venerdì 11 gennaio 2019

I passaggi di tempo di Fabrizio De André, anima salva

«Lascia che sia fiorito / Signore, il suo sentiero / quando a te la sua anima / e al mondo la sua pelle / dovrà riconsegnare / quando verrà al tuo cielo / là dove in pieno giorno / risplendono le stelle»: come il suo amico Luigi Tenco – morto suicida nel 1967 – anche Fabrizio De André – scomparso esattamente vent’anni fa, all’età di cinquantotto anni – potrebbe essere destinatario di Preghiera in gennaio, prima opera musicale del primo album in studio del cantatore genovese. Il primo brano del primo album, composto dal primo cantautore italiano. Il Principe, per ricollegarsi al film di tre ore e mezza prodotto dalla RAI nel gennaio 2018. Ricordare Fabrizio De André – non solo un cantautore (definizione palesemente riduttiva), ma menestrello di anime, cantore degli ultimi, voce dei disperati, suono di utopia – è utile anche alla luce dei tempi che corrono. Quella società odierna che lui non ha visto e che certamente non avrebbe apprezzato, come hanno ricordato più volte la moglie Dori Ghezzi e l’amico d’infanzia Paolo Villaggio. Nell’intolleranza dilagante, nel ritorno a parole e misure passate e disumane, nel disprezzo verso gli ultimi e i diversi, nell’isolamento degli individui, nella mancanza di equilibrio e nel rischio di annichilire ogni storia umana – rendendola semplice amministrazione – le parole di De André – oltre che suonare perfettamente profetiche e gradevoli per un colto orecchio musicale – possono indurre a più di una riflessione interiore. Quella che lui, anima anarchica – anima salva – faceva giungere ai sensi di chi lo ascoltava nelle sue esibizioni su LP o dal vivo. Di lui hanno scritto molti e tutto: l’opera letteraria e musicale (nonostante gli album in studio siano tredici) è praticamente sterminata. L’uomo non può essere ridotto alla semplificazione, al suo vizio, al suo colore politico, alla sua religione, al suo vissuto. Parafrasando Pablo Neruda, certamente Fabrizio De André può confessare di aver vissuto. Come in cielo, così in terra.

Con Volume I iniziava, oltre mezzo secolo fa, la produzione artistica del cantautore: una voce, una chitarra. Una scommessa contro la “bella società” che lo voleva avvocato – il padre lo aveva spinto in tal senso a seguire le orme del fratello Mauro, avvocato, tra gli altri, di Raul Gardini – e mai avrebbe accettato che un giovane borghese – nato nel 1940 da un’agiata famiglia genovese – imbracciasse la via della musica. Ma non era solo musica: era poesia; e milioni di persone in Italia lo capirono presto (nonostante la ritrosia e la timidezza di De André nel mostrarsi e nell’esibirsi in pubblico). Già in Volume I ci sono pezzi essenziali dell’opera di Faber – come lo chiamava Villaggio – a partire da Via del Campo («Dai diamanti non nasce niente / dal letame nascono i fior»), Bocca di Rosa e Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers (questa, resa famosa in quanto citata nella canzone-sberleffo), che tra l’altro riprendono tematiche essenziali della poesia – sì, definiamola ancora così – di De André: la sessualità e il sesso, la religione e la fede (Si chiamava Gesù), la vita e la morte (La morte, ispirata dai versi di Cesare Pavese, con musica di Georges Brassens, essenziale figura per De André e la sua generazione).

A dividere le due prime raccolte generali di canzoni – Volume I e Volume III del 1968 – c’è il primo album tematico del cantautore: Tutti morimmo a stento, disco soffocante e angosciante per via delle sue lugubri tematiche. Droga (Cantico dei drogati: «Ho licenziato Dio / gettato via un amore / per costruirmi il vuoto / nell’anima e nel cuore»), pedofilia (Leggenda di Natale), morte (La ballata degli impiccati), guerra (Girotondo). Il “teatro dell’assurdo” del secondo disco – per riprendere l’espressione in cui s’identificava Jean-Paul Sartre (su cui De André si era in parte formato) – è travolgente e deprimente allo stesso tempo: sarà Volume III a ristabilire quella leggera allegria (non allegria leggera) derisoria e canzonatoria. Il tutto allietato ritmicamente con fisarmonica e splendidi assoli di chitarra. Dalla tragedia di Marinella (La canzone di Marinella) ai paradossi della giustizia (Il gorilla), dall’eroismo militare (La ballata dell’eroe) a «S’i’ fosse foco, arderei ‘l mondo» di Cecco Angiolieri (riscoperta, nell’immaginario collettivo, proprio grazie a De André), al candore e la purezza di Nell’acqua della chiara fontana, fino agli strazi d’amore de La ballata del Michè («stanotte Miché / s’è impiccato a un chiodo perché / non voleva restare vent’anni in prigione / lontano da te»).

Ma a parere di grandi critici, il capolavoro del cantautore genovese è il suo quarto disco: con La buona novella, l’ascoltatore entra nella misticità religiosa del mondo deandreiano, che nell’album del 1970 percorre in maniera apocrifa i vangeli, aggiungendone un quinto tutto suo. Dall’annuncio dell’angelo della natività di Maria al ritorno di Giuseppe («E fosti tu Giuseppe / un reduce del passato / falegname per forza / padre per professione / a vederti assegnata / da un destino sgarbato / una figlia di più / senza alcuna ragione / una bimba su cui / non avevi intenzione»), Il sogno di Maria e Maria nel tempio («Non fu più il seno di Anna / fra le mura discrete / a consolare il pianto / a calmarti la sete / dicono fosse un angelo / a raccontarti le ore / a misurarti il tempo / fra cibo e Signore»). Un tenero ritratto della Madonna e della delicatezza femminile quello offerto da De André: fino al Golgota, con suo Figlio attorniato dai romani e dai farisei che hanno decretato la sua condanna a morte («Nel lugubre scherno degli abiti nuovi / misurano a gocce il dolore che provi: / trent’anni hanno atteso, col fegato in mano, / i rantoli d’un ciarlatano»). Un lungo percorso, quello del Cristo, verso l’ora più buia: «Non hanno negli occhi scintille di pena, / non sono stupiti a vederti la schiena / piegata dal legno che a stento trascini, / eppure ti stanno vicini. / Perdonali se non ti lasciano solo, / se sanno morire sulla croce anche loro, / a piangerli sotto non han che le madri, / in fondo, son solo due ladri.» A Tito e Dimaco – i due ladri appesi alla croce alla destra e alla sinistra di Gesù – Effedia dedica le sofferenti parole delle rispettive madri: sofferenti e parzialmente irritate con Maria, che a differenza loro, vedrà suo Figlio risorgere al terzo giorno («Lascia noi piangere, un po’ più forte / Chi non risorgerà più dalla morte»). L’album si conclude con una delle canzoni più apprezzate della poesia di De André: Il testamento di Tito altro non è che una raccolta aggiornata dei dieci comandamenti, rivisitati dalla retorica sensibile – ma allo stesso tempo decisa e ferma – del cantautore.

Altra rivisitazione – resa ancora più celebre da De André e dalla traduzione per Einaudi di Fernanda Pivano (amica di Faber) – è l’opera del poeta americano Edgar Lee Masters, che nell’Antologia di Spoon River trova una lapide a personaggi di fantasia, che «Dormono, dormono, sulla collina». Da Non al denaro non all’amore né al cielo, emergono i beffardi, sadici, tristi, gagliardi ritratti di Un giudice, Un matto, Un chimico, Un blasfemo, Un giudice, Un malato di cuore, Un ottico. Ed infine di un suonatore, il Suonatore Jones, «Lui che offrì la faccia al vento / la gola al vino». Una simpatica e poetica raccolta cantata: i destini dei personaggi s’intrecciano e sfociano nell’unico comune denominatore: la morte («Dove se n’è andato Elmer / che di febbre si lasciò morire / Dov’è Herman bruciato in miniera. / Dove sono Bert e Tom / il primo ucciso in una rissa / e l’altro che uscì già morto di galera. / E cosa ne sarà di Charley / che cadde mentre lavorava / dal ponte volò e volò sulla strada»).

Il sesto album, Storia di un impiegato, è quello più politico di De André, che commenta il Sessantotto – scoppiato in Francia sei anni prima – alla luce della vicenda – immaginaria – di un trentenne disperato, che vorrebbe unirsi ai manifestanti, ma che per motivi d’età rinuncia alla causa. Stanco della monotonia di una vita al lavoro, delle presunte angherie della borghesia, del costume ipocrita che la bella società gl’impone da anni, decide di preparare un ordigno per mandare in fumo tutto questo ed essere ricordato come un eroe dai sessantottini. Siamo nei caldi anni Settanta, quelli di piombo. L’approccio individualista – tipico di allora – impose a molti di buttare via la tradizione borghese da cui provenivano, per abbracciare l’idealismo e la precarietà di una protesta distruttiva: dalla Canzone del maggio, alla Bomba in testa, al dialogo con giudice e quello interiore con il padre (Sogno numero due e Canzone del padre, rispettivamente). Fino a Il Bombarolo, espressione massima dell’impegno politico e (in)civile per i manifestanti di allora. La violenza partorita nella mente dell’umile impiegato – emancipato e rinato nelle ceneri di un nuovo sottoproletariato urlante – diventa la forza dell’arroganza: attivata la bomba, questa scoppia proprio come egli aveva previsto nella canzone Al ballo mascherato. Recluso nel carcere – e separato dalla fidanzata colpita accidentalmente dal tritolo – l’impiegato si rende conto di essersi buttato via: lo Stato è più forte e solido dei manifestanti e dei terroristi che vogliono sovvertirlo. Per quanto faccia leva sull’unità e la solidarietà che ottiene in carcere, l’impiegato resta solo, abbandonato alla sua inutilità e al compianto. I deliri di Nella mia ora di libertà – ora di libertà alla quale l’impiegato rinuncia per protesta nei confronti dell’autorità – prendono forma alla coda dell’album: «Certo bisogna farne di strada / da una ginnastica d’obbedienza / fino ad un gesto molto più umano / che ti dia il senso della violenza / però bisogna farne altrettanta / per diventare così coglioni / da non riuscire più a capire / che non ci sono poteri buoni.»

Gli album che seguono – Canzoni (1974), Volume 8 (1975) e Rimini (1978) – riconducono al De André delle origini: dopo gli ultimi tre album tematici – quanto meno uniformi nel loro filo conduttore – Canzoni si apre con Via della povertà, lungo brano rivisitato di Bob Dylan assieme a Francesco De Gregori. Fila la lana, La ballata dell’amore cieco e la Città vecchia (dove ritorna a tutto spiano la tematica della prostituzione) riprendono l’elemento di canzone medievale, con predominanza di chitarra. E poi ancora una rivisitazione di Brassens (Morire per delle idee), fino alla Canzone dell’amore perduto: «Ricordi sbocciavan le viole / con le nostre parole / “Non ci lasceremo mai, mai e poi mai”, / vorrei dirti ora le stesse cose / ma come fan presto, amore, ad appassire le rose / così per noi / l’amore che strappa i capelli è perduto ormai, / non resta che qualche svogliata carezza / e un po’ di tenerezza. / E quando ti troverai in mano / quei fiori appassiti al sole / di un aprile ormai lontano, / li rimpiangerai / ma sarà la prima che incontri per strada / che tu coprirai d’oro per un bacio mai dato, / per un amore nuovo.» Poi La cattiva strada di Volume 8, la malinconia e la fragilità di Oceano e Canzone per l’estate, la lussuria di Nancy (brano tradotto dalla nota canzone di Leonard Cohen), fino ai pezzi autobiografici di Giugno ’73 e Amico fragile, brano a cui De André era molto attaccato. Scritto durante una pesante sbronza di whisky, la composizione è decisamente complessa e sofferta: «E ancora ucciso dalla vostra cortesia / nell’ora in cui un mio sogno / ballerina di seconda fila, / agitava per chissà quale avvenire / il suo presente di seni enormi / e il suo cesareo fresco, / pensavo è bello che dove finiscono le mie dita / debba in qualche modo incominciare una chitarra. / E poi seduto in mezzo ai vostri arrivederci, / mi sentivo meno stanco di voi / ero molto meno stanco di voi.» Con Rimini del ‘78 si riconferma la poliedricità delle tematiche dell’album: dall’aborto di Teresa all’omosessualità di Andrea (canzone molto apprezzata in Germania per il ritmo dell’accompagnamento musicale); da Volta la carta (brano allegro, definito da Massimo Bubola «esempio di surrealismo popolare») all’ironico Coda di lupo (che tratta la cosiddetta “Cacciata” di Luciano Lama – Segretario della CGIL di allora – dall’Università La Sapienza di Roma); fino all’infrangersi dei sogni di Sally, la piccola bimba diventata donna e caduta del dramma della droga e della prostituzione (brano con riferimenti a Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez).

Dal rapimento in Sardegna nel 1979, nasce due anni dopo l’album L’indiano, per via della copertina dell’artista americano Frederic Remington: album poco apprezzato dalla critica musicale. Tematiche principe sono la Sardegna e i suoi abitanti, i pellerossa, la natura e – per l’appunto – l’esperienza a contatto con l’Anonima Sequestri, raccontata in Hotel Supramonte (altro brano semi-autobiografico di De André). «Cosa importa se sono caduto se sono lontano / perché domani sarà un giorno lungo e senza parole / perché domani sarà un giorno incerto di nuvole e sole / ma dove, dov’è il tuo amore / ma dove è finito il tuo amore.» Interessante anche Quello che non ho, nata sulle note di un allegro blues, una chitarra elettrica – caratteristica dell’album e presente anche in Ave Maria – e un’armonica da bocca: «Quello che non ho è di farla franca / quello che non ho è quel che non mi manca / quello che non ho sono le tue parole / per guadagnarmi il cielo per conquistarmi il sole.» Espressione degli esperimenti musicali degli anni Ottanta, Crêuza de mä è stata accolta positivamente da tutta la critica europea (alcune riviste la definirono ai tempi una pietra miliare). Pochi nella storia della musica italiana si sono spinti a cantare in un altro linguaggio – oscuro, diverso, incomprensibile ai più –; Fabrizio De André è riuscito a cantare album tutto in genovese: la canzone che porta il nome della raccolta è la storia dei marinai che tornano a terra dopo tante avventure, per poi tornare in mare, metafora dell’incognita e del viaggio.

La carriera musicale dell’artista non poteva concludersi con una sorta di mix di tutta la sua opera: dopo sei anni di silenzio, nel 1990 esce Le nuvole (album “trilingue”: italiano, genovese e napoletano) in cui De André tratta di temi della società di allora, quella in cui viveva. In particolare, nella mente dei suoi ammiratori non possono non essere scolpiti brani come Ottocento (la mitica celebrazione del decadimento dell’ipocrisia borghese nella liricità di un matrimonio affaristico e combinato da famiglie avide di denaro e gelose); Don Raffaè (la massima e celebre denuncia della sottomissione parziale dello Stato alla Mafia – con tanto di citazione del Maxiprocesso di Palermo – e della situazione delle malavitose carceri italiane); e La dominica delle salme (che tocca tante piaghe della Storia d’Italia: Solidarność, la fine del Comunismo, la caduta del Muro di Berlino, la Milano da bere, l’accenno profetico a Mani Pulite, il terrorismo, le Brigate rosse, il consumismo). «Le nuvole, per l’aristocratico Aristofane, erano quei cattivi consiglieri» commenta De André su Music. «Secondo lui, che insegnavano ai giovani a contestare; in particolare Aristofane ce l’aveva con i sofisti che indicavano alle nuove generazioni un nuovo tipo di atteggiamento mentale e comportamentale sicuramente innovativo e provocatorio nei confronti del governo conservatore dell’Atene di quei tempi. La Nuvola più pericolosa, sempre secondo Aristofane, era Socrate, che lui ha la sfacciataggine di mettere in mezzo ai sofisti.»

L’ultimo album, del 1996, è stato scritto a quattro mani con Ivano Fossati (il concittadino genovese e cantautore aveva iniziato la collaborazione musicale con De André già in nuvole): ancora una volta, Anime salve è un concentrato di idee, sentimenti, denunce sociali, prese d’atto di una società che si evolve. Prinçesa narra la storia di una transessuale, diventata donna dopo un percorso interiore difficile e faticoso («nella cucina della pensione / mescolo i sogni con gli ormoni / ad albeggiare sarà magia / saranno seni miracolosi»); Khorakhané è l’elogio e il tentativo di condensare il popolo Rom all’interno di una lenta melodia, lento come il camminare degli ultimi all’interno della Storia («saper leggere il libro del mondo / con parole cangianti e nessuna scrittura / nei sentieri costretti in un palmo di mano / i segreti che fanno paura / finché un uomo ti incontra e non si riconosce / e ogni terra si accende e si arrende la pace»). D’altra parte, Anime salve – intesa come la canzone – è l’elogio alla solitudine («mille anni al mondo mille ancora / che bell’inganno sei anima mia / e che grande il mio tempo che bella compagnia»), mentre Smisurata preghiera – ultima canzone dell’ultimo album – è una sorta di testamento di Faber; pensata specialmente «per chi viaggia in direzione ostinata e contraria / col suo marchio speciale di speciale disperazione / e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi / per consegnare alla morte una goccia di splendore / di umanità di verità».

Fabrizio De André lo splendore l’ha raccontato: per trent’anni. La morte – dovuta soprattutto all’eccesso di alcol e di fumo che gli avevano procurato il tumore – ha bussato alla sua porta l’11 gennaio 1999: vent’anni fa. Sembra un’eternità, ma chi vuole applicare i suoi insegnamenti e vivere nella vasta umanità che Faber aveva dipinto e cantato, si renderà conto che vent’anni sono pochissimi. Sono «solo passaggi e passaggi / passaggi di tempo (…) Cose svanite, facce. E poi il futuro.»