sabato 13 luglio 2019

Ferruccio de Bortoli e il tentativo di riscossa civica


Ci salveremo non è solo il titolo dell’ultimo libro di Ferruccio de Bortoli: è l’auspicio dell’autore, che – nonostante le turbolenze che il Belpaese sembra sperimentare (più o meno volontariamente) ogni giorno – non se la sente di mettere un punto di domanda dopo la sua “profezia”. L’obiettivo del libro, scrive il Nostro, è quello di rianimare un senso dello stare insieme perduto, un senso di responsabilità collettivo annebbiato. L’ex direttore del Corriere della Sera è ottimista nei suoi “appunti per una riscossa civica” (parole da usare con il contagocce quando si parla d’Italia): «Siamo migliori di quello che sembriamo», scrive de Bortoli. «Nel descrivere il proprio paese gli italiani sono infatti più pessimisti e severi di quanto non lo siano gli stranieri».

sabato 6 luglio 2019

Moneta e popolo: quale sovranismo?

Lasciamo perdere per un attimo il fatto che «nel momento stesso in cui si mitizza il popolo sovrano, lo si tratta in realtà come popolo bue» – ovvero «qualcuno a cui rivolgersi con frasi ed espressioni terra terra, cercando di risvegliarne bisogni e istinti primari» – come scrive Giuseppe Antonelli in Volgare eloquenza: il popolo è sovrano. Non c’è dubbio, ma la domanda è: quando mai avrebbe smesso di esserlo nella recente storia di gran parte dei paesi occidentali? Per l’orgoglio demagogico-sovranista e semplificatorio non è importante rispondere a questa domanda: secondo costoro, il popolo “ha perso sovranità” e il nemico principale responsabile di ciò è l’Unione Europea (interessante quanto un certo tipo di rozza retorica sia riuscita a fondere il concetto di UE con quello di Europa, ben diversi tra loro). L’UE – contestabile, a tratti non efficiente e non solidale, burocratica e disattenta – è un insieme di Stati, che conservano quasi pienamente la loro sovranità effettiva, che consciamente – e volontariamente – hanno delegato negli anni passati ad un’entità superiore.

sabato 29 giugno 2019

Oriana Fallaci: la donna che dava del tu al potere


Una volta Margaret Thatcher disse: «Essere potenti è come essere una donna. Se hai bisogno di dimostrarlo vuol dire che non lo sei». Oriana Fallaci non aveva certamente bisogno di dimostrare né il suo coraggio né la sua capacità di scrittura. Glielo riconoscevano e glielo riconoscono (quasi) tutti. Ha fatto un mestiere – a partire dagli anni Cinquanta – che veniva generalmente intrapreso da soli uomini ed è stata molto più eroica di molti di loro. Oggi avrebbe compiuto novant’anni: molti giornalisti meno acuti – e certamente meno dotati della spontaneità di penna e pensiero – hanno tagliato allegramente il nastro dei nove decimi di secolo, ma il prezzo è il vuoto che lasceranno dopo la loro morte. Oriana Fallaci invece ha lasciato un vuoto incolmabile, non solo nei suoi tanti lettori, ma nel panorama giornalistico-letterario nel suo complesso. Anche in quello internazionale. Il suo essere donna in un contesto di uomini – non solo i colleghi, ma quelli che senza pudore andava a intervistare in giro per il mondo – era l’altra faccia della medaglia della ribellione, dell’anarchia, dell’indipendenza della Signora. Per la parità di genere ha sempre lottato, ma voleva essere ricordata semplicemente come “scrittore”. Le parole significano quello che vogliono dire: non le interessavano le declinazioni che assumevano toni politici e che oggi sembrano essere l’unica missione di diversi movimenti progressisti. È quantomeno bizzarro d’altra parte definirla di “destra”, dal momento che per la libertà dal Nazifascismo ha combattuto in Centro Italia in età da treccine, in sella alla sua bicicletta di fragile metallo. O forse era ritenuta “di destra” solo perché si era distanziata dalla cultura scontata per una partigiana toscana …

martedì 25 giugno 2019

Il Giornale e la battaglia di una caravella liberale


Il 25 giugno di quarantacinque anni fa – era il lontano 1974 – a farsi spazio, poco per la verità, nelle edicole italiane, tra giornali decennali e brillanti settimanali, comparve un nuovo protagonista; un foglio quotidiano che avrebbe fatto discutere negli anni a venire. Una nuova pubblicazione che per molto tempo sarebbe stata subalterna rispetto ai vari Corriere della Sera o Stampa. Un lenzuolo cartaceo piegato e nascosto negli anfratti del cappottone – e non dell’eskimo – di chi si “azzardava” a comprarlo. Il Giornale di Indro Montanelli compie oggi il suo primo quasi mezzo secolo: per anni è stato l’orientamento quotidiano di un centinaio di migliaia e mezzo di lettori, che nello storico giornalista – e nei suoi illustri collaboratori – trovavano una bussola politica e culturale leggendo la “caravella liberale”; una piccola imbarcazione nata dal nulla, ma non sul nulla. Il Giornale non era semplicemente “il Giornale”: certo, era uno dei più ricchi in termini di firme illustri e internazionali, ma era pienamente identificato nel suo direttore, che gli conferiva un’indimenticabile energia e vitalità; anche nella vecchiaia più estrema. Per le città d’Italia si diceva: «Mi dia il giornale di Montanelli», quasi con un tono di sfida nei confronti dell’edicolante che, in diverse occasioni e specialmente nei primi anni, tentava di boicottarne l’acquisto.

martedì 18 giugno 2019

Un secolo dalla sciagura di Versailles


Spesso i trattati di pace sono la premessa per una nuova guerra. Il caso più recente e clamoroso di questi è stato quello firmato a Versailles, un secolo fa, il 28 giugno 1919. Il trattato sancì l’armistizio – e non la pace – tra la Germania e gli altri stati europei – fuorché gli altri ex imperi centrali – dopo la vittoria degli Alleati nella Prima Guerra Mondiale ed entrò in vigore il 10 gennaio 1920. Un’Europa che aveva visto sulla sua pelle e civiltà quanto fosse devastante una guerra moderna trascinava quanto rimaneva di se stessa nella maestosa reggia dei monarchi francesi per l’ufficiale e burocratica resa dei conti con gli avversari. Se Versailles è stato il simbolo dell’assolutismo dell’Ancien Régime, la Francia del Nord era diventata il simbolo della lacerante guerra di trincea, a confine con l’allora Impero Germanico – l’ultimo impero centrale che coerentemente chiese l’armistizio –, governato da Guglielmo II. Questi, un Kaiser poco amato dal suo popolo: difatti, fu l’ultimo a regnare nella grande federazione dei piccoli Länder e della grande Prussia.

giovedì 13 giugno 2019

Intervista a Massimo Nava


– Intervista a Massimo Nava

Lei ha iniziato giovanissimo a scrivere sui giornali, nel 1966, a sedici anni: come mai così presto?

La partenza è naturalmente casuale: frequentavo il liceo classico Parini a Milano, istituto di un certo valore, dove c’era un giornalino – diventato molto famoso poi nei moti del Sessantotto – di nome La zanzara. Ho quindi iniziato a lavorare in redazione e lì è nata la passione.

venerdì 7 giugno 2019

1984: l’attualità tra libertà e sicurezza


Il Grande Fratello è ovunque: spia, controlla; entra nelle case, osserva insistentemente le abitudini di tutti; crea bisogni e dispensa risorse dall’alto della sua supremazia. Lui sa cosa è meglio per il popolo assoggettato al suo grande occhio. Il Grande Fratello è l’incarnazione del puro controllo: il volto misterioso che veglia tutte le strade della Londra distopica di 1984, il celebre volume scritto da George Orwell uscito in libreria l’8 giugno di settant’anni fa. Nel distopico – e dispotico – regno immaginato dall’autore di Animal Farm non c’è spazio per il libero pensiero: non c’è tempo di pensare, di chiedere il perché delle cose, di analizzare le storture sociali; o anche solo di dissentire dalla linea generale: quella della Fratellanza (Brotherhood) e del Partito(-Stato). Un perenne stato di allerta contro il nemico che può annientare la società, un sistema capillare di polizia – o meglio: “Psicopolizia”, Thought Police – che stana i dissidenti, la propaganda dall’alto, il lavaggio del cervello imposto a chiunque osi dissentire, i manifesti ovunque: il faccione del Grande Fratello che ti guarda. Tutta fantascienza?

venerdì 31 maggio 2019

L’errore delle élite nell’era della demagogia


Il populista – anche se il termine è impreciso e sarebbe meglio usare quello di demagogo – ha come unico obiettivo elettorale quello di guadagnare più elettori possibili: anche a costo di accantonare una tradizionale area politica, nella quale egli è nato ed è sorto politicamente. Quello che interessa al populista, come ricorda il politologo tedesco Jan-Werner Müller in Che cos’è il populismo? è conquistare tutto il corpo elettorale: non solo muoversi nell’area di destra o sinistra e al massimo contendersi con il rivale i voti al centro. Il demagogo vuole tutto il “piatto”: il corpo elettorale gli deve appartenere. Fatta eccezione per il nemico di cui ha bisogno per sopravvivere – un popolo o una categoria – il populista mira al consenso assoluto. E come sono nati i moti di pancia che sembrano consolidare sempre di più a livello nazionale il loro successo nello stanco e affaticato Vecchio Continente? Tra le cause maggiori, c’è la miopia delle cosiddette élite che, nel loro insieme, non solo non sono state in grado di avvertire l’arrivo dell’onda populista, ma non l’hanno neppure voluta affrontare.

domenica 26 maggio 2019

Vittorio Zucconi e il mestiere di un cronista americano


Nella «terra dei liberi» – come definiva la “sua” America – Vittorio Zucconi era arrivato il 10 agosto 1973: una vita fa. Dodici anni dopo si sarebbe trasferito a Washington, dove questa notte si è spento all’età di settantaquattro anni. Giornalista di lungo corso, scrittore, penna fine e delicata: il senso dell’umorismo e del dettaglio non mancavano al barbuto “cronista americano”. Per molti dei suoi numerosi lettori era “solo” il corrispondente dagli Stati Uniti di Repubblica, ruolo che per molti anni ha diviso col collega Federico Rampini, ma alle spalle Zucconi aveva un passato professionale brillante. Cosa che in parte gli proveniva dal cognome che portava: quello che era appartenuto ad un altrettanto grande giornalista, il padre Guglielmo, storico volto televisivo, direttore di molti giornali nazionali, perno giornalistico della Prima Repubblica. Dell’ex Deputato democristiano – il babbo che lo aveva avviato al mondo del giornalismo – il noto corrispondente del quotidiano di Carlo Verdelli ricordava un episodio diventato leggenda nella storia del mestiere a penna e taccuino. Quando Zucconi junior superò l’esame di giornalista, il padre gli regalò un cucchiaino d’argento. Cadeau singolare per chi, di lì a poco, avrebbe imbracciato l’“arma” del giornalista (ieri l’Olivetti, oggi il PC). Inciso, nel metallo dello strumento, le parole di un vecchio del mestiere: «Hai scelto un mestiere in cui ogni giorno mangerai cucchiaiate di merda. Che almeno il cucchiaio sia bello

mercoledì 22 maggio 2019

Tweet & climate change


«The concept of global warming was created by and for the Chinese in order to make U. S. manufacturing non-competitive» twittava nel novembre 2012 l’allora tycoon Donald Trump a proposito del cambiamento climatico: una maxi-balla architettata dai cinesi per rendere la manifattura americana non competitiva, scrisse – e sostiene ancora quando si esprime in merito – l’attuale inquilino della Casa Bianca. E non contento, qualche ora dopo rincarò la dose: «It’s freezing and snowing in New York—we need global warming!» Accipicchia! A New York si gela e sta nevicando, ma tutto sommato un po’ di caldo non ci fa male.

Il ruolo della geopolitica


– Intervista a Lucio Caracciolo – 

Quando e come ha deciso di diventare giornalista?

Per caso. Quando Eugenio Scalfari fondò Repubblica creò un gruppo di sessanta giovanotti (abilitati a comprare le sigarette), che dopo un anno e mezzo sono entrati a pieno regime nel mondo giornalistico. A Repubblica ho fatto sette anni, ma poi ho smesso di fare il giornalista in senso stretto; ho preso qualche anno per l’università, poi ho ricominciato con MicroMega – rivista culturale – e dal 1993 con Limes.

Al servizio del lettore: L’universo fa la resa dei conti


È sempre difficile parlare di se stessi, ma il bilancio de L’universo di quest’anno è positivo. Direzione e redazione del mensile hanno cercato di offrire alla platea dei lettori un prodotto sincero, stringato, corretto e artigianale; lungo ventotto pagine ogni mese – da settembre – fino all’edizione che adesso vi sporca le dita d’inchiostro. L’universo quest’anno è partito col botto, a partire dalla conferenza con Luciano Fontana e l’incontro sul rapporto tra Stato e privato.

Falcone: un uomo solo


Aveva compiuto cinquantatré anni da pochi giorni: e domani, 23 maggio 2019, ventisette anni fa, morì nel più atroce dei modi. L’esplosione di mille chili di tritolo scattò puntualmente come la lama della ghigliottina sul collo del prigioniero. Prima lo devastò e poi lo fece morire qualche ora dopo in ospedale, uccise la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, scardinò il manto autostradale come solo un atto di guerra può fare. Giovanni Falcone lo diceva: «La mia vita vale quanto il bottone di questa giacca.» Aveva deciso di guidare lui, quel tardo 23 maggio 1992, dopo il suo consueto ritorno da Roma nella sua amata Sicilia, ma l’esplosione nei pressi di Capaci spazzò via scientificamente e drammaticamente la prima auto – quella dei tre agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani – travolse la seconda con il magistrato, la consorte e l’autista Giuseppe Costanza, ferì i passeggeri della terza vettura di coda Angelo Corbo, Gaspare Cervello, Paolo Capuzza.

Animali pazzeschi e dove trovarli


Un enorme pitone, ma non solo: marmotte giganti, simpatici suini, irrequieti procioni, inquietanti varani. Animali che lo smisurato ego dell’essere umano non ha saputo tenere fuori dal perimetro di casa. Anzi: si tratta di bestiole che si sono perfettamente integrate nell’ambiente domestico. In Russia ad esempio è scoppiata una specie di moda: il cane, il gatto, il criceto, il pesciolino rosso non sono abbastanza e quindi alcuni vogliosi padroni hanno ben pensato di ospitare un vero Winnie the Pooh. Da tempo nella Federazione è nota l’orso-mania: avere il bestione bruno in casa è come avere un adulto in più in famiglia. Creatura imprevedibile e soprattutto impegnativa dal punto di vista nutrizionale e di conseguente “evacuazione idraulica”.

lunedì 13 maggio 2019

Antisemitismo: il ritorno e il rischio di perdere la memoria


Era il tardo 1989: il Comunismo stava crollando “pacificamente” anche in Ungheria e un giovane studente segretario della federazione degli studenti comunisti – laureato all’Università Loránd Eötvös di Budapest – chiedeva ad un ricco imprenditore una borsa di studio per continuare la sua esperienza formativa all’estero. Finanziamento accordato. Il giovane ragazzo – che se non altro dimostrerà in seguito di aver capito ben poco della dottrina politica, vista la piroetta ideologica da sinistra a destra – si chiamava Viktor Orbán; il facoltoso imprenditore, manco a dirlo, era il controverso George Soros, riconosciuto un quarto di secolo dopo dal suo elemosiniere – divenuto nel frattempo Primo Ministro – come il nemico pubblico numero uno. Roba da Far West: alle porte del maestoso Parlamento sul Danubio manca solo il manifesto “Wanted” e la taglia sulla testa dell’imprenditore-filantropo e poi ci siamo, vista anche l’alleanza parlamentare di Orbán con Jobbik, partito che oltre a far svolazzare la bandiera del nazionalismo ha intensi tratti antisemiti. Tratti antisemiti che piano piano si stanno facendo sempre più evidenti nelle maggiori nazioni occidentali.

giovedì 9 maggio 2019

Giorgio Bassani: vita di un ferrarese


Giorgio Bassani è il protagonista dell’ottavo incontro pubblico organizzato da RSI Rete Due e dall’Istituto degli Studi Filosofici di Lugano nell’ambito del ciclo Archivi del Novecento, che si rinnova da febbraio a maggio ogni mercoledì, alle 18:00 presso l’Università della Svizzera Italiana in una serie di conferenze dedicati a grandi autori italiani del secolo scorso. A raccontare l’autore de Il giardino dei Finzi-Contini è intervenuto nella serata di ieri il Professor Gianni Venturi dell’Università di Firenze. «I soggetti dei miei libri non vado a cercarli», spiega Bassani a Vittorio Sereni nei filmati del repertorio della RSI, proiettati in due tempi tra gli interventi di Venturi. «Ci vuole un’intuizione formale per scrivere un libro. Un’intuizione del tutto disinteressata. Non posso inventare: sono i fatti della vita che mi colpiscono sempre», spiegava l’autore in occasione dell’uscita del romanzo L’airone, nel 1968, vincitore del Premio Campiello.

lunedì 29 aprile 2019

Le “d” che fanno male all’economia


Disoccupazione, deficit e debito: sono queste le tre “d” nocive per l’economia e il sistema-paese. Concetti che molti ritengono astratti – specialmente il secondo e il terzo – ma che hanno pesanti impatti sulla vita dei cittadini. In alcuni paesi europei, dopo tanti anni di crisi economico-finanziaria, le cose sembrano rimanere nella stessa stagnante situazione da anni. La disoccupazione sembra farsi col tempo sempre più strutturale, il target del deficit viene sistematicamente violato, il debito pubblico aumenta allegramente, senza opportuni freni.

lunedì 22 aprile 2019

Indro Montanelli: narratore e protagonista del Novecento


Indro Montanelli era nato centodieci anni fa, il 22 aprile del 1909 a Fucecchio, un piccolo paesino della Toscana, terra che ha dato i natali a molti dei grandi giornalisti e scrittori d’Italia. Il Novecento, il “suo” secolo, lo ha vissuto quasi per intero: lo ha respirato e narrato, fino a diventare ufficialmente negli anni Novanta il primo grande dei grandi giornalisti del Paese; seguono Enzo Biagi e Giorgio Bocca secondo il magico tris del premio “È giornalismo”. Montanelli ha scritto di tutto e tutti, ma è altrettanto vero che di lui hanno scritto tutti e di tutto. Le biografie sul personaggio si sprecano: oggetto di attenzione di professori universitari, accademici dall’estero, studenti, lettori o semplici curiosi che il nome di quell’alto e anziano signore lo hanno letto sui polverosi dorsi delle copertine dei libri scritti con Roberto Gervaso o Mario Cervi sullo scaffale di una biblioteca di casa.

martedì 16 aprile 2019

Crisi e declino: c’era una volta il Venezuela


Tombe profanate, blackout continui, assenza di servizi, treni fermi e infrastrutture fatiscenti: uno scenario di guerra. E invece no: è il Venezuela del 2019. Un Paese in cui dal 2011 ad oggi l’economia si è contratta del settanta per cento; in cui l’ottantasette per cento dei suoi abitanti, cioè ventisei milioni di persone, vive in povertà; in cui mancano i beni di prima necessità; in cui nel 2016 la media di massa corporea persa da ogni abitante era di otto chili e nel 2018 si è alzata a undici. Un Paese in ginocchio. Il Venezuela nel secolo scorso era uno delle terre più prosperose del Sudamerica, dal momento che aveva – e ha tutt’ora – le riserve di petrolio (nella Orinoco Belt) più vaste del mondo: dalla elezione di Nicolás Maduro – succeduto a Hugo Chávez nel 2013 – le cose non hanno fatto altro che peggiorare per la «Repubblica Bolivariana del Venezuela», come ama ricordare enfaticamente il leader nei sui discorsi alla folla. L’idea di un salvifico socialismo (reale) si sta lentamente frantumando, visto l’appoggio di molte comunità internazionali nei confronti di Juan Guaidó, “eletto” nuovo salvatore della patria (fino – speriamo di no – al prossimo disastro economico).

mercoledì 10 aprile 2019

Giornali e Venezuela

- Intervista a Eliana Loza Schiano -


Come sei arrivata in Italia?

Io sono di origine italiana e quindi per me era importante ritrovare le mie radici.
Come sei arrivata a El Universal?

Stavo facendo un Master in Inghilterra e a El Universal c’erano i miei vecchi colleghi e quindi ho chiesto al Capo di poter fare la corrispondente dall’Italia.

La crescita cinese


Il PIL mondiale ha dovuto lasciare negli anni sempre più spazio a Pechino: secondo “The Spectator Index”, nel 1988 la Cina contribuiva solo per il 4.1 percento al PIL globale. Percentuale che si è alzata di poco nel ‘98 (6.9); poi dodici dieci anni dopo, fino al 18.7 del 2018. Il che vuol dire che poco meno di un quinto del PIL mondiale è rappresentato dalla Cina, paese in cui secondo Reporters sans frontières la situazione in termini di libertà di stampa è in condizioni drammatiche (176esimo paese su centottanta), la percezione della corruzione è alta (secondo Transparency era il settantasettesimo paese su centottanta nel 2017 e ottantasettesimo nel 2018), i diritti umani sono calpestati, il controllo statale della vita privata dell’individuo è orwellianamente capillare.

Le olimpiadi hitleriane



Sotto il breve cancellierato di Heinrich Brüning la Germania – all’epoca meglio nota come la sofferta Repubblica di Weimar – venne scelta dal Comitato Olimpico Internazionale come paese che avrebbe ospitato i giochi olimpici del ‘36: non molti avrebbero immaginato che nel ‘33 (poco dopo la decisione del CIO), al potere sarebbe arrivato il caporale Adolf Hitler. E con l’affermarsi del Nazionalsocialismo (e le leggi di Norimberga del ‘35 per la “protezione del sangue e dell’onore tedesco” e l’automatica esclusione di ebrei e Rom dai giochi), molti paesi non solo erano inclini a boicottare l’undicesima edizione dei giochi olimpici, ma addirittura fecero esposti per un cambio di sede. Niente da fare: le Olimpiadi si sarebbero tenute comunque in piena Germania hitleriana. Quarantanove nazioni parteciparono, per un totale di quasi quattromila atleti: riluttanti in particolar modo erano gli Stati Uniti di Franklin Delano Roosevelt, che nonostante le già evidenti frizioni con il Reich a livello politico e diplomatico si qualificarono secondi in termini di medaglie conquistate nei giochi dopo la “grande Germania”.

Genitori-allenatori e rampolli-campioni


Troppe volte i genitori si trasformano nei veri coach dei figli. Ecco quindi il papà ansioso e ultra-competitivo: «La prossima volta asfaltalo» o «Non fare più quel passaggio» o «Tira da angolatura di settantaquattro gradi». Inutile negarlo: lo sport gasa. Gasa tutti: gonfia i petti e le vene del collo; il sudore scende dalle tempie, i capelli si fanno umidi, le corde vocali chiedono pietà. È questo lo stato del genitore tifoso: più di un allenatore che esige il meglio dai suoi pulcini. Sul campo da giuoco papà e mamma pretendono la perfezione da parte della prole: questa, vista come una continuatrice dei tempi gloriosi che furono, quando anche i genitori gareggiavano e atleticamente saltavano ostacoli, impugnavano racchette o danzavano armonicamente sul ghiaccio. «Vai Christian, spaccagli la faccia», tuona la mammina da bordocampo. Al momento della discesa in campo del pargolo il genitore si trasforma: mai ci si aspetterebbe che una signora sulla quarantina urli a squarciagola e inciti il rampollo a battere ad ogni costo l’avversario (per altro un coetaneo neppure adolescente).

domenica 7 aprile 2019

Addio a Biazzi Vergani, uomo-macchina e cofondatore del Giornale


Se n’è andato come ha sempre vissuto: in silenzio, quasi nell’ombra. Gian Galeazzo Biazzi Vergani è morto oggi all’età di novantatré anni a Milano: era ultimo dei sette grandi fondatori de il Giornale di Indro Montanelli ancora in vita e signorile decano del giornalismo italiano. Depositario dei segreti e delle storie del Giornale: la stragrande maggioranza dei suoi lettori non lo conosceva, ma è grazie a lui se il quotidiano di Via Negri – “contro il coro” – usciva tutti i giorni dopo un intenso “lavoro di cucina”, dietro le quinte.

venerdì 5 aprile 2019

Social, futuro e giovani secondo Enrico Letta

Giovani e futuro, ma anche demografia, cambiamento climatico, tecnologia e università. Sono queste le tematiche affrontate dall’ex Presidente del Consiglio italiano Enrico Letta nel suo libro Ho imparato. In viaggio con i giovani sognando un’Italia mondiale (il Mulino) presentato ieri sera presso la biblioteca comunale di Como. “Imparare”: un verbo, un’autocritica, un proposito; un sogno per l’avvenire e la ricerca di una politica che tenga per mano le generazioni. Una nuova politica rigenerativa, che sappia smascherare il cialtronismo imperante e semplificatore, quello che non si serve di cifre, ma bada esclusivamente e demagogicamente al proprio tornaconto. Da qui nasce il sogno di Letta: un’Europa diversa per un futuro diverso. Specialmente per i giovani. «Uscendo dall’Europa si trovano i diritti? O solidarietà? O pace? Ad ogni modo, l’Europa deve cambiare», ma la domanda è come. D’altra parte, «imparare» spiega l’ex inquilino di Palazzo Chigi «è una parola poco di moda: siamo in un’epoca in cui il metodo scientifico è contrastato», l’ignoranza trionfa e sapere più del prossimo diventa una colpa.

giovedì 4 aprile 2019

Le furie e le avventure di Guido Piovene


In occasione del ciclo di conferenze “Archivi del Novecento” organizzato da Rete Due e dall’Istituto di Studi Italiani dell’USI, tramite gli intermezzi biografici e analitici della professoressa Sara Garau, si è tenuta ieri sera nell’Auditorium dell’ateneo di Lugano l’esclusiva proiezione di un’intervista realizzata nel lontano 1963 da Vittorio Sereni al giornalista e scrittore Guido Piovene per la RSI. All’epoca, l’occasione era la discussione tra i due letterati – e fumatori incalliti – sull’ultimo libro del romanziere, Le furie, opera controversa che non aveva ottenuto il premio Viareggio. I membri della giuria di allora – tra cui Pier Paolo Pasolini e Giuseppe Ungaretti – emisero un verdetto negativo per i trascorsi fascisti dello scrittore, portati dallo stesso all’attenzione del pubblico con La coda di paglia del 1962.

mercoledì 27 marzo 2019

La crisi dei liberalconservatori e dell’Europa

«Nei prossimi vent’anni i sistemi sociali – welfare e sanità – falliranno ed esploderanno»: è drastico Paolo Pamini nel suo intervento di apertura della conferenza “Liberalconservatorismo 2.0. Un’idea attuale e percorribile?” (organizzata dalla LPU, Law and Politics in USI), tenutasi all’Università della Svizzera Italiana nella serata di martedì 26 marzo. In sala – in un «covo di liberali» come ha detto Sergio Morisoli, autore di Liberalconservatorismo. Tra buona vita e vita buona e relatore della serata – anche Alfonso Tuor e Tito Tettamenti, moderati dal giornalista Roberto Antonini. Al centro del dibattito, non solo la politica e la crisi del liberalismo, ma anche l’elemento spirituale: il cristianesimo da una parte – rappresentante della fede – e la cristianità dall’altra, lume della cultura a cui tutto il mondo occidentale appartiene. Difatti, i tre relatori sono d’accordo all’unisono con le note parole di Benedetto Croce, per cui, in Occidente, «non possiamo non definirci cristiani.»

sabato 23 marzo 2019

Terezín: la fine dell’umanità

Una lunga distesa di lapidi sul prato secco, quasi congelato da un inverno che non vuole andar via e da una primavera che si è vista solo attraverso il sole che tocca anche gli anfratti più reconditi dell’umanità. Una croce cristiana, la stella di David qualche metro più in là: enormi ed alte nei cieli a cui molti – in quei territori cechi – hanno guardato in attesa di un segno. Anche il più pietoso dei gesti: una speranza di pietà; e invece niente. Dio era morto: ma non solo a Terezín; un nome – assieme a quello di Auschwitz, Bergen-Belsen, Buchenwald e Dachau – che non ha bisogno di particolari richiami o dilungamenti. Impressionante calpestare con le suole di gomma industriale sporche di fango e sassolini impastati d’acqua le scricchiolanti travi dove le vittime della carneficina nazionalsocialista poggiavano i loro piedi scalzi, ghiacciati dopo gli sforzi disumani patiti nel gelo di gennaio e ardenti nell’afa di agosto. Lunghi lavatoi bianchi multiuso nelle baracche di pietra, brandine di legno: poi la sala della lavanderia e quella del bieco funzionario della burocrazia del Reich, che archiviava nomi e storie nel gorgo dell’indifferenza e nella freddezza di un cassetto che mai più si sarebbe aperto.

venerdì 15 marzo 2019

Cecoslovacchia: dalla Seconda Repubblica al Protettorato


Nel tardo ottobre 1918 Alois Jirásek – noto politico ceco, nominato quattro volte al Premio Nobel per la Letteratura, senza mai riceverlo – in Piazza San Venceslao a Praga dichiarò l’indipendenza della Cecoslovacchia da un decadente ed in seguito sconfitto Impero Austro Ungarico, l’ambizioso e multietnico progetto – profondamente ottocentesco nell’ossatura, arrugginito ulteriormente dalla Grande Guerra e vittima delle sue contraddizioni multietniche – che sarebbe stato frammentato dal Trattato di Saint-Germain (1919, per l’Austria) e Trianon (1920, per l’Ungheria); questi due, padri legittimi – o illegittimi a seconda dei punti di vista – della Prima Repubblica Cecoslovacca.

mercoledì 13 marzo 2019

Zanzare, tumori e uomini

Basta aprire qualsiasi giornale per rendersi conto che diverse sezioni sono dedicate alla morte. Morte intesa come guerra, violenza, assassini ed efferatezze varie, perpetrate da un solo ed unico attore: l’uomo. L’uomo additato come principale causa della morte di altri uomini. Ebbene, secondo la WHO il primo agente a provocare la morta dei nostri simili – al di là delle malattie che in maniera più o meno spontanea affliggono i nostri corpi – è la zanzara. Quel fastidioso insetto alato, con le zampette e il piccolo ago pungente che rovina tutte le calde estati causa, grazie al virus – spesso della malaria – di cui è vettore, circa 725 mila morti all’anno. Al secondo posto, per quello che riguarda gli animali che uccidono l’uomo, abbiamo proprio l’uomo stesso (475 mila vittime); seguono i serpenti (cinquantamila morti all’anno), i cani (venticinque mila), la glossina (nota come “mosca tsetse”, diecimila). Il reduviidae (detto assassin bug, fisiognomicamente molto simile alla cimice) uccide diecimila persone all’anno, duemila la tenia, mille il coccodrillo, cinquecento l’ippopotamo, cento l’elefante e il leone, “solo” dieci vittime il lupo e lo squalo.

1973: dal Cile all’Italia


- Intervista a Patricia Mayorga Marcos

Com’è arrivata in Italia?

Sono arrivata in Italia nel ‘75 come rifugiata: ero una giovane giornalista fuggita dal regime di Pinochet. Sono uscita dal Cile grazie e attraverso l’Ambasciata Italiana, col salvacondotto delle Nazioni Unite e il mio primo arrivo in Europa fu in Svizzera.

Come mai proprio l’Italia?

Era l’unica Ambasciata aperta. Era una scelta “obbligata”, ma io non volevo lasciare il mio paese.

Il Post, Jimmy e Janet


Jimmy aveva otto anni ed era già un tossicodipendente: eroinomane in età da scuola elementare. Era il 1980 e a portare la tragica storia all’attenzione del grande pubblico fu Janet Cooke, giovane giornalista neppure trentenne del Washington Post – oggi come allora, ma forse più allora di oggi, in competizione con il The New York Times in termini di ricerca dello scoop e dell’inchiesta virale – che dalle colonne del giornale della capitale americana strappò le lacrime sia della “società bene” da National Mall, sia di quella malfamata di Dupont Circle (ieri reame della malavita, oggi zona raffinata). A pagina uno del Post, domenica 28 settembre 1980 compare “Jimmy’s world”, la toccante vicenda che narrava la storia di Jimmy e che conturbò l’opinione pubblica americana per mesi: il caso del bambino eroinomane scosse profondamente Washington DC, che rimase con il fiato sospeso per settimane. Chi era Jimmy? Come si poteva salvare? Chi erano i suoi genitori? Marion Barry, Sindaco della capitale statunitense, disse che non si sarebbe dato pace finché i reparti speciali della Polizia non avessero trovato il bambino afroamericano, che nel frattempo – secondo la penna di Cooke – era morto.

martedì 12 marzo 2019

Dirittismo e consensite: bugie, malattie e cause del populismo


Un libro dichiaratamente di parte, antipopulista: non fa finta di non esserlo l’ultimo lavoro editoriale di Alessandro Barbanogiornalista e professore universitario – Le dieci bugie. Buone ragioni per combattere il populismo, presentato a Milano, lunedì 11 marzo alla Libreria Mondadori di Piazza Duomo. Al tavolo d’onore, assieme all’autore, Luciano Fontana, Direttore del Corriere della Sera – moderatore della serata –, Alberto Mingardi, Direttore dell’Istituto Bruno Leoni e Massimo Recalcati, psicanalista e scrittore. Presenti in sala, come spettatori, anche Oscar Giannino, giornalista e conduttore radiofonico di Radio 24 e Stefano Parisi, ex imprenditore, politico e leader di Idee per l’Italia.

domenica 3 marzo 2019

Il pericolo dei totalitarismi latenti d’Europa


Pensavano fossero stati sconfitti, ma piano piano stanno tornando. Seminano l’intolleranza, predicano l’odio, inneggiano al nazionalismo: non c’è spazio per chi dissente, per chi è diverso, per chi semplicemente non è d’accordo o al servizio della causa. Le democrature (o democrazie illiberali o autoritarie) – che possono trasformarsi in regimi totalitari e che l’Occidente unito aveva sconfitto oramai più di sette decenni fa – stanno sempre di più riacquisendo un indomabile fascino – o almeno nelle loro più essenziali premesse – in ampi settori della popolazione. Europea e non solo. Sempre più spesso, il modello di società aperta e liberale, democratica e tollerante sembra non essere più depositaria di credito e fiducia da parte di chi elegge il malcontento come sua unica ragione di vita. L’invidia sociale alla base di questo sentimento di sfiducia mischiata all’oggettiva crisi economica che ha scosso il Vecchio Continente negli ultimi due lustri sembrerebbe aver provocato in molti elettori interrogativi sulla leadership dei “vecchi politici”, ancorati, nonostante le critiche legittime che si possono fare loro, ad antichi modelli d’intendere la Cosa Pubblica.

mercoledì 13 febbraio 2019

L’Europa e il denaro


Il continente europeo è ricco, ma quanto? A quanto ammontano le riserve che ogni paese detiene nei propri forzieri in relazione al dollaro (la valuta stabile per eccellenza)? Quanto contante sono abituati a tenere nei loro portafogli i cittadini europei?

La New World Wealth – uno dei più importanti gruppi di ricerca di mercato del mondo – ha radunato le città secondo la ricchezza in bilioni di dollari. Per quello che riguarda le Americhe, la ricchezza è concentrata prevalentemente ad Est e ad Ovest degli Stati Uniti: San Francisco 2.3 bilioni, Los Angeles 1.4, rispettivamente New York City tre (Chicago appena 0.98, cioè poco meno di mille miliardi di dollari). Passando all’Europa, Londra si attesta allo 2.7, Francoforte allo 0.91 e Parigi allo 0.86. Anche in Asia la situazione è interessante: la capitale del Giappone è la prima città dell’intero continente, con una ricchezza di 2.5 bilioni; seguono Pechino con 2.2, Shanghai con due, Hong Kong 1.3 e Singapore 0.95.

Media, Germania e Europa

- Intervista a Alvise Armellini

Come e quando ha deciso di diventare giornalista?
 
La mia prima esperienza è stata in un’agenzia di stampa italiana e che era il braccio italiano dell’Associated Press. Ho iniziato lì alla redazione esteri. Poi ho interrotto questo stage per andare a fare un altro stage al Parlamento Europeo. Finita quell’esperienza, sono stato assunto a Bruxelles. Poco dopo quel periodo ho finito con l’agenzia di stampa italiana: ho fatto un po’ di freelance per qualche giornale e poi sono stato assunto dall’Agenzia di stampa tedesca.

L’uccellaccio pestifero


Sembravano degli uccellacci del malaugurio e in effetti lo erano: la loro presenza non era sintomo di vita e gioia; tutt’altro. Come ogni corvaccio o avvoltoio che si accinge a nutrirsi delle carogne e delle carcasse, così gli inquietanti medici del Seicento facevano piazza pulita al loro passaggio quando venivano chiamati dai parenti disperati di un ammalato di peste. L’analogia tra l’uccello del malaugurio e la caratteristica maschera a becco che questi mediconi indossavano è evidente: il dottore della peste si aggirava nelle città – queste molto colpite dal morbo, come insegna il Boccaccio – come un oscuro presagio. La “morte nera” – anche se il termine è stato coniato per identificare l’epidemia nel Trecento – colpì duramente l’Europa: si pensava fosse una maledizione di Dio e al contempo l’anticipo di una dannazione infernale. Anni dopo si sarebbe scoperto che gli agenti principali del morbo non erano i misteriosi untori che pennellavano con una sostanza giallastra la malattia sulla casa degli innocenti, quanto i ratti che – assieme alle merci da Oriente a Occidente – giungevano nel Vecchio Continente portando con sé la patologia.

mercoledì 6 febbraio 2019

Elsa Fornero, il coraggio e l’importanza di capire le riforme


“Economia e sfide della politica”: titolo ambizioso quello dell’incontro pubblico tenutosi ieri mattina presso l’Università della Svizzera Italiana e organizzato dall’Executive Master in Business Administration della Facoltà di Scienze Economiche dell’ateneo luganese. Ambizioso perché non è sempre facile – e le polemiche in merito sono aperte e talvolta aspre – stabilire una relazione tra politica ed economia: una relazione, intendiamoci, che produca benefici per entrambi, senza scompensi e carenze. Dall’economia digitale alle riforme, dalle pensioni alla politica, dall’invecchiamento della popolazione all’instabilità finanziaria. Dopo i saluti di Boas Erez – rettore dell’Università della Svizzera Italiana – e di Patrick Gagliardini – decano della Facoltà di Scienze Economiche – Antonio Mele, dell’Istituto di Finanza introduce la conferenza: «La voce di spesa pubblica per le pensioni è molto alta», ma qual è l’azione delle riforme rispetto al vincolo elettorale dei politici? In altre parole, «come far dialogare politica ed economia, come far dialogare economisti e politici, che sono espressione del voto popolare?» Una riforma – incisiva – deve essere capita in una popolazione: non è un semplice decreto approvato dal Parlamento, ma deve entrare nei costumi dei cittadini, i quali devono – o dovrebbero tentare di – capire e comprendere la necessità della stessa e non solo affidarsi all’uso spesso spregiudicato della spesa pubblica, «cemento a presa rapida del consenso», citando Ugo La Malfa.

sabato 26 gennaio 2019

Vita, morte e (pochi) miracoli dei partiti


I partiti sono morti? E in caso contrario, “come se la passano” per dirla in linguaggio giovanile (giovani spesso e troppo assenti dal dibattito politico)? Certamente non bene: è fin troppo nota la pesante e lacerante disaffezione – quella delle generazioni più fresche in primis, appunto – nei confronti della politica, vista come un’immensa mangiatoria castale ad accesso limitato ed esclusivo dei “soliti noti”. Non parliamo poi dei partiti cosiddetti tradizionali, che delle radici ottocentesche hanno lasciato – o conservato – ben poco (questo nel caso in cui siano ancora presenti nei parlamenti nazionali). Al declino della struttura partitica si sommano i cosiddetti populismi – di destra e di sinistra – animati dall’urlante protesta e la sempre maggiore voglia “di nuovo” (ignorando gli aspetti positivi degli assetti istituzionali messi sotto attacco). Non importa cosa sia il nuovo e da chi o cosa sia rappresentato: l’importante è “cacciare via quelli là”; quelli là intesi come i membri della classe politica vigente, attori di tutti i mali sociali – accomunati dal grigiore dei completi e dei capelli – ma certamente colpevoli di guardare ad una società nuova con schemi vecchi e oramai inadeguati al fluire inesorabile del tempo. Tempo che chiede nuovi linguaggi e nuovi formati: i partiti saranno in grado di rinascere? Quali sono i motivi della crisi? Davvero sono scomparsi?

sabato 19 gennaio 2019

Jan Palach: la fiamma della libertà


Nella Repubblica Socialista Cecoslovacca – nota come CSSR, nata de facto nel 1948, dopo la Seconda Guerra Mondiale e de jure nel 1960, con la federazione tra Repubblica Socialista Ceca e Repubblica Socialista Slovacca – Piazza San Venceslao è stata essenziale teatro delle proteste del 1968, nate ai primi di gennaio di quell’anno dietro ad un moto di ribellione studentesco (niente a che vedere con i capricci più o meno legittimi dei figli di papà parigini che in maggio avrebbero devastato la Ville Lumière). Sostituito il fedele burocrate comunista Antonín Novotný ai vertici del Partito Comunista Cecoslovacco (succursale del PCUS nelle terre boeme), il riformista Alexander Dubček – che voleva instaurare un “Socialismo dal volto umano”, anche se già allora la Storia aveva attestato la brutalità e l’infattibilità di questo progetto – tentò una più profonda destalinizzazione del paese: maggiori diritti ai cittadini, più democrazia a tutti i livelli della società, più decentramento della Pubblica Amministrazione. Il progetto di maggiore libertà – che comunque non eliminava l’enorme peso del PCC dalla vita dei cecoslovacchi – non fu apprezzato a Mosca e dai membri del Patto di Varsavia, allineati come soldatini verso l’URSS, all’epoca Mecca del terrore per il mondo occidentale. Manifestazioni in tutto il paese – anche a Piazza San Venceslao – diedero vita alla famosa Primavera di Praga, repressa nel sangue – una delle brutali specialità del regime sovietico – nell’agosto del ‘68 (quando Gustáv Husák, succeduto a Dubček, aveva già avviato la cosiddetta Normalizzazione da quattro mesi) dai carri armati comunisti e da circa mezzo milione di soldati.

mercoledì 16 gennaio 2019

Gun export & safety


Si dice spesso che in fin dei conti la guerra convenga a tutti. Di sicuro conviene a chi le armi le esporta; e non stiamo parlando di cifre basse o di nazioni sconosciute … Sono quattro i più grandi esportatori di armi sul pianeta: Stati Uniti, Cina, Francia e Russia. Ognuno di essi smercia il “carico esplosivo” ad altri paesi (molti di questi nella regione mediorientale in cambio di oro nero). Secondo il SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute – nel caso dell’America – di Barack Obama prima e Donald Trump poi – il primo paese di esportazione di armi è l’Arabia Saudita, il secondo gli Emirati Arabi Uniti, il terzo la Turchia, il quarto la Corea del Sud, il quinto l’Australia. Nel caso della Cina di Xi Jinping, al primo posto c’è il Pakistan, al secondo il Bangladesh, al terzo la Birmania, al quarto il Venezuela, al quinto la Tanzania. Per quanto riguarda l’Europa, il primo paese a livello di export sarebbe la Francia – prima di François Hollande e poi di Emmanuel Macron – che vende armi in primis al Marocco, alla Cina, all’Egitto, agli EAU e all’Arabia Saudita. Per quello che riguarda la Russia di Vladimir Putin, il primo paese di export in termini di armi è l’India, il secondo la Cina, il terzo il Vietnam, il quarto l’Algeria e il quinto il Venezuela.

Compleanni e complemorti


Alla corte del Duce a Galeazzo Ciano era riservato un posto d’onore: oltre che essere marito di Edda Mussolini, è stato Ministro degli Esteri e Vicesegretario del Partito Fascista. La sua fucilazione avvenne per mano del regime che aveva servito, l’11 gennaio ‘44. Settantacinque anni fa.

Lo stesso giorno, cinquantacinque anni dopo, il poeta e cantautore Fabrizio De André moriva – neppure sessantenne, ma con alle spalle la certezza di aver rivoluzionato per sempre la musica italiana d’autore– all’Istituto dei tumori di Milano. Venti anni fa.

venerdì 11 gennaio 2019

I passaggi di tempo di Fabrizio De André, anima salva

«Lascia che sia fiorito / Signore, il suo sentiero / quando a te la sua anima / e al mondo la sua pelle / dovrà riconsegnare / quando verrà al tuo cielo / là dove in pieno giorno / risplendono le stelle»: come il suo amico Luigi Tenco – morto suicida nel 1967 – anche Fabrizio De André – scomparso esattamente vent’anni fa, all’età di cinquantotto anni – potrebbe essere destinatario di Preghiera in gennaio, prima opera musicale del primo album in studio del cantatore genovese. Il primo brano del primo album, composto dal primo cantautore italiano. Il Principe, per ricollegarsi al film di tre ore e mezza prodotto dalla RAI nel gennaio 2018. Ricordare Fabrizio De André – non solo un cantautore (definizione palesemente riduttiva), ma menestrello di anime, cantore degli ultimi, voce dei disperati, suono di utopia – è utile anche alla luce dei tempi che corrono. Quella società odierna che lui non ha visto e che certamente non avrebbe apprezzato, come hanno ricordato più volte la moglie Dori Ghezzi e l’amico d’infanzia Paolo Villaggio. Nell’intolleranza dilagante, nel ritorno a parole e misure passate e disumane, nel disprezzo verso gli ultimi e i diversi, nell’isolamento degli individui, nella mancanza di equilibrio e nel rischio di annichilire ogni storia umana – rendendola semplice amministrazione – le parole di De André – oltre che suonare perfettamente profetiche e gradevoli per un colto orecchio musicale – possono indurre a più di una riflessione interiore. Quella che lui, anima anarchica – anima salva – faceva giungere ai sensi di chi lo ascoltava nelle sue esibizioni su LP o dal vivo. Di lui hanno scritto molti e tutto: l’opera letteraria e musicale (nonostante gli album in studio siano tredici) è praticamente sterminata. L’uomo non può essere ridotto alla semplificazione, al suo vizio, al suo colore politico, alla sua religione, al suo vissuto. Parafrasando Pablo Neruda, certamente Fabrizio De André può confessare di aver vissuto. Come in cielo, così in terra.