lunedì 13 maggio 2019

Antisemitismo: il ritorno e il rischio di perdere la memoria


Era il tardo 1989: il Comunismo stava crollando “pacificamente” anche in Ungheria e un giovane studente segretario della federazione degli studenti comunisti – laureato all’Università Loránd Eötvös di Budapest – chiedeva ad un ricco imprenditore una borsa di studio per continuare la sua esperienza formativa all’estero. Finanziamento accordato. Il giovane ragazzo – che se non altro dimostrerà in seguito di aver capito ben poco della dottrina politica, vista la piroetta ideologica da sinistra a destra – si chiamava Viktor Orbán; il facoltoso imprenditore, manco a dirlo, era il controverso George Soros, riconosciuto un quarto di secolo dopo dal suo elemosiniere – divenuto nel frattempo Primo Ministro – come il nemico pubblico numero uno. Roba da Far West: alle porte del maestoso Parlamento sul Danubio manca solo il manifesto “Wanted” e la taglia sulla testa dell’imprenditore-filantropo e poi ci siamo, vista anche l’alleanza parlamentare di Orbán con Jobbik, partito che oltre a far svolazzare la bandiera del nazionalismo ha intensi tratti antisemiti. Tratti antisemiti che piano piano si stanno facendo sempre più evidenti nelle maggiori nazioni occidentali.

giovedì 9 maggio 2019

Giorgio Bassani: vita di un ferrarese


Giorgio Bassani è il protagonista dell’ottavo incontro pubblico organizzato da RSI Rete Due e dall’Istituto degli Studi Filosofici di Lugano nell’ambito del ciclo Archivi del Novecento, che si rinnova da febbraio a maggio ogni mercoledì, alle 18:00 presso l’Università della Svizzera Italiana in una serie di conferenze dedicati a grandi autori italiani del secolo scorso. A raccontare l’autore de Il giardino dei Finzi-Contini è intervenuto nella serata di ieri il Professor Gianni Venturi dell’Università di Firenze. «I soggetti dei miei libri non vado a cercarli», spiega Bassani a Vittorio Sereni nei filmati del repertorio della RSI, proiettati in due tempi tra gli interventi di Venturi. «Ci vuole un’intuizione formale per scrivere un libro. Un’intuizione del tutto disinteressata. Non posso inventare: sono i fatti della vita che mi colpiscono sempre», spiegava l’autore in occasione dell’uscita del romanzo L’airone, nel 1968, vincitore del Premio Campiello.

lunedì 29 aprile 2019

Le “d” che fanno male all’economia


Disoccupazione, deficit e debito: sono queste le tre “d” nocive per l’economia e il sistema-paese. Concetti che molti ritengono astratti – specialmente il secondo e il terzo – ma che hanno pesanti impatti sulla vita dei cittadini. In alcuni paesi europei, dopo tanti anni di crisi economico-finanziaria, le cose sembrano rimanere nella stessa stagnante situazione da anni. La disoccupazione sembra farsi col tempo sempre più strutturale, il target del deficit viene sistematicamente violato, il debito pubblico aumenta allegramente, senza opportuni freni.

lunedì 22 aprile 2019

Indro Montanelli: narratore e protagonista del Novecento


Indro Montanelli era nato centodieci anni fa, il 22 aprile del 1909 a Fucecchio, un piccolo paesino della Toscana, terra che ha dato i natali a molti dei grandi giornalisti e scrittori d’Italia. Il Novecento, il “suo” secolo, lo ha vissuto quasi per intero: lo ha respirato e narrato, fino a diventare ufficialmente negli anni Novanta il primo grande dei grandi giornalisti del Paese; seguono Enzo Biagi e Giorgio Bocca secondo il magico tris del premio “È giornalismo”. Montanelli ha scritto di tutto e tutti, ma è altrettanto vero che di lui hanno scritto tutti e di tutto. Le biografie sul personaggio si sprecano: oggetto di attenzione di professori universitari, accademici dall’estero, studenti, lettori o semplici curiosi che il nome di quell’alto e anziano signore lo hanno letto sui polverosi dorsi delle copertine dei libri scritti con Roberto Gervaso o Mario Cervi sullo scaffale di una biblioteca di casa.

martedì 16 aprile 2019

Crisi e declino: c’era una volta il Venezuela


Tombe profanate, blackout continui, assenza di servizi, treni fermi e infrastrutture fatiscenti: uno scenario di guerra. E invece no: è il Venezuela del 2019. Un Paese in cui dal 2011 ad oggi l’economia si è contratta del settanta per cento; in cui l’ottantasette per cento dei suoi abitanti, cioè ventisei milioni di persone, vive in povertà; in cui mancano i beni di prima necessità; in cui nel 2016 la media di massa corporea persa da ogni abitante era di otto chili e nel 2018 si è alzata a undici. Un Paese in ginocchio. Il Venezuela nel secolo scorso era uno delle terre più prosperose del Sudamerica, dal momento che aveva – e ha tutt’ora – le riserve di petrolio (nella Orinoco Belt) più vaste del mondo: dalla elezione di Nicolás Maduro – succeduto a Hugo Chávez nel 2013 – le cose non hanno fatto altro che peggiorare per la «Repubblica Bolivariana del Venezuela», come ama ricordare enfaticamente il leader nei sui discorsi alla folla. L’idea di un salvifico socialismo (reale) si sta lentamente frantumando, visto l’appoggio di molte comunità internazionali nei confronti di Juan Guaidó, “eletto” nuovo salvatore della patria (fino – speriamo di no – al prossimo disastro economico).

mercoledì 10 aprile 2019

Giornali e Venezuela

- Intervista a Eliana Loza Schiano -


Come sei arrivata in Italia?

Io sono di origine italiana e quindi per me era importante ritrovare le mie radici.
Come sei arrivata a El Universal?

Stavo facendo un Master in Inghilterra e a El Universal c’erano i miei vecchi colleghi e quindi ho chiesto al Capo di poter fare la corrispondente dall’Italia.

La crescita cinese


Il PIL mondiale ha dovuto lasciare negli anni sempre più spazio a Pechino: secondo “The Spectator Index”, nel 1988 la Cina contribuiva solo per il 4.1 percento al PIL globale. Percentuale che si è alzata di poco nel ‘98 (6.9); poi dodici dieci anni dopo, fino al 18.7 del 2018. Il che vuol dire che poco meno di un quinto del PIL mondiale è rappresentato dalla Cina, paese in cui secondo Reporters sans frontières la situazione in termini di libertà di stampa è in condizioni drammatiche (176esimo paese su centottanta), la percezione della corruzione è alta (secondo Transparency era il settantasettesimo paese su centottanta nel 2017 e ottantasettesimo nel 2018), i diritti umani sono calpestati, il controllo statale della vita privata dell’individuo è orwellianamente capillare.

Le olimpiadi hitleriane



Sotto il breve cancellierato di Heinrich Brüning la Germania – all’epoca meglio nota come la sofferta Repubblica di Weimar – venne scelta dal Comitato Olimpico Internazionale come paese che avrebbe ospitato i giochi olimpici del ‘36: non molti avrebbero immaginato che nel ‘33 (poco dopo la decisione del CIO), al potere sarebbe arrivato il caporale Adolf Hitler. E con l’affermarsi del Nazionalsocialismo (e le leggi di Norimberga del ‘35 per la “protezione del sangue e dell’onore tedesco” e l’automatica esclusione di ebrei e Rom dai giochi), molti paesi non solo erano inclini a boicottare l’undicesima edizione dei giochi olimpici, ma addirittura fecero esposti per un cambio di sede. Niente da fare: le Olimpiadi si sarebbero tenute comunque in piena Germania hitleriana. Quarantanove nazioni parteciparono, per un totale di quasi quattromila atleti: riluttanti in particolar modo erano gli Stati Uniti di Franklin Delano Roosevelt, che nonostante le già evidenti frizioni con il Reich a livello politico e diplomatico si qualificarono secondi in termini di medaglie conquistate nei giochi dopo la “grande Germania”.

Genitori-allenatori e rampolli-campioni


Troppe volte i genitori si trasformano nei veri coach dei figli. Ecco quindi il papà ansioso e ultra-competitivo: «La prossima volta asfaltalo» o «Non fare più quel passaggio» o «Tira da angolatura di settantaquattro gradi». Inutile negarlo: lo sport gasa. Gasa tutti: gonfia i petti e le vene del collo; il sudore scende dalle tempie, i capelli si fanno umidi, le corde vocali chiedono pietà. È questo lo stato del genitore tifoso: più di un allenatore che esige il meglio dai suoi pulcini. Sul campo da giuoco papà e mamma pretendono la perfezione da parte della prole: questa, vista come una continuatrice dei tempi gloriosi che furono, quando anche i genitori gareggiavano e atleticamente saltavano ostacoli, impugnavano racchette o danzavano armonicamente sul ghiaccio. «Vai Christian, spaccagli la faccia», tuona la mammina da bordocampo. Al momento della discesa in campo del pargolo il genitore si trasforma: mai ci si aspetterebbe che una signora sulla quarantina urli a squarciagola e inciti il rampollo a battere ad ogni costo l’avversario (per altro un coetaneo neppure adolescente).

domenica 7 aprile 2019

Addio a Biazzi Vergani, uomo-macchina e cofondatore del Giornale


Se n’è andato come ha sempre vissuto: in silenzio, quasi nell’ombra. Gian Galeazzo Biazzi Vergani è morto oggi all’età di novantatré anni a Milano: era ultimo dei sette grandi fondatori de il Giornale di Indro Montanelli ancora in vita e signorile decano del giornalismo italiano. Depositario dei segreti e delle storie del Giornale: la stragrande maggioranza dei suoi lettori non lo conosceva, ma è grazie a lui se il quotidiano di Via Negri – “contro il coro” – usciva tutti i giorni dopo un intenso “lavoro di cucina”, dietro le quinte.

venerdì 5 aprile 2019

Social, futuro e giovani secondo Enrico Letta

Giovani e futuro, ma anche demografia, cambiamento climatico, tecnologia e università. Sono queste le tematiche affrontate dall’ex Presidente del Consiglio italiano Enrico Letta nel suo libro Ho imparato. In viaggio con i giovani sognando un’Italia mondiale (il Mulino) presentato ieri sera presso la biblioteca comunale di Como. “Imparare”: un verbo, un’autocritica, un proposito; un sogno per l’avvenire e la ricerca di una politica che tenga per mano le generazioni. Una nuova politica rigenerativa, che sappia smascherare il cialtronismo imperante e semplificatore, quello che non si serve di cifre, ma bada esclusivamente e demagogicamente al proprio tornaconto. Da qui nasce il sogno di Letta: un’Europa diversa per un futuro diverso. Specialmente per i giovani. «Uscendo dall’Europa si trovano i diritti? O solidarietà? O pace? Ad ogni modo, l’Europa deve cambiare», ma la domanda è come. D’altra parte, «imparare» spiega l’ex inquilino di Palazzo Chigi «è una parola poco di moda: siamo in un’epoca in cui il metodo scientifico è contrastato», l’ignoranza trionfa e sapere più del prossimo diventa una colpa.

giovedì 4 aprile 2019

Le furie e le avventure di Guido Piovene


In occasione del ciclo di conferenze “Archivi del Novecento” organizzato da Rete Due e dall’Istituto di Studi Italiani dell’USI, tramite gli intermezzi biografici e analitici della professoressa Sara Garau, si è tenuta ieri sera nell’Auditorium dell’ateneo di Lugano l’esclusiva proiezione di un’intervista realizzata nel lontano 1963 da Vittorio Sereni al giornalista e scrittore Guido Piovene per la RSI. All’epoca, l’occasione era la discussione tra i due letterati – e fumatori incalliti – sull’ultimo libro del romanziere, Le furie, opera controversa che non aveva ottenuto il premio Viareggio. I membri della giuria di allora – tra cui Pier Paolo Pasolini e Giuseppe Ungaretti – emisero un verdetto negativo per i trascorsi fascisti dello scrittore, portati dallo stesso all’attenzione del pubblico con La coda di paglia del 1962.

mercoledì 27 marzo 2019

La crisi dei liberalconservatori e dell’Europa

«Nei prossimi vent’anni i sistemi sociali – welfare e sanità – falliranno ed esploderanno»: è drastico Paolo Pamini nel suo intervento di apertura della conferenza “Liberalconservatorismo 2.0. Un’idea attuale e percorribile?” (organizzata dalla LPU, Law and Politics in USI), tenutasi all’Università della Svizzera Italiana nella serata di martedì 26 marzo. In sala – in un «covo di liberali» come ha detto Sergio Morisoli, autore di Liberalconservatorismo. Tra buona vita e vita buona e relatore della serata – anche Alfonso Tuor e Tito Tettamenti, moderati dal giornalista Roberto Antonini. Al centro del dibattito, non solo la politica e la crisi del liberalismo, ma anche l’elemento spirituale: il cristianesimo da una parte – rappresentante della fede – e la cristianità dall’altra, lume della cultura a cui tutto il mondo occidentale appartiene. Di fatti, i tre relatori sono d’accordo all’unisono con le note parole di Benedetto Croce, per cui, in Occidente, «non possiamo non definirci cristiani.»

sabato 23 marzo 2019

Terezín: la fine dell’umanità

Una lunga distesa di lapidi sul prato secco, quasi congelato da un inverno che non vuole andar via e da una primavera che si è vista solo attraverso il sole che tocca anche gli anfratti più reconditi dell’umanità. Una croce cristiana, la stella di David qualche metro più in là: enormi ed alte nei cieli a cui molti – in quei territori cechi – hanno guardato in attesa di un segno. Anche il più pietoso dei gesti: una speranza di pietà; e invece niente. Dio era morto: ma non solo a Terezín; un nome – assieme a quello di Auschwitz, Bergen-Belsen, Buchenwald e Dachau – che non ha bisogno di particolari richiami o dilungamenti. Impressionante calpestare con le suole di gomma industriale sporche di fango e sassolini impastati d’acqua le scricchiolanti travi dove le vittime della carneficina nazionalsocialista poggiavano i loro piedi scalzi, ghiacciati dopo gli sforzi disumani patiti nel gelo di gennaio e ardenti nell’afa di agosto. Lunghi lavatoi bianchi multiuso nelle baracche di pietra, brandine di legno: poi la sala della lavanderia e quella del bieco funzionario della burocrazia del Reich, che archiviava nomi e storie nel gorgo dell’indifferenza e nella freddezza di un cassetto che mai più si sarebbe aperto.

venerdì 15 marzo 2019

Cecoslovacchia: dalla Seconda Repubblica al Protettorato


Nel tardo ottobre 1918 Alois Jirásek – noto politico ceco, nominato quattro volte al Premio Nobel per la Letteratura, senza mai riceverlo – in Piazza San Venceslao a Praga dichiarò l’indipendenza della Cecoslovacchia da un decadente ed in seguito sconfitto Impero Austro Ungarico, l’ambizioso e multietnico progetto – profondamente ottocentesco nell’ossatura, arrugginito ulteriormente dalla Grande Guerra e vittima delle sue contraddizioni multietniche – che sarebbe stato frammentato dal Trattato di Saint-Germain (1919, per l’Austria) e Trianon (1920, per l’Ungheria); questi due, padri legittimi – o illegittimi a seconda dei punti di vista – della Prima Repubblica Cecoslovacca.

mercoledì 13 marzo 2019

Zanzare, tumori e uomini

Basta aprire qualsiasi giornale per rendersi conto che diverse sezioni sono dedicate alla morte. Morte intesa come guerra, violenza, assassini ed efferatezze varie, perpetrate da un solo ed unico attore: l’uomo. L’uomo additato come principale causa della morte di altri uomini. Ebbene, secondo la WHO il primo agente a provocare la morta dei nostri simili – al di là delle malattie che in maniera più o meno spontanea affliggono i nostri corpi – è la zanzara. Quel fastidioso insetto alato, con le zampette e il piccolo ago pungente che rovina tutte le calde estati causa, grazie al virus – spesso della malaria – di cui è vettore, circa 725 mila morti all’anno. Al secondo posto, per quello che riguarda gli animali che uccidono l’uomo, abbiamo proprio l’uomo stesso (475 mila vittime); seguono i serpenti (cinquantamila morti all’anno), i cani (venticinque mila), la glossina (nota come “mosca tsetse”, diecimila). Il reduviidae (detto assassin bug, fisiognomicamente molto simile alla cimice) uccide diecimila persone all’anno, duemila la tenia, mille il coccodrillo, cinquecento l’ippopotamo, cento l’elefante e il leone, “solo” dieci vittime il lupo e lo squalo.

1973: dal Cile all’Italia


- Intervista a Patricia Mayorga Marcos

Com’è arrivata in Italia?

Sono arrivata in Italia nel ‘75 come rifugiata: ero una giovane giornalista fuggita dal regime di Pinochet. Sono uscita dal Cile grazie e attraverso l’Ambasciata Italiana, col salvacondotto delle Nazioni Unite e il mio primo arrivo in Europa fu in Svizzera.

Come mai proprio l’Italia?

Era l’unica Ambasciata aperta. Era una scelta “obbligata”, ma io non volevo lasciare il mio paese.

Il Post, Jimmy e Janet


Jimmy aveva otto anni ed era già un tossicodipendente: eroinomane in età da scuola elementare. Era il 1980 e a portare la tragica storia all’attenzione del grande pubblico fu Janet Cooke, giovane giornalista neppure trentenne del Washington Post – oggi come allora, ma forse più allora di oggi, in competizione con il The New York Times in termini di ricerca dello scoop e dell’inchiesta virale – che dalle colonne del giornale della capitale americana strappò le lacrime sia della “società bene” da National Mall, sia di quella malfamata di Dupont Circle (ieri reame della malavita, oggi zona raffinata). A pagina uno del Post, domenica 28 settembre 1980 compare “Jimmy’s world”, la toccante vicenda che narrava la storia di Jimmy e che conturbò l’opinione pubblica americana per mesi: il caso del bambino eroinomane scosse profondamente Washington DC, che rimase con il fiato sospeso per settimane. Chi era Jimmy? Come si poteva salvare? Chi erano i suoi genitori? Marion Barry, Sindaco della capitale statunitense, disse che non si sarebbe dato pace finché i reparti speciali della Polizia non avessero trovato il bambino afroamericano, che nel frattempo – secondo la penna di Cooke – era morto.

martedì 12 marzo 2019

Dirittismo e consensite: bugie, malattie e cause del populismo


Un libro dichiaratamente di parte, antipopulista: non fa finta di non esserlo l’ultimo lavoro editoriale di Alessandro Barbanogiornalista e professore universitario – Le dieci bugie. Buone ragioni per combattere il populismo, presentato a Milano, lunedì 11 marzo alla Libreria Mondadori di Piazza Duomo. Al tavolo d’onore, assieme all’autore, Luciano Fontana, Direttore del Corriere della Sera – moderatore della serata –, Alberto Mingardi, Direttore dell’Istituto Bruno Leoni e Massimo Recalcati, psicanalista e scrittore. Presenti in sala, come spettatori, anche Oscar Giannino, giornalista e conduttore radiofonico di Radio 24 e Stefano Parisi, ex imprenditore, politico e leader di Idee per l’Italia.

domenica 3 marzo 2019

Il pericolo dei totalitarismi latenti d’Europa


Pensavano fossero stati sconfitti, ma piano piano stanno tornando. Seminano l’intolleranza, predicano l’odio, inneggiano al nazionalismo: non c’è spazio per chi dissente, per chi è diverso, per chi semplicemente non è d’accordo o al servizio della causa. Le democrature (o democrazie illiberali o autoritarie) – che possono trasformarsi in regimi totalitari e che l’Occidente unito aveva sconfitto oramai più di sette decenni fa – stanno sempre di più riacquisendo un indomabile fascino – o almeno nelle loro più essenziali premesse – in ampi settori della popolazione. Europea e non solo. Sempre più spesso, il modello di società aperta e liberale, democratica e tollerante sembra non essere più depositaria di credito e fiducia da parte di chi elegge il malcontento come sua unica ragione di vita. L’invidia sociale alla base di questo sentimento di sfiducia mischiata all’oggettiva crisi economica che ha scosso il Vecchio Continente negli ultimi due lustri sembrerebbe aver provocato in molti elettori interrogativi sulla leadership dei “vecchi politici”, ancorati, nonostante le critiche legittime che si possono fare loro, ad antichi modelli d’intendere la Cosa Pubblica.

mercoledì 13 febbraio 2019

L’Europa e il denaro


Il continente europeo è ricco, ma quanto? A quanto ammontano le riserve che ogni paese detiene nei propri forzieri in relazione al dollaro (la valuta stabile per eccellenza)? Quanto contante sono abituati a tenere nei loro portafogli i cittadini europei?

La New World Wealth – uno dei più importanti gruppi di ricerca di mercato del mondo – ha radunato le città secondo la ricchezza in bilioni di dollari. Per quello che riguarda le Americhe, la ricchezza è concentrata prevalentemente ad Est e ad Ovest degli Stati Uniti: San Francisco 2.3 bilioni, Los Angeles 1.4, rispettivamente New York City tre (Chicago appena 0.98, cioè poco meno di mille miliardi di dollari). Passando all’Europa, Londra si attesta allo 2.7, Francoforte allo 0.91 e Parigi allo 0.86. Anche in Asia la situazione è interessante: la capitale del Giappone è la prima città dell’intero continente, con una ricchezza di 2.5 bilioni; seguono Pechino con 2.2, Shanghai con due, Hong Kong 1.3 e Singapore 0.95.

Media, Germania e Europa

- Intervista a Alvise Armellini

Come e quando ha deciso di diventare giornalista?
 
La mia prima esperienza è stata in un’agenzia di stampa italiana e che era il braccio italiano dell’Associated Press. Ho iniziato lì alla redazione esteri. Poi ho interrotto questo stage per andare a fare un altro stage al Parlamento Europeo. Finita quell’esperienza, sono stato assunto a Bruxelles. Poco dopo quel periodo ho finito con l’agenzia di stampa italiana: ho fatto un po’ di freelance per qualche giornale e poi sono stato assunto dall’Agenzia di stampa tedesca.

L’uccellaccio pestifero


Sembravano degli uccellacci del malaugurio e in effetti lo erano: la loro presenza non era sintomo di vita e gioia; tutt’altro. Come ogni corvaccio o avvoltoio che si accinge a nutrirsi delle carogne e delle carcasse, così gli inquietanti medici del Seicento facevano piazza pulita al loro passaggio quando venivano chiamati dai parenti disperati di un ammalato di peste. L’analogia tra l’uccello del malaugurio e la caratteristica maschera a becco che questi mediconi indossavano è evidente: il dottore della peste si aggirava nelle città – queste molto colpite dal morbo, come insegna il Boccaccio – come un oscuro presagio. La “morte nera” – anche se il termine è stato coniato per identificare l’epidemia nel Trecento – colpì duramente l’Europa: si pensava fosse una maledizione di Dio e al contempo l’anticipo di una dannazione infernale. Anni dopo si sarebbe scoperto che gli agenti principali del morbo non erano i misteriosi untori che pennellavano con una sostanza giallastra la malattia sulla casa degli innocenti, quanto i ratti che – assieme alle merci da Oriente a Occidente – giungevano nel Vecchio Continente portando con sé la patologia.

mercoledì 6 febbraio 2019

Elsa Fornero, il coraggio e l’importanza di capire le riforme


“Economia e sfide della politica”: titolo ambizioso quello dell’incontro pubblico tenutosi ieri mattina presso l’Università della Svizzera Italiana e organizzato dall’Executive Master in Business Administration della Facoltà di Scienze Economiche dell’ateneo luganese. Ambizioso perché non è sempre facile – e le polemiche in merito sono aperte e talvolta aspre – stabilire una relazione tra politica ed economia: una relazione, intendiamoci, che produca benefici per entrambi, senza scompensi e carenze. Dall’economia digitale alle riforme, dalle pensioni alla politica, dall’invecchiamento della popolazione all’instabilità finanziaria. Dopo i saluti di Boas Erez – rettore dell’Università della Svizzera Italiana – e di Patrick Gagliardini – decano della Facoltà di Scienze Economiche – Antonio Mele, dell’Istituto di Finanza introduce la conferenza: «La voce di spesa pubblica per le pensioni è molto alta», ma qual è l’azione delle riforme rispetto al vincolo elettorale dei politici? In altre parole, «come far dialogare politica ed economia, come far dialogare economisti e politici, che sono espressione del voto popolare?» Una riforma – incisiva – deve essere capita in una popolazione: non è un semplice decreto approvato dal Parlamento, ma deve entrare nei costumi dei cittadini, i quali devono – o dovrebbero tentare di – capire e comprendere la necessità della stessa e non solo affidarsi all’uso spesso spregiudicato della spesa pubblica, «cemento a presa rapida del consenso», citando Ugo La Malfa.

sabato 26 gennaio 2019

Vita, morte e (pochi) miracoli dei partiti


I partiti sono morti? E in caso contrario, “come se la passano” per dirla in linguaggio giovanile (giovani spesso e troppo assenti dal dibattito politico)? Certamente non bene: è fin troppo nota la pesante e lacerante disaffezione – quella delle generazioni più fresche in primis, appunto – nei confronti della politica, vista come un’immensa mangiatoria castale ad accesso limitato ed esclusivo dei “soliti noti”. Non parliamo poi dei partiti cosiddetti tradizionali, che delle radici ottocentesche hanno lasciato – o conservato – ben poco (questo nel caso in cui siano ancora presenti nei parlamenti nazionali). Al declino della struttura partitica si sommano i cosiddetti populismi – di destra e di sinistra – animati dall’urlante protesta e la sempre maggiore voglia “di nuovo” (ignorando gli aspetti positivi degli assetti istituzionali messi sotto attacco). Non importa cosa sia il nuovo e da chi o cosa sia rappresentato: l’importante è “cacciare via quelli là”; quelli là intesi come i membri della classe politica vigente, attori di tutti i mali sociali – accomunati dal grigiore dei completi e dei capelli – ma certamente colpevoli di guardare ad una società nuova con schemi vecchi e oramai inadeguati al fluire inesorabile del tempo. Tempo che chiede nuovi linguaggi e nuovi formati: i partiti saranno in grado di rinascere? Quali sono i motivi della crisi? Davvero sono scomparsi?

sabato 19 gennaio 2019

Jan Palach: la fiamma della libertà


Nella Repubblica Socialista Cecoslovacca – nota come CSSR, nata de facto nel 1948, dopo la Seconda Guerra Mondiale e de jure nel 1960, con la federazione tra Repubblica Socialista Ceca e Repubblica Socialista Slovacca – Piazza San Venceslao è stata essenziale teatro delle proteste del 1968, nate ai primi di gennaio di quell’anno dietro ad un moto di ribellione studentesco (niente a che vedere con i capricci più o meno legittimi dei figli di papà parigini che in maggio avrebbero devastato la Ville Lumière). Sostituito il fedele burocrate comunista Antonín Novotný ai vertici del Partito Comunista Cecoslovacco (succursale del PCUS nelle terre boeme), il riformista Alexander Dubček – che voleva instaurare un “Socialismo dal volto umano”, anche se già allora la Storia aveva attestato la brutalità e l’infattibilità di questo progetto – tentò una più profonda destalinizzazione del paese: maggiori diritti ai cittadini, più democrazia a tutti i livelli della società, più decentramento della Pubblica Amministrazione. Il progetto di maggiore libertà – che comunque non eliminava l’enorme peso del PCC dalla vita dei cecoslovacchi – non fu apprezzato a Mosca e dai membri del Patto di Varsavia, allineati come soldatini verso l’URSS, all’epoca Mecca del terrore per il mondo occidentale. Manifestazioni in tutto il paese – anche a Piazza San Venceslao – diedero vita alla famosa Primavera di Praga, repressa nel sangue – una delle brutali specialità del regime sovietico – nell’agosto del ‘68 (quando Gustáv Husák, succeduto a Dubček, aveva già avviato la cosiddetta Normalizzazione da quattro mesi) dai carri armati comunisti e da circa mezzo milione di soldati.

mercoledì 16 gennaio 2019

Gun export & safety


Si dice spesso che in fin dei conti la guerra convenga a tutti. Di sicuro conviene a chi le armi le esporta; e non stiamo parlando di cifre basse o di nazioni sconosciute … Sono quattro i più grandi esportatori di armi sul pianeta: Stati Uniti, Cina, Francia e Russia. Ognuno di essi smercia il “carico esplosivo” ad altri paesi (molti di questi nella regione mediorientale in cambio di oro nero). Secondo il SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute – nel caso dell’America – di Barack Obama prima e Donald Trump poi – il primo paese di esportazione di armi è l’Arabia Saudita, il secondo gli Emirati Arabi Uniti, il terzo la Turchia, il quarto la Corea del Sud, il quinto l’Australia. Nel caso della Cina di Xi Jinping, al primo posto c’è il Pakistan, al secondo il Bangladesh, al terzo la Birmania, al quarto il Venezuela, al quinto la Tanzania. Per quanto riguarda l’Europa, il primo paese a livello di export sarebbe la Francia – prima di François Hollande e poi di Emmanuel Macron – che vende armi in primis al Marocco, alla Cina, all’Egitto, agli EAU e all’Arabia Saudita. Per quello che riguarda la Russia di Vladimir Putin, il primo paese di export in termini di armi è l’India, il secondo la Cina, il terzo il Vietnam, il quarto l’Algeria e il quinto il Venezuela.

Compleanni e complemorti


Alla corte del Duce a Galeazzo Ciano era riservato un posto d’onore: oltre che essere marito di Edda Mussolini, è stato Ministro degli Esteri e Vicesegretario del Partito Fascista. La sua fucilazione avvenne per mano del regime che aveva servito, l’11 gennaio ‘44. Settantacinque anni fa.

Lo stesso giorno, cinquantacinque anni dopo, il poeta e cantautore Fabrizio De André moriva – neppure sessantenne, ma con alle spalle la certezza di aver rivoluzionato per sempre la musica italiana d’autore– all’Istituto dei tumori di Milano. Venti anni fa.

venerdì 11 gennaio 2019

I passaggi di tempo di Fabrizio De André, anima salva

«Lascia che sia fiorito / Signore, il suo sentiero / quando a te la sua anima / e al mondo la sua pelle / dovrà riconsegnare / quando verrà al tuo cielo / là dove in pieno giorno / risplendono le stelle»: come il suo amico Luigi Tenco – morto suicida nel 1967 – anche Fabrizio De André – scomparso esattamente vent’anni fa, all’età di cinquantotto anni – potrebbe essere destinatario di Preghiera in gennaio, prima opera musicale del primo album in studio del cantatore genovese. Il primo brano del primo album, composto dal primo cantautore italiano. Il Principe, per ricollegarsi al film di tre ore e mezza prodotto dalla RAI nel gennaio 2018. Ricordare Fabrizio De André – non solo un cantautore (definizione palesemente riduttiva), ma menestrello di anime, cantore degli ultimi, voce dei disperati, suono di utopia – è utile anche alla luce dei tempi che corrono. Quella società odierna che lui non ha visto e che certamente non avrebbe apprezzato, come hanno ricordato più volte la moglie Dori Ghezzi e l’amico d’infanzia Paolo Villaggio. Nell’intolleranza dilagante, nel ritorno a parole e misure passate e disumane, nel disprezzo verso gli ultimi e i diversi, nell’isolamento degli individui, nella mancanza di equilibrio e nel rischio di annichilire ogni storia umana – rendendola semplice amministrazione – le parole di De André – oltre che suonare perfettamente profetiche e gradevoli per un colto orecchio musicale – possono indurre a più di una riflessione interiore. Quella che lui, anima anarchica – anima salva – faceva giungere ai sensi di chi lo ascoltava nelle sue esibizioni su LP o dal vivo. Di lui hanno scritto molti e tutto: l’opera letteraria e musicale (nonostante gli album in studio siano tredici) è praticamente sterminata. L’uomo non può essere ridotto alla semplificazione, al suo vizio, al suo colore politico, alla sua religione, al suo vissuto. Parafrasando Pablo Neruda, certamente Fabrizio De André può confessare di aver vissuto. Come in cielo, così in terra.