mercoledì 13 febbraio 2019

L’uccellaccio pestifero


Sembravano degli uccellacci del malaugurio e in effetti lo erano: la loro presenza non era sintomo di vita e gioia; tutt’altro. Come ogni corvaccio o avvoltoio che si accinge a nutrirsi delle carogne e delle carcasse, così gli inquietanti medici del Seicento facevano piazza pulita al loro passaggio quando venivano chiamati dai parenti disperati di un ammalato di peste. L’analogia tra l’uccello del malaugurio e la caratteristica maschera a becco che questi mediconi indossavano è evidente: il dottore della peste si aggirava nelle città – queste molto colpite dal morbo, come insegna il Boccaccio – come un oscuro presagio. La “morte nera” – anche se il termine è stato coniato per identificare l’epidemia nel Trecento – colpì duramente l’Europa: si pensava fosse una maledizione di Dio e al contempo l’anticipo di una dannazione infernale. Anni dopo si sarebbe scoperto che gli agenti principali del morbo non erano i misteriosi untori che pennellavano con una sostanza giallastra la malattia sulla casa degli innocenti, quanto i ratti che – assieme alle merci da Oriente a Occidente – giungevano nel Vecchio Continente portando con sé la patologia.

Ma quando i medici della peste operavano in tutta Europa l’attenzione non fu rivolta verso i sorci: il misto di ignoranza e paganesimo trovava la sua conferma nel miscuglio di erbe, spezie e aromi che venivano infilate nella maschera dall’enorme naso adunco e che fungevano – ingenuamente, diremmo oggi – da filtro e quindi protezione dalla malattia bubbonica. Una maschera grezza, rozza, rudimentale che copriva il volto dei medici, muniti di una lunga palandrana nera, guanti scuri, cappuccio e cappello che preservano il resto della testa. A cavallo tra il lungo becco bianco e gli occhi, delle piccole lenti trasparenti. Caratteristica rilevante dei medici di allora, la lunga bacchetta che tastava il malato e alzava le coperte di un letto infettato dal morbo nero. Insomma: chi vedeva questo tetro personaggio addentrarsi nei luridi vicoli delle città manzonianamente afflitte dalla peste per curare un’incurabile disgraziato, non poteva stare tranquillo.

Ritenuto abbastanza grottesco, l’abito del medico della peste divenne col tempo una delle più importanti maschere del Carnevale veneziano, che dell’eccesso, del paradosso, del dileggio, dell’irrisione ha fatto la sua cifra più importante, come dimostrano i vari Balanzone, Arlecchino, Brighella, Pantalone, Pulcinella e Colombina. La Serenissima fu colpita dalla peste verso la metà del Cinquecento, ma la tragedia – consegnata alla Storia come le leggende più lugubri – sarebbe paradossalmente diventata tramite la figura del dottore stesso una delle principali maschere carnevalesche veneziane. La festa gioiosa della città veneta ha imposto radicali modifiche a quello che è diventato il vero e proprio “costume del medico della peste”: scarpe con fibbie dorate, calze chiare fino al ginocchio e pantaloni alla zuava bordeaux, camicia bianca e tunica scura, gorgera e cappello ricamato. E poi, ancora, la maschera dal becco adunco, in cartapesta bianca: non più simbolo di presagi tenebrosi, ma di risate da Paese dei Balocchi.