sabato 26 gennaio 2019

Vita, morte e (pochi) miracoli dei partiti


I partiti sono morti? E in caso contrario, “come se la passano” per dirla in linguaggio giovanile (giovani spesso e troppo assenti dal dibattito politico)? Certamente non bene: è fin troppo nota la pesante e lacerante disaffezione – quella delle generazioni più fresche in primis, appunto – nei confronti della politica, vista come un’immensa mangiatoria castale ad accesso limitato ed esclusivo dei “soliti noti”. Non parliamo poi dei partiti cosiddetti tradizionali, che delle radici ottocentesche hanno lasciato – o conservato – ben poco (questo nel caso in cui siano ancora presenti nei parlamenti nazionali). Al declino della struttura partitica si sommano i cosiddetti populismi – di destra e di sinistra – animati dall’urlante protesta e la sempre maggiore voglia “di nuovo” (ignorando gli aspetti positivi degli assetti istituzionali messi sotto attacco). Non importa cosa sia il nuovo e da chi o cosa sia rappresentato: l’importante è “cacciare via quelli là”; quelli là intesi come i membri della classe politica vigente, attori di tutti i mali sociali – accomunati dal grigiore dei completi e dei capelli – ma certamente colpevoli di guardare ad una società nuova con schemi vecchi e oramai inadeguati al fluire inesorabile del tempo. Tempo che chiede nuovi linguaggi e nuovi formati: i partiti saranno in grado di rinascere? Quali sono i motivi della crisi? Davvero sono scomparsi?

Ebbene, nell’epoca dell’effimero, della velocità, dei click, della società liquida – o gassosa, come ricorda Morena Ferrari Gamba, organizzatrice assieme al Circolo Battaglini della serata «Fare politica senza i partiti?» – c’è ancora posto per queste immense macchine di consenso e organizzazione? Ospiti dell’evento del 24 gennaio – gestita da Fabio Pontiggia, Direttore del Corriere del Ticino presso l’Università della Svizzera Italiana – sono stati Oscar Mazzoleni (ticinese, professore di Scienza Politica all’Università di Losanna) e Salvatore Veca (filosofo e accademico italiano), autorevoli “scienziati della politica”.

«I partiti politici oggi» spiega Mazzoleni «sono identificabili dai concetti di crisi, persistenza, diversità e complementarietà, ma tuttavia, perché sono stati creati i partiti?» Innanzitutto, «i partiti rispondono ad un obiettivo elettorale» (e su questo non ci piove, viso il perenne slogan eletto a somma filosofia dei “partiti” di oggi). La creazione dei gruppi parlamentari, le votazioni e la conseguente costruzione di un senso di appartenenza rispondono ad un obiettivo ideologico-identitario della società. «La crisi dei partiti – di massa, dominanti nei paesi europei – fa sì che per questi cessino le tre funzioni principali che essi hanno avuto nel ventesimo secolo: obiettivi elettorali, istituzionali, valoriali. Il partito di massa è tramontato e per certi versi è scomparso»: esso era certamente un partito organizzato, ma non un semplice aggregato di persone che metteva in comune un’idea. I membri del partito di massa – rappresentante ufficiale e ben noto era il Partito Comunista Italiano (in Svizzera il partito di Karl Marx fu proibito nel 1940) – mettono a piena disposizione della causa che servono tutto loro stessi. Ne deriva quindi che il partito di massa sia (o meglio: sia stato) un’organizzazione paramilitare, uno Stato nello Stato. «I paesi che non hanno avuto partiti comunisti» ricorda Mazzoleni, «sono quelli in cui anche gli altri partiti hanno avuto organizzazioni a latere molto più leggere» (basti pensare che nella stessa Svizzera il tesseramento è cosa rara). Con lo sblocco del 1989 – e la caduta del sistema socialista nell’Europa orientale – il mondo conobbe una nuova fase che fu guidata proprio grazie ai partiti. Riciclati, cambiati, evoluti: la sostanza è spesso rimasta la stessa, ma nel lungo periodo «quei partiti nati nel secondo Dopoguerra si sono trasformati in vittime dei processi di modernizzazione, della crisi del mondo associativo attorno ad essi, dei nuovi movimenti di protesta, del ruolo crescente dei media (vecchi e nuovi, capaci di plasmare la comunicazione politica).»

Mazzoleni continua a illustrare l’anatomia dei partiti moderni: «non si organizza una macchina di partito uguale in ogni circostanza: paradossalmente altri partiti riscoprono oggi la concezione di partito di massa.» Tale organizzazione scientifica è presente in partiti (checché questi si definiscano “movimenti”) quali l’FPÖ (Partito della Libertà Austriaco), l’UDC svizzero, la Lega Nord in Italia. Rassemblement che hanno una forte organizzazione territoriale e che nonostante siano i fautori – a parole – di un “nuovismo” impellente sono oggi relativamente antichi (la Lega è attualmente il più antico partito presente in Parlamento in Italia, vista la trentennale esperienza al Senato della Repubblica del suo fondatore e segretario storico Umberto Bossi). «Importante, quando si parla dei movimenti di protesta anche la retorica antipartitica», che ciclicamente si presenta nel dibattito pubblico – spesso dopo una crisi economica – e offre importanti grattacapi a politologi ed elettori sempre più disorientati. «Sono tre le sfide che oggi i partiti devono affrontare» continua Mazzoleni: «mediatizzazione (il marketing politico, saper comunicare ad un pubblico distratto che spesso si astiene), la personalizzazione (fare credere che esistono anche le persone e non solo le idee), il legame col territorio (cosa che fa un partito persistente). Oggi siamo in un’epoca in cui i partiti hanno perso il monopolio della formazione dell’opinione pubblica» (non che prima però questa fosse succube della “partitocrazia”): «i partiti competono con l’enorme espansione dei media, la democrazia referendaria, il voto personale, i movimenti di protesta, i social che hanno aperto un nuovo canale di espressione.»

Chi d’altra parte però ha incassato il dividendo dovuto alla crisi della forma partitica? Salvatore Veca spiega che la risposta alla debolezza delle associazioni politiche è da cercare nell’elevarsi – e nel consolidarsi – del potere economico-finanziario, che è stato in grado si affermare la sua primazia sociale. «I processi di trasformazione e di mutamento dei partiti» spiega l’accademico «conoscono una forte accelerazione negli ultimi venticinque-trent’anni.» Torniamo ancora ai primi anni Novanta: gli anni eredi della bufera dell’89. «Si ha l’impressione», continua Veca, «che a partire da allora molti partiti politici in molti contesti diversi abbiano conosciuto una maggiore difficoltà a funzionare: è a partire da quegli anni che nell’impiego della risorsa dell’autorità pubblica la politica rivela le sue debolezze.» Se d’altra parte, il “glorioso” sistema dei partiti comunisti d’Occidente (ricordiamo che quello italiano era il più vasto e organizzato ad Ovest, molto di più – in termini di voti – rispetto a quelli del Patto di Varsavia) ha goduto di notevole salute fino all’89 e con una serie di trasformazioni (alcuni direbbero solo di maquillage) nel corso degli anni Novanta, oggi i loro eredi – i partiti cosiddetti social democratici – non se la cavano per nulla bene. «La crisi dei partiti e della forma partitica è anche la crisi dei partiti socialdemocratici», questi più lontani, paradossalmente, dalle masse che dicevano di difendere. Sembrano lontane espressioni come la “Third Way”, brevettata da Bill Clinton negli Stati Uniti e Tony Blair e Gordon Brown («dopo il lavoro sporco di Margaret Thatcher» ricorda Veca) in Inghilterra. In particolare, i partiti socialdemocratici «sono stati in grado di lavorare in connessione con i poteri globali finanziari. Da qui la nascita di movimenti non solo antipolitici, ma anche anti-élite» (non solo élite politiche, ma anche – e soprattutto – finanziarie). Secondo Veca, «in realtà non c’è una dissoluzione dei partiti, ma un cambiamento dato dal contesto»: i partiti si adattano e si trasformano («basti pensare ai forgotten men di Donald Trump, che sono indice di una crisi di rappresentanza»).

In conclusione, «crisi della democrazia è diverso da crisi nella democrazia», democrazia afflitta ancora – e forse sempre – dal cancro della corruzione, ultimo elemento del dibattito, giudicata da Veca come «parte integrante e funzionale al funzionamento dei sistemi politici contemporanei», in quanto strumento di semplificazione. L’Italia – che forse è bizzarro scrivere appena dopo la parola “semplificazione” – è un paese molto corrotto: «nel secondo Dopoguerra ci fu una sorta di patto consociativo virtuoso tra partiti di massa» (Democrazia Cristiana e Partito Comunista in testa) «che disciplinavano la vita politica. Non c’era bocciofila che non fosse o bianca o rossa.» Ebbene sì: la politica del cosiddetto “arco costituzionale” – che escludeva il Movimento Sociale Italiano – è stato anche questo. «Un sistema consociativo», un mutuale scambio di risorse. Forse, una delle più salienti caratteristiche – e non sempre/per forza un aspetto negativo, oscuro e deviato – dei partiti.