sabato 26 gennaio 2019

Vita, morte e (pochi) miracoli dei partiti


I partiti sono morti? E in caso contrario, “come se la passano” per dirla in linguaggio giovanile (giovani spesso e troppo assenti dal dibattito politico)? Certamente non bene: è fin troppo nota la pesante e lacerante disaffezione – quella delle generazioni più fresche in primis, appunto – nei confronti della politica, vista come un’immensa mangiatoria castale ad accesso limitato ed esclusivo dei “soliti noti”. Non parliamo poi dei partiti cosiddetti tradizionali, che delle radici ottocentesche hanno lasciato – o conservato – ben poco (questo nel caso in cui siano ancora presenti nei parlamenti nazionali). Al declino della struttura partitica si sommano i cosiddetti populismi – di destra e di sinistra – animati dall’urlante protesta e la sempre maggiore voglia “di nuovo” (ignorando gli aspetti positivi degli assetti istituzionali messi sotto attacco). Non importa cosa sia il nuovo e da chi o cosa sia rappresentato: l’importante è “cacciare via quelli là”; quelli là intesi come i membri della classe politica vigente, attori di tutti i mali sociali – accomunati dal grigiore dei completi e dei capelli – ma certamente colpevoli di guardare ad una società nuova con schemi vecchi e oramai inadeguati al fluire inesorabile del tempo. Tempo che chiede nuovi linguaggi e nuovi formati: i partiti saranno in grado di rinascere? Quali sono i motivi della crisi? Davvero sono scomparsi?

sabato 19 gennaio 2019

Jan Palach: la fiamma della libertà


Nella Repubblica Socialista Cecoslovacca – nota come CSSR, nata de facto nel 1948, dopo la Seconda Guerra Mondiale e de jure nel 1960, con la federazione tra Repubblica Socialista Ceca e Repubblica Socialista Slovacca – Piazza San Venceslao è stata essenziale teatro delle proteste del 1968, nate ai primi di gennaio di quell’anno dietro ad un moto di ribellione studentesco (niente a che vedere con i capricci più o meno legittimi dei figli di papà parigini che in maggio avrebbero devastato la Ville Lumière). Sostituito il fedele burocrate comunista Antonín Novotný ai vertici del Partito Comunista Cecoslovacco (succursale del PCUS nelle terre boeme), il riformista Alexander Dubček – che voleva instaurare un “Socialismo dal volto umano”, anche se già allora la Storia aveva attestato la brutalità e l’infattibilità di questo progetto – tentò una più profonda destalinizzazione del paese: maggiori diritti ai cittadini, più democrazia a tutti i livelli della società, più decentramento della Pubblica Amministrazione. Il progetto di maggiore libertà – che comunque non eliminava l’enorme peso del PCC dalla vita dei cecoslovacchi – non fu apprezzato a Mosca e dai membri del Patto di Varsavia, allineati come soldatini verso l’URSS, all’epoca Mecca del terrore per il mondo occidentale. Manifestazioni in tutto il paese – anche a Piazza San Venceslao – diedero vita alla famosa Primavera di Praga, repressa nel sangue – una delle brutali specialità del regime sovietico – nell’agosto del ‘68 (quando Gustáv Husák, succeduto a Dubček, aveva già avviato la cosiddetta Normalizzazione da quattro mesi) dai carri armati comunisti e da circa mezzo milione di soldati.

mercoledì 16 gennaio 2019

Gun export & safety


Si dice spesso che in fin dei conti la guerra convenga a tutti. Di sicuro conviene a chi le armi le esporta; e non stiamo parlando di cifre basse o di nazioni sconosciute … Sono quattro i più grandi esportatori di armi sul pianeta: Stati Uniti, Cina, Francia e Russia. Ognuno di essi smercia il “carico esplosivo” ad altri paesi (molti di questi nella regione mediorientale in cambio di oro nero). Secondo il SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute – nel caso dell’America – di Barack Obama prima e Donald Trump poi – il primo paese di esportazione di armi è l’Arabia Saudita, il secondo gli Emirati Arabi Uniti, il terzo la Turchia, il quarto la Corea del Sud, il quinto l’Australia. Nel caso della Cina di Xi Jinping, al primo posto c’è il Pakistan, al secondo il Bangladesh, al terzo la Birmania, al quarto il Venezuela, al quinto la Tanzania. Per quanto riguarda l’Europa, il primo paese a livello di export sarebbe la Francia – prima di François Hollande e poi di Emmanuel Macron – che vende armi in primis al Marocco, alla Cina, all’Egitto, agli EAU e all’Arabia Saudita. Per quello che riguarda la Russia di Vladimir Putin, il primo paese di export in termini di armi è l’India, il secondo la Cina, il terzo il Vietnam, il quarto l’Algeria e il quinto il Venezuela.

Compleanni e complemorti


Alla corte del Duce a Galeazzo Ciano era riservato un posto d’onore: oltre che essere marito di Edda Mussolini, è stato Ministro degli Esteri e Vicesegretario del Partito Fascista. La sua fucilazione avvenne per mano del regime che aveva servito, l’11 gennaio ‘44. Settantacinque anni fa.

venerdì 11 gennaio 2019

I passaggi di tempo di Fabrizio De André, anima salva

«Lascia che sia fiorito / Signore, il suo sentiero / quando a te la sua anima / e al mondo la sua pelle / dovrà riconsegnare / quando verrà al tuo cielo / là dove in pieno giorno / risplendono le stelle»: come il suo amico Luigi Tenco – morto suicida nel 1967 – anche Fabrizio De André – scomparso esattamente vent’anni fa, all’età di cinquantotto anni – potrebbe essere destinatario di Preghiera in gennaio, prima opera musicale del primo album in studio del cantatore genovese. Il primo brano del primo album, composto dal primo cantautore italiano. Il Principe, per ricollegarsi al film di tre ore e mezza prodotto dalla RAI nel gennaio 2018. Ricordare Fabrizio De André – non solo un cantautore (definizione palesemente riduttiva), ma menestrello di anime, cantore degli ultimi, voce dei disperati, suono di utopia – è utile anche alla luce dei tempi che corrono. Quella società odierna che lui non ha visto e che certamente non avrebbe apprezzato, come hanno ricordato più volte la moglie Dori Ghezzi e l’amico d’infanzia Paolo Villaggio. Nell’intolleranza dilagante, nel ritorno a parole e misure passate e disumane, nel disprezzo verso gli ultimi e i diversi, nell’isolamento degli individui, nella mancanza di equilibrio e nel rischio di annichilire ogni storia umana – rendendola semplice amministrazione – le parole di De André – oltre che suonare perfettamente profetiche e gradevoli per un colto orecchio musicale – possono indurre a più di una riflessione interiore. Quella che lui, anima anarchica – anima salva – faceva giungere ai sensi di chi lo ascoltava nelle sue esibizioni su LP o dal vivo. Di lui hanno scritto molti e tutto: l’opera letteraria e musicale (nonostante gli album in studio siano tredici) è praticamente sterminata. L’uomo non può essere ridotto alla semplificazione, al suo vizio, al suo colore politico, alla sua religione, al suo vissuto. Parafrasando Pablo Neruda, certamente Fabrizio De André può confessare di aver vissuto. Come in cielo, così in terra.