mercoledì 6 febbraio 2019

Elsa Fornero, il coraggio e l’importanza di capire le riforme


“Economia e sfide della politica”: titolo ambizioso quello dell’incontro pubblico tenutosi ieri mattina presso l’Università della Svizzera Italiana e organizzato dall’Executive Master in Business Administration della Facoltà di Scienze Economiche dell’ateneo luganese. Ambizioso perché non è sempre facile – e le polemiche in merito sono aperte e talvolta aspre – stabilire una relazione tra politica ed economia: una relazione, intendiamoci, che produca benefici per entrambi, senza scompensi e carenze. Dall’economia digitale alle riforme, dalle pensioni alla politica, dall’invecchiamento della popolazione all’instabilità finanziaria. Dopo i saluti di Boas Erez – rettore dell’Università della Svizzera Italiana – e di Patrick Gagliardini – decano della Facoltà di Scienze Economiche – Antonio Mele, dell’Istituto di Finanza introduce la conferenza: «La voce di spesa pubblica per le pensioni è molto alta», ma qual è l’azione delle riforme rispetto al vincolo elettorale dei politici? In altre parole, «come far dialogare politica ed economia, come far dialogare economisti e politici, che sono espressione del voto popolare?» Una riforma – incisiva – deve essere capita in una popolazione: non è un semplice decreto approvato dal Parlamento, ma deve entrare nei costumi dei cittadini, i quali devono – o dovrebbero tentare di – capire e comprendere la necessità della stessa e non solo affidarsi all’uso spesso spregiudicato della spesa pubblica, «cemento a presa rapida del consenso», citando Ugo La Malfa.

Ospiti alla conferenza dell’EMBA anche Alessandro Galimberti, Presidente Ordine giornalisti della Lombardia e giornalista de Il Sole 24 Ore e Luca Soncini, membro Consiglio di Amministrazione della Banca dello Stato del Cantone Ticino e docente all’USI. Nel suo intervento Soncini ricorda alla platea un’epoca assai feconda per le riforme, tema cardine della conferenza. Parliamo del 1989: trent’anni fa le logiche di Yalta sono saltate e i fatti conseguenti alla caduta del Muro di Berlino «hanno creato dei perdenti: la classe liberale centrista non ha saputo mitigare gli effetti della globalizzazione.» E i “gloriosi” risultati si vedono in questi ultimi anni: «da Donald Trump ai gilet jaunes, dal post elezioni del 4 marzo in Italia a Brexit», veri e propri “moti di ribellione” contro il cosiddetto establishment, punito severamente nelle urne e non più vecchio padreterno a cui tutti guardavano incantati prima della caduta. Ed è proprio qui che s’inserisce il rapporto tra scienze economiche e politica, senza dimenticare la necessità imperativa di sapere conciliare «tra libertà personali e libertà comuni.»

Chi ha visto da vicino l’importanza di questo legame è stata Elsa Fornero, ospite d’onore della tarda mattinata. Professoressa presso l’Università di Torino, ex contestatissimo Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali nel Governo Monti (2011-2013), che esordisce parlando del dialogo. Sì, proprio il dialogo, una parola oramai lontana non solo dalle agende politiche della maggior parte dei leader in campo, ma anche un modo di comunicare pacato e civile che al giorno d’oggi sembra essere scomparso. Quello per la difesa e la promozione del dialogo civile per Fornero è «un grande impegno che ho preso da tempo», una piccola luce di civiltà – lessicale e di forma, ma non solo – nell’era dell’urlo, dei proclami, della comunicazione non tanto immediata, ma istantanea che i vertici politici – più apprendisti stregoni che erodono la fiducia dei mercati e degli investitori stranieri a colpi di improvvide ed imprudenti dichiarazioni – adoperano con fierezza nell’esibizione dei muscoli più o meno gonfi di retorica sul “sovranismo” da una parte e sull’“uno vale uno” dall’altra. Il dialogo è espressione della civiltà di un paese. «Quando eravamo al governo» ricorda Fornero «come tecnici era difficilissimo “parlare con il popolo”, come di dice oggi. Noi non avevamo un partito, né un sindacato. Eravamo semplicemente dei tecnici: in democrazia il collegamento tra governo e cittadini» – è così che l’ex Ministro intende chiamare gli italiani – «è dato dalla politica e quindi per noi era difficile provare a dialogare.» Poi un’amara considerazione: «In questi anni ho cancellato dal mio vocabolario la parola “spiegare”; parola molto impopolare, perché oggi la reazione è: “Chi sei tu per spiegare qualcosa a me?”» (classica argomentazione di chi è tronfio maestro dell’incompetenza). Per almeno tentare di instaurare un dialogo civile anche su tematiche di contrasto – e quella delle pensioni lo è eccome –, Elsa Fornero racconta di recarsi molto spesso in diversi paesi e paesini del Nord Italia – «anche in quelli in ci sono molti elettori di partiti che non hanno simpatia per me e per il Governo Monti» – per cercare di istaurare un dialogo, perché d’altra parte, «ne sono certa, ci sono tante persone che non si accontentano dello slogan

La politica – «che deve riacquisire lungimiranza» – secondo Fornero deve essere separata dai tecnici, specialmente quando si parla di potere esecutivo. «I governi devono essere politici e non tecnici, ma ci vogliono dei tecnici che aiutino i politici a prendere delle decisioni, cosa che spesso non avviene.» E ancora: «non avrei mai accettato di far parte di un governo che fosse guidato da un politico – sia di destra che di sinistra. Avrei detto: “non è il mio lavoro.”» Ma con lo spread tra i titoli di Stato tedeschi e quelli italiani – dopo la terribile estate del 2011, quando di lì a poco l’Italia sarebbe andata in default – a oltre cinquecento punti base, la professoressa torinese ha «tuttavia accettato l’offerta di Mario Monti di diventare Ministro del Lavoro. Erano le ventuno e trenta del 15 novembre 2011 quando mi chiamò. Ricordo che ero di ritorno da una giornata di studi con alcune cariche europee.» Quindici secondi di convenevoli con l’ex Rettore della Bocconi e poi fino alle ventitré per decidersi. E il giorno dopo, alle diciassette, era Ministro. «Ho pensato che il paese in quel momento fosse pronto per imboccare una strada di cambiamento rispetto ai vent’anni precedenti nei quali per povertà di guida politica – concentrata sul Berlusconismo da un lato e dall’Antiberlusconismo dall’altro – i politici non sono stati in grado di offrire una via al paese.» Lo ripete quasi con malinconia: «Credevo» – si noti l’indicativo imperfetto – «che il paese fosse pronto, ma non potevo immaginare le difficoltà. Non c’era tempo: si aspettava una crisi imminente» e i giornali di allora – tra cui quello di Galimberti che in quei giorni titolò eccezionalmente a tutta pagina “Fate presto!” – raccontavano un’atmosfera da trincea. Per salvare i bilanci del Belpaese ci volevano – e ci vorrebbero – riforme radicali: dure – forse anche ingiuste, per alcuni – ma necessarie onde evitare il completo naufragio dello Stato. «“Hai due settimane, massimo venti giorni per fare la riforma delle pensioni” mi disse Monti.» E così fu: la riforma delle pensioni Fornero – chiamata impropriamente “legge Fornero” – prese vita il 6 dicembre 2011 e venne approvata all’unanimità dal Parlamento italiano, con l’eccezione dell’Italia dei Valori e della Lega – ai tempi “Nord” – che in seguito avrebbe costruito sull’accanimento nei confronti della riforma in questione e della sua firmataria una buona parte dei consensi in termini di voti.

«Le pensioni sono un tema abbastanza complesso» conclude Fornero «ma sono sulla bocca di tutti» (parlavamo prima dell’uno vale uno). «In Italia sono due i temi che accendono gli animi: il calcio o di pensioni», scherza l’ex Ministro. Secondo Fornero, «le riforme devono vivere nella società. La riforma non è tale solo nel momento in cui il Parlamento l’approva, ma quello che conta è quando e quanto la società si appropria delle riforme stesse. Le riforme sono fatte per cambiare in nostro comportamento, non per difendere il passato, ma per livellare l’effetto dei grandi cambiamenti nel futuro. Non so se c’è un momento ideale per fare le riforme: nel 2011 avevamo problemi strutturali e dovevamo dare risposte credibili.»