lunedì 9 dicembre 2019

Massimo Bertarelli, il ragazzo spiritoso del Giornale


È stato quasi imbarazzante sentirlo: lo avevo contattato per un’intervista sulla storia del Giornale di Indro Montanelli – 1974-1994 – e lui mi aveva risposto che lunedì 18 marzo scorso non poteva. «Ho un ciclo di chemioterapia», mi disse. Imbarazzatissimo, proposi un’altra data per il colloquio. Rimasi colpito dalla franchezza – e in seguito dalla cortesia – di Massimo Bertarelli, che avrei incontrato quattro giorni dopo in Via Negri e con il quale rimasi insieme per oltre un’ora e mezza. In seguito, ci saremmo sentiti un paio di volte per telefono: «Forse sono stato un po’ troppo loquace, cosa che non mi appartiene», mi disse il critico cinematografico, scomparso ieri a settantacinque anni. Bertarelli fu uno dei primi ragazzi ad entrare nell’allora Giornale Nuovo, di cui ha condiviso il percorso dai primi di giugno del 1974.

giovedì 5 dicembre 2019

Il Dragone non fa abbastanza paura


Lasciamo da parte l’evidente imbarazzo di Pechino per le vicende hongkonghesi che non hanno ancora visto chiare soluzioni da parte di Xi Jinping: la Cina è in evidente frenata economica. Dopo decenni di eccezionale crescita, il 2019 segna per il Dragone il primo “vistoso” declino dell’economia; questa, tuttavia, ben lungi dall’essere considerata in crisi. In prospettiva futura, a fronte delle sfide e al netto della guerra commerciale con gli Stati Uniti, la diga economico-sociale del gigante asiatico terrà? Altrimenti detto, la Grande Muraglia – 8800 chilometri di edificazione contro le invasioni nemiche, pensata strategicamente per vedere lontano e utile ammonimento per lo straniero che tenta di valicarla – difenderà ancora la Cina?

sabato 30 novembre 2019

1989, la grande bancarotta (fraudolenta) dei regimi comunisti


Il 9 novembre di trent’anni fa il Muro di Berlino si sgretolava nella vergogna ai piedi della Storia. Era finito il cosiddetto “secolo breve”. Con il crollo della cortina di ferro finì simbolicamente la Guerra Fredda e la lunga ed estenuante divisione in blocchi, per cui (secondo le logiche di Yalta), essenzialmente, o si stava con il primo mondo – gli Stati Uniti e il Patto Atlantico – o con il secondo – l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia –; o di qua o di là. E anche in Italia il cosiddetto “Ottantanove” ha avuto impatti rilevanti: l’evento è tra le maggiori cause della transizione che poi porterà al nuovo assetto politico, la cosiddetta Seconda Repubblica.

venerdì 22 novembre 2019

Anatomia del totalitarismo e del genocidio


«Ogni totalitarismo è figlio della guerra», perché «la guerra è l’ossigeno che permette al potere totalitario di respirare, di penetrare nella sua strategia di conquista e di tradurre il tutto in energia offensiva.» Il totalitarismo è un nemico sempre in agguato, avverte Dario Fertilio, nel suo Il virus del totalitarismo; una piccola guida, un manuale per riconoscere sin dallo stato ancestrale le prime metastasi del dispotismo assolutistico all’interno – e non solo – delle democrazie europee. Un nemico che non dorme mai e cresce accanto ai cittadini. E cresce velocemente, se non siamo in grado di recidere per tempo le sue radici velenose all’interno della società liberal-democratica. «Non c’è vita senza malattia», spiega l’autore. Esistono però gli anticorpi: questi, da sviluppare per ottenere una scorza umana solida e dura; resistente ai totalitarismi e alle pulsioni illiberali, sempre presenti in certi strati sociali. Tappare i pori di pelle e mente alle sirene del totalitarismo – che fa sempre uso di un seducente messaggio di facile comprensione – è (quasi?) sempre possibile.

domenica 17 novembre 2019

Václav Havel e gli eroi del risorgimento di velluto


In occasione del ventennale dal sacrificio umano di Jan Palach in Piazza San Venceslao a Praga, nel gennaio del 1989 un piccolo gruppo di cittadini e studenti sfidò il regime comunista cecoslovacco: tra di essi c’era anche l’allora noto (alle autorità) dissidente e drammaturgo Václav Havel. Che, a testa alta, manifestò in onore del martire della libertà; auto-immolatosi come fecero diversi monaci contro la Guerra del Vietnam – bruciandosi vivi – nel gelido inverno di due decenni prima. Le proteste che poi sfociarono nella pacifica rivoluzione di velluto del 17 novembre 1989 iniziarono mesi prima – a Praga e Bratislava – nella Repubblica Socialista Cecoslovacca, compressa a Nord dalla Polonia e dalla Germania dell’Est e a Sud dall’Ungheria: intrappolata geograficamente nel cuore del Socialismo reale e legalmente del Patto di Varsavia.

venerdì 15 novembre 2019

Cultura e libertà alla Václav Havel Library


Frequenti gli eventi, uno ogni tre-quattro giorni, alla Václav Havel Library, la biblioteca situata nel cuore magico di Praga – in Ostrovní 13 – e collegata idealmente con le manifestazioni del Forum 2000, la piattaforma del dialogo intra-interculturale, per il rispetto dei diritti umani e della libertà, fondata nel 1996 dallo stesso Václav Havel, insieme al premio Nobel Elie Wiesel e al filantropo giapponese Yōhei Sasakawa.

mercoledì 13 novembre 2019

Crollo del muro italiano


Con la caduta del Muro di Berlino del 9 novembre 1989 anche il Partito Comunista Italiano – il più grande partito comunista d’Europa in termini di voti, nonché di vastità di strutture annesse e dipendenti – sentì la necessità di staccarsi dall’esperienza socialista-sovietica; anche se è pur vero che il Comunismo italiano era sempre stato diverso da quello russo. Alcune ipocrisie vennero sorpassate, altre diversità messe in luce, ma la storia del Gramscian-Comunismo – nato a Livorno dopo la scissione nel 1921 col PSI – si chiuse con la data che, secondo Eric Hobsbawm, rappresentava la fine del “secolo breve”.

La democrazia del post-‘89


Il crollo del Muro di Berlino ha cambiato la Storia: chiudeva quella passata – composta dall’orrore culminato con la Shoah, quindi lo stallo glaciale “a colpi di geopolitica” tra USA e URSS – e apriva quella futura, all’insegna della democrazia e del benessere. L’emancipazione di milioni di individui che si liberarono – occorre ricordare visti incongrui odierni parallelismi – pacificamente e autonomamente da chi li aveva umiliati per quasi mezzo secolo oltre cortina tramite le varie Stasi o Securitate (vere e proprie Gestapo da secondo Novecento) segnava l’inizio di una nuova epoca. Di un nuovo concetto di democrazia. L’orologio della Storia, mai immobile, portava le sue lancette verso per un nuovo ciclo per il Vecchio Continente.

sabato 9 novembre 2019

Addio al Muro della vergogna


La fine di un’utopia: il grande inganno che a Berlino aveva preso la forma di un massiccio muro di cemento rinforzato dal filo spinato e dalla terra di nessuno presidiata dai Vopos, crollò il 9 novembre di trent’anni fa nella polvere dei calcinacci della Storia. Il grande “impero del male” – citando Ronald Reagan, che in qualche modo contribuì a distruggerlo –, plasmato a partire dalle idee di Karl Marx e Vladimir Lenin, vedeva crollare il suo fiore all’occhiello – la DDR – dopo tre decenni in cui tentò di nascondere le sue vistose crepe e le contraddizioni eco-sociali. Obbligando milioni e milioni di individui alla fame e alla paura: e parliamo di Berlino Est, non dell’ultimo paesino sperduto della Transilvania.

giovedì 31 ottobre 2019

Saga Brexit e caos: dolcetto o scherzetto?


Non sappiamo ancora cosa rappresenterà nel lungo termine Brexit per il Regno Unito e l’Europa. Altro che “Downtown Abbey”: la saga “Brexit” (rinnovata almeno per il 31 gennaio prossimo) continua a catturare l’attenzione degli agenda setters di tutto il mondo. Nel giorno di Halloween – quando Londra avrebbe dovuto staccarsi da Bruxelles – è legittimo chiedersi se l’esito dell’uscita dall’Unione sarà una pillola allo zucchero o uno scherzetto di cattivo gusto. Legittimi sono i dubbi di chi sostiene che l’uscita del Regno Unito sarà un disastro; non tanto per il continente europeo – che perde uno Stato rilevante – quanto per il Regno Unito stesso. Questo, da sempre un membro riluttante dell’Unione, nonostante nel 1942-43 Winston Churchill suggerì lo sviluppo del Vecchio Continente in un nuovo progetto (concentrato in particolar modo tra Francia e Germania), su modello americano: gli “Stati Uniti d’Europa”. Gli attriti con l’Unione – specialmente con la Francia di Charles De Gaulle che impedì a Londra per ben due volte di entrare nella Comunità Economica Europea (EEC) – sono stati una costante del Regno Unito.

mercoledì 23 ottobre 2019

L’equilibrio responsabile di Mario Draghi e le riforme mancate

Settimana prossima il Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi lascerà il suo incarico all’istituto di Francoforte: a succedergli, come stabilito già nel giugno scorso, l’ex direttrice del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde. Mario Draghi è forse la figura italiana più importante in termini di prestigio internazionale che l’Italia possa vantare: prestigio che a livello politico gli è sempre stato riconosciuto quasi all’unanimità. Draghi infatti potrebbe essere interpretato come il perfetto erede di Carlo Azeglio Ciampi, con il quale ha lavorato negli anni Novanta al Tesoro. Entrambi, governatori della Banca d’Italia ed europeisti. Vista la nuova maggioranza parlamentare, non è da escludere che il successore di Sergio Mattarella – da eleggere nel 2022 – possa essere proprio l’ex Presidente della BCE.

mercoledì 16 ottobre 2019

L’Europa di oggi come quella della salita al potere dei nazisti nel 1933?


«Può darsi che qualche personaggio dei nostri giorni si ritrovi nei detti, nei fatti e nei misfatti di quelli di allora. Gli è consento adombrarsi. Ma non illudersi: i cattivi di allora sono inarrivabili, a provare a specchiarsi ci si rende solo ridicoli.» È questa la tesi portante di Sindrome 1933 di Siegmund Ginzberg: cercare di intravedere velate e sottili similitudini tra ieri e oggi. Certo, la nostra epoca è molto diversa rispetto a quella attorno al 1933, anno della salita al potere dei nazionalsocialisti in Germania. La speranza è quella che certi anticorpi sociali e democratici siano stati sviluppati da ogni singolo individuo a tanti decenni di distanza dai crimini di massa che vennero commessi allora.

mercoledì 9 ottobre 2019

Marshall: uomo e piano


Lo aveva presentato all’Università di Harvard nel giugno del 1947: un grande piano di assistenza economica per l’Europa. George Marshall – l’inventore dell’omonimo piano, capo di Stato maggiore nell’esercito americano ed in seguito segretario alla Difesa nel secondo governo di Harry Truman, Premio Nobel per la Pace, morto sessant’anni fa – credeva che fosse necessario assicurarsi l’alleanza stabile dell’Europa dell’Ovest finanziando ed aiutando le nazioni in ginocchio dopo sei anni di Seconda Guerra Mondiale.

BR, tra favole e abbagli


«Il giornalismo è lotta, propaganda, missione che non cerca pantofole salvatrici né successi finanziari, ma insegue la vittoria morale delle idee che ha nel cuore, per le quali si vive e si combatte. E se occorre, si muore.» Scriveva così Eugenio Torelli-Viollier – fondatore del Corriere della Sera – nel 1876. Lotta, propaganda e missione: vocaboli non estranei a molti giornalisti che nell’Italia degli anni Settanta davano la vita (metaforicamente e talvolta letteralmente) per l’informazione; in molti casi, più o meno inflazionata dall’ideologia.

mercoledì 2 ottobre 2019

Populismo odierno, tra bugie e paura


Uno degli obiettivi dell’ultimo libro di Alessandro Barbano, Le dieci bugie. Buone ragioni per combattere il populismo, è quello di suggerire al lettore una serie di metodi per riconoscere e disinnescare la «malattia della politica», che oggi di tutte è sul banco degli imputati: il populismo. Non che cercare il consenso attraverso modalità “populistiche” sia insano. Critici sono i livelli che un movimento fortemente demagogico raggiunge nell’obiettivo di acquisire il consenso popolare alle vette dell’architettura statale, tramite la semplificazione del discorso, la manomissione di concetti controversi, l’individuazione di un capro espiatorio, il solleticare gli istinti più rozzi e la normalizzazione delle anomalie.

giovedì 26 settembre 2019

L’Europa e il fascino discreto (e letale) della Russia


La Russia non può vantare molti amici. Molti degli stati satelliti dell’ex Unione Sovietica si sono ribellati alla casa madre, che sperava – intimamente – di conservare un legame politico più intenso con paesi quali Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Romania e Bulgaria. Tutte nazioni abbastanza ostili al Cremlino e al suo leader Vladimir Putin. Per non parlare dell’Ucraina – guidata dall’ex comico Volodymyr Zelensky – che nel 2014 si vide sottrarre la Crimea sul Mar Nero (da qui le note sanzioni). E se molti degli ex paesi del Patto di Varsavia – che comunque conservano importanti relazioni economiche con la Federazione – prendono le distanze da Mosca, alcuni paesi europei sembrano strizzare l’occhio al gigante asiatico.

martedì 17 settembre 2019

Uguaglianza e libertà nella società aperta di Karl Popper

La società aperta è sotto attacco. Una coltre di autoritarismo – più o meno spesso a dipendenza delle latitudini del pianeta – sembra raggiungere le vette del grasso consenso proprio quando le tradizionali risposte liberali e democratiche stentano a godere del sostegno che per decenni hanno avuto. Ma cos’è la società aperta? «Con l’espressione “società aperta”» scrive Karl Popper, morto il 17 settembre di venticinque anni fa, «designo non tanto un tipo di […] forma di governo, quanto piuttosto un modo di convivenza umana in cui la libertà degli individui, la non-violenza, la protezione delle minoranze, la difesa dei deboli sono valori importanti.» Il binomio “società aperta” è legato a doppio filo al suo più grande teorizzatore, il “filosofo della libertà”. A un quarto di secolo dalla scomparsa di Popper, le sue considerazioni in campo sociale ai tempi del successo dell’onda demagogica e delle crisi delle democrazie sono quanto mai attuali.

martedì 10 settembre 2019

L’ultimo impero multietnico


La fine della Grande Guerra decretò la fine di un’epoca. Profondamente ottocentesco nell’architettura, scollegato dalle esigenze d’indipendenza di molti degli Stati compresi nel recinto austro-ungarico, l’Impero di Franz Joseph, il monarca assoluto del tempo (Imperatore d’Austria e Re d’Ungheria), era una grande potenza multietnica: temuta e ammirata; smembrata come conseguenza del Trattato di Saint-Germain-en-Laye (firmato dall’Austria con le potenze vincitrici) il 10 settembre di cento anni fa per dar voce singola a cecoslovacchi, trentini, austriaci, tirolesi, ungheresi, ruteni, serbi e croati (molti di questi, sotto il neonato Regno di Yugoslavia). Il colpo finale all’Impero fu poi il Trattato di Trianon, firmato con l’Ungheria, nel giugno 1920.

domenica 1 settembre 2019

Gleiwitz, la fine di un’escalation


Si può davvero pensare che la Polonia – neo-Stato, nato alla fine della Prima Guerra Mondiale – abbia provocato la grande e potente Germania da costringere quest’ultima ad invaderla, il primo settembre di ottant’anni fa? Negli anni si è detto anche questo: la Polonia avrebbe provocato il gigante nazista (famelico di “Lebensraum”), costringendolo ad “intervenire” a seguito di diverse e gravi aggressioni. Un completo e volgare depistaggio, come ben testimonia la deposizione del Ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop al giudice sovietico Roman Rudenko al processo di Norimberga: «L’attacco alla Polonia era inevitabile, in seguito all’atteggiamento delle altre potenze».

martedì 27 agosto 2019

Una donna in fiamme e un uomo solo


Era arrivato in Sardegna una decina di anni prima: aveva messo su casa; una fattoria, del bestiame. Lunghi i pranzi e le cene con amici e famiglia che da Genova prendevano il traghetto e lo andavano a scovare negli anfratti sardi. Fabrizio De André amava il suo eremo mediterraneo: un’azienda agricola, piante e vitellini, ovini e prodotti caseari. Il tutto allietato dalla sua musica e dalla sua chitarra: la pace delle montagne lo aiutava a scrivere i testi delle canzoni che avrebbe poi rifinito e registrato a Milano. Lavorare la terra scura e ritirarsi nell’entroterra settentrionale di Tempio Pausania era una scelta insolita per i cantautori allora: l’aria aperta, il paesaggio collinare e roccioso, il verde e la secchezza degli arbusti si conciliavano con il bisogno di sincera solitudine che De André cercava. Solitudine, attenzione, «come scelta, non l’isolamento, che è sinonimo di abbandono.»

giovedì 22 agosto 2019

Molotov-von Ribbentrop, un patto per la guerra


I dittatori non sono per la pace: usano il richiamo alla pace per prendere tempo e consolidare il loro potere. Avvenne così anche il 23 agosto di ottant’anni fa, quando a Mosca – la capitale dell’allora Unione Sovietica – il Ministro degli Esteri tedesco Joachim von Ribbentrop e il suo omologo russo Vjačeslav Molotov firmarono il patto che portava i loro cognomi: quello di non aggressione tra il Terzo Reich e l’URSS. I due ministri furono l’estensione della volontà dei governi che servivano e quindi dei loro spregiudicati tiranni. Nonostante Adolf Hitler avesse in odio i comunisti, strinse il patto. Naturalmente, era squisitamente ricambiato nel suo astio da Stalin e dalla sua cerchia: un patto di non belligeranza serviva ad entrambi.

giovedì 15 agosto 2019

Di Bonaparte, che divenne Napoleone


«Ei fu». Quando apprese della scomparsa di Napoleone Bonaparte, Alessandro Manzoni rimase profondamente colpito. Poco dopo, Il cinque maggio era pronto. Il tributo dell’autore de I promessi sposi onorava il generale che fece la campagna d’Italia, scuotendo e stabilizzando allo stesso tempo lo Stivale. Bonaparte infatti non solo donò il Tricolore al Belpaese, ma ne definì i confini, le linee che in oltre mezzo secolo dopo sarebbero state grossomodo confermate al momento dell’Unità. Duecentocinquant’anni fa – un quarto di millennio –, ad Ajaccio, nasceva il generale francese, definito da Sergio Romano – con la sua solita ponderatezza – come «un grande stratega e uno spregiudicato uomo di Stato, ma anche un riformatore impaziente e instancabile, sempre pronto a cogliere e a trasformare in leggi i suggerimenti che provenivano dai suoi migliori consiglieri».

giovedì 8 agosto 2019

Don Sturzo e lo statalismo malabestia


Tornò in Italia il 5 settembre 1946. Già rassegnato, stanco e anziano: più di cinquant’anni alle spalle e venti all’estero. Prima a Londra, poi a Parigi e a New York, dove conobbe Arturo Toscanini e Gaetano Salvemini tra gli altri. Il regime fascista lo aveva obbligato all’espatrio: Don Luigi Sturzo aveva fondato il Partito Popolare Italiano un secolo fa, ma l’intento di dar voce politica ai cattolici d’Italia – principale ed esplicita missione del movimento nato nel 1919 – si rivelò presto una minaccia per le mire totalitarie del Fascismo. «La libertà è come la verità» – disse Don Sturzo in un discorso del marzo 1925 a Parigi – «si conquista; e quando si è conquistata, per conservarla si riconquista; e quando mutano gli eventi e si evolvono gli istituti, per adattarla si riconquista.»

mercoledì 31 luglio 2019

Primo Levi, sommerso e salvato


«Son morto con altri cento / Son morto ch’ero bambino»: così cantava Francesco Guccini nel ricordare i più gravi eventi dell’umanità nella canzone Auschwitz del 1966, un nome che non ha bisogno di presentazioni e che ha sommerso milioni di persone nel gelido inverno polacco e nel fuoco dei forni crematori. Alcune vittime – troppo poche – però si sono salvate. Tra loro, Primo Levi, deportato nel campo di sterminio e tornato in patria con l’urgente e bruciante necessità – dopo anni passati quasi nella vergogna di essere ancora in questo mondo che lo voleva nell’altro – di raccontare gli orrori indelebilmente incisi nella sua memoria e sul suo avambraccio. Vorremmo che lo scrittore torinese fosse nato non cento anni fa – il 31 luglio 1919 –, ma centocinquanta, duecento, anche trecento anni prima: non solo per non fargli provare sulla carne gli anni vissuti in campo di concentramento prima – a Fossoli, nella Bassa emiliana – e di sterminio poi – nella remota Oświęcim –, ma anche per allontanare maggiormente l’immensa vergogna europea a cavallo tra gli anni Trenta e Quaranta.

mercoledì 24 luglio 2019

India: economia e democrazia di un gigante silenzioso


Le recenti elezioni politiche in India hanno sottolineato come, nonostante le gelide o torride soffiate di autoritarismo in Asia (Russia e Cina su tutti, per non parlare del Medioriente), la democrazia abbia ancora un peso all’affacciarsi degli anni Venti del ventunesimo secolo. Un peso talmente importante da scomodare per trentanove giorni novecento milioni di elettori affinché si esprimessero nell’urna elettorale (circa un milione i seggi predisposti sul territorio indiano per le elezioni politiche). L’India, la più grande democrazia del mondo in termini di popolazione, gode di pochissima attenzione da buona parte dei media occidentali. Il che non vuol dire che sia irrilevante. Tutt’altro: il gigante silenzioso nel complesso lavora e produce operosamente, senza mai alzare i toni e vantare l’attenzione di soggetti geopolitici economicamente molto più deboli, come la Federazione di Vladimir Putin. Un BRICS (acronimo dei paesi sulla via di un grande sviluppo economico, Brasile-Russia-India-Cina-Sudafrica): un paese in via di sviluppo con davanti un futuro brillante in termini demografici ed economici.

sabato 13 luglio 2019

Ferruccio de Bortoli e il tentativo di riscossa civica


Ci salveremo non è solo il titolo dell’ultimo libro di Ferruccio de Bortoli: è l’auspicio dell’autore, che – nonostante le turbolenze che il Belpaese sembra sperimentare (più o meno volontariamente) ogni giorno – non se la sente di mettere un punto di domanda dopo la sua “profezia”. L’obiettivo del libro, scrive il Nostro, è quello di rianimare un senso dello stare insieme perduto, un senso di responsabilità collettivo annebbiato. L’ex direttore del Corriere della Sera è ottimista nei suoi “appunti per una riscossa civica” (parole da usare con il contagocce quando si parla d’Italia): «Siamo migliori di quello che sembriamo», scrive de Bortoli. «Nel descrivere il proprio paese gli italiani sono infatti più pessimisti e severi di quanto non lo siano gli stranieri».

sabato 6 luglio 2019

Moneta e popolo: quale sovranismo?

Lasciamo perdere per un attimo il fatto che «nel momento stesso in cui si mitizza il popolo sovrano, lo si tratta in realtà come popolo bue» – ovvero «qualcuno a cui rivolgersi con frasi ed espressioni terra terra, cercando di risvegliarne bisogni e istinti primari» – come scrive Giuseppe Antonelli in Volgare eloquenza: il popolo è sovrano. Non c’è dubbio, ma la domanda è: quando mai avrebbe smesso di esserlo nella recente storia di gran parte dei paesi occidentali? Per l’orgoglio demagogico-sovranista e semplificatorio non è importante rispondere a questa domanda: secondo costoro, il popolo “ha perso sovranità” e il nemico principale responsabile di ciò è l’Unione Europea (interessante quanto un certo tipo di rozza retorica sia riuscita a fondere il concetto di UE con quello di Europa, ben diversi tra loro). L’UE – contestabile, a tratti non efficiente e non solidale, burocratica e disattenta – è un insieme di Stati, che conservano quasi pienamente la loro sovranità effettiva, che consciamente – e volontariamente – hanno delegato negli anni passati ad un’entità superiore.

sabato 29 giugno 2019

Oriana Fallaci: la donna che dava del tu al potere


Una volta Margaret Thatcher disse: «Essere potenti è come essere una donna. Se hai bisogno di dimostrarlo vuol dire che non lo sei». Oriana Fallaci non aveva certamente bisogno di dimostrare né il suo coraggio né la sua capacità di scrittura. Glielo riconoscevano e glielo riconoscono (quasi) tutti. Ha fatto un mestiere – a partire dagli anni Cinquanta – che veniva generalmente intrapreso da soli uomini ed è stata molto più eroica di molti di loro. Oggi avrebbe compiuto novant’anni: molti giornalisti meno acuti – e certamente meno dotati della spontaneità di penna e pensiero – hanno tagliato allegramente il nastro dei nove decimi di secolo, ma il prezzo è il vuoto che lasceranno dopo la loro morte. Oriana Fallaci invece ha lasciato un vuoto incolmabile, non solo nei suoi tanti lettori, ma nel panorama giornalistico-letterario nel suo complesso. Anche in quello internazionale. Il suo essere donna in un contesto di uomini – non solo i colleghi, ma quelli che senza pudore andava a intervistare in giro per il mondo – era l’altra faccia della medaglia della ribellione, dell’anarchia, dell’indipendenza della Signora. Per la parità di genere ha sempre lottato, ma voleva essere ricordata semplicemente come “scrittore”. Le parole significano quello che vogliono dire: non le interessavano le declinazioni che assumevano toni politici e che oggi sembrano essere l’unica missione di diversi movimenti progressisti. È quantomeno bizzarro d’altra parte definirla di “destra”, dal momento che per la libertà dal Nazifascismo ha combattuto in Centro Italia in età da treccine, in sella alla sua bicicletta di fragile metallo. O forse era ritenuta “di destra” solo perché si era distanziata dalla cultura scontata per una partigiana toscana …

martedì 25 giugno 2019

Il Giornale e la battaglia di una caravella liberale


Il 25 giugno di quarantacinque anni fa – era il lontano 1974 – a farsi spazio, poco per la verità, nelle edicole italiane, tra giornali decennali e brillanti settimanali, comparve un nuovo protagonista; un foglio quotidiano che avrebbe fatto discutere negli anni a venire. Una nuova pubblicazione che per molto tempo sarebbe stata subalterna rispetto ai vari Corriere della Sera o Stampa. Un lenzuolo cartaceo piegato e nascosto negli anfratti del cappottone – e non dell’eskimo – di chi si “azzardava” a comprarlo. Il Giornale di Indro Montanelli compie oggi il suo primo quasi mezzo secolo: per anni è stato l’orientamento quotidiano di un centinaio di migliaia e mezzo di lettori, che nello storico giornalista – e nei suoi illustri collaboratori – trovavano una bussola politica e culturale leggendo la “caravella liberale”; una piccola imbarcazione nata dal nulla, ma non sul nulla. Il Giornale non era semplicemente “il Giornale”: certo, era uno dei più ricchi in termini di firme illustri e internazionali, ma era pienamente identificato nel suo direttore, che gli conferiva un’indimenticabile energia e vitalità; anche nella vecchiaia più estrema. Per le città d’Italia si diceva: «Mi dia il giornale di Montanelli», quasi con un tono di sfida nei confronti dell’edicolante che, in diverse occasioni e specialmente nei primi anni, tentava di boicottarne l’acquisto.

martedì 18 giugno 2019

Un secolo dalla sciagura di Versailles


Spesso i trattati di pace sono la premessa per una nuova guerra. Il caso più recente e clamoroso di questi è stato quello firmato a Versailles, un secolo fa, il 28 giugno 1919. Il trattato sancì l’armistizio – e non la pace – tra la Germania e gli altri stati europei – fuorché gli altri ex imperi centrali – dopo la vittoria degli Alleati nella Prima Guerra Mondiale ed entrò in vigore il 10 gennaio 1920. Un’Europa che aveva visto sulla sua pelle e civiltà quanto fosse devastante una guerra moderna trascinava quanto rimaneva di se stessa nella maestosa reggia dei monarchi francesi per l’ufficiale e burocratica resa dei conti con gli avversari. Se Versailles è stato il simbolo dell’assolutismo dell’Ancien Régime, la Francia del Nord era diventata il simbolo della lacerante guerra di trincea, a confine con l’allora Impero Germanico – l’ultimo impero centrale che coerentemente chiese l’armistizio –, governato da Guglielmo II. Questi, un Kaiser poco amato dal suo popolo: difatti, fu l’ultimo a regnare nella grande federazione dei piccoli Länder e della grande Prussia.

giovedì 13 giugno 2019

Intervista a Massimo Nava


– Intervista a Massimo Nava

Lei ha iniziato giovanissimo a scrivere sui giornali, nel 1966, a sedici anni: come mai così presto?

La partenza è naturalmente casuale: frequentavo il liceo classico Parini a Milano, istituto di un certo valore, dove c’era un giornalino – diventato molto famoso poi nei moti del Sessantotto – di nome La zanzara. Ho quindi iniziato a lavorare in redazione e lì è nata la passione.


venerdì 7 giugno 2019

1984: l’attualità tra libertà e sicurezza


Il Grande Fratello è ovunque: spia, controlla; entra nelle case, osserva insistentemente le abitudini di tutti; crea bisogni e dispensa risorse dall’alto della sua supremazia. Lui sa cosa è meglio per il popolo assoggettato al suo grande occhio. Il Grande Fratello è l’incarnazione del puro controllo: il volto misterioso che veglia tutte le strade della Londra distopica di 1984, il celebre volume scritto da George Orwell uscito in libreria l’8 giugno di settant’anni fa. Nel distopico – e dispotico – regno immaginato dall’autore di Animal Farm non c’è spazio per il libero pensiero: non c’è tempo di pensare, di chiedere il perché delle cose, di analizzare le storture sociali; o anche solo di dissentire dalla linea generale: quella della Fratellanza (Brotherhood) e del Partito(-Stato). Un perenne stato di allerta contro il nemico che può annientare la società, un sistema capillare di polizia – o meglio: “Psicopolizia”, Thought Police – che stana i dissidenti, la propaganda dall’alto, il lavaggio del cervello imposto a chiunque osi dissentire, i manifesti ovunque: il faccione del Grande Fratello che ti guarda. Tutta fantascienza?

venerdì 31 maggio 2019

L’errore delle élite nell’era della demagogia


Il populista – anche se il termine è impreciso e sarebbe meglio usare quello di demagogo – ha come unico obiettivo elettorale quello di guadagnare più elettori possibili: anche a costo di accantonare una tradizionale area politica, nella quale egli è nato ed è sorto politicamente. Quello che interessa al populista, come ricorda il politologo tedesco Jan-Werner Müller in Che cos’è il populismo? è conquistare tutto il corpo elettorale: non solo muoversi nell’area di destra o sinistra e al massimo contendersi con il rivale i voti al centro. Il demagogo vuole tutto il “piatto”: il corpo elettorale gli deve appartenere. Fatta eccezione per il nemico di cui ha bisogno per sopravvivere – un popolo o una categoria – il populista mira al consenso assoluto. E come sono nati i moti di pancia che sembrano consolidare sempre di più a livello nazionale il loro successo nello stanco e affaticato Vecchio Continente? Tra le cause maggiori, c’è la miopia delle cosiddette élite che, nel loro insieme, non solo non sono state in grado di avvertire l’arrivo dell’onda populista, ma non l’hanno neppure voluta affrontare.

domenica 26 maggio 2019

Vittorio Zucconi e il mestiere di un cronista americano


Nella «terra dei liberi» – come definiva la “sua” America – Vittorio Zucconi era arrivato il 10 agosto 1973: una vita fa. Dodici anni dopo si sarebbe trasferito a Washington, dove questa notte si è spento all’età di settantaquattro anni. Giornalista di lungo corso, scrittore, penna fine e delicata: il senso dell’umorismo e del dettaglio non mancavano al barbuto “cronista americano”. Per molti dei suoi numerosi lettori era “solo” il corrispondente dagli Stati Uniti di Repubblica, ruolo che per molti anni ha diviso col collega Federico Rampini, ma alle spalle Zucconi aveva un passato professionale brillante. Cosa che in parte gli proveniva dal cognome che portava: quello che era appartenuto ad un altrettanto grande giornalista, il padre Guglielmo, storico volto televisivo, direttore di molti giornali nazionali, perno giornalistico della Prima Repubblica. Dell’ex Deputato democristiano – il babbo che lo aveva avviato al mondo del giornalismo – il noto corrispondente del quotidiano di Carlo Verdelli ricordava un episodio diventato leggenda nella storia del mestiere a penna e taccuino. Quando Zucconi junior superò l’esame di giornalista, il padre gli regalò un cucchiaino d’argento. Cadeau singolare per chi, di lì a poco, avrebbe imbracciato l’“arma” del giornalista (ieri l’Olivetti, oggi il PC). Inciso, nel metallo dello strumento, le parole di un vecchio del mestiere: «Hai scelto un mestiere in cui ogni giorno mangerai cucchiaiate di merda. Che almeno il cucchiaio sia bello