista sei: io copro tutta l’Italia e tutto il Vaticano. Per forza devo basarmi su tutti i media e rielaborare le informazioni da tv, radio, giornali, riprocessarli, tradurli, cambiarli e renderli attraenti per un pubblico straniero.

Si è ispirato a qualcuno per fare il suo mestiere di giornalista?

No, nomi famosi no. Non ero un aspirante giornalista sin da piccolo. Ho avuto però colleghi sul campo che mi hanno aiutato molto. Avere capi bravi è una cosa importantissima in questo mestiere.

Sono rari?

No. Anche i nuovi giornalisti tengono alta la qualità. Chiaro: il mercato è sempre più piccolo e sempre più duro e quindi c’è una selezione maggiore. Chi entra nel mestiere ha già le spalle larghe.

C’è un aspetto che le è piaciuto di più quando era all’estero?

Sarà banale, ma l’aver lavorato all’estero ti conferma che c’è maggior meritocrazia rispetto all’Italia. Poi, al di là di questo, la curiosità di conoscere paesi nuovi, di indagare, di cominciare a conoscere usi e costumi di un paese, conoscere la realtà.

Un’ultima domanda: quali sono i consigli che darebbe a un giovane che vuole fare il giornalista di agenzia?

La risposta classica che mi davano i giornalisti era di fare un altro mestiere, perché c’è la solita litania del fatto che è un mestiere sempre più instabile, sempre meno pagato, eccetera. Tutto questo è vero, ma il consiglio è di andare all’estero, imparare una lingua (l’inglese non è più sufficiente). Il che non vuol dire non ritornare.