mercoledì 12 dicembre 2018

«Ciò che non è non vero»


- Intervista a Enrico Marra -

Un percorso non canonico per un giornalista … 

Ho iniziato a lavorare a Roma per le televisioni estere come montatore: se non hai studiato prima e ti approcci al giornalismo allora devi studiare dopo, ho seguito i corsi ed ho fatto gli esami all’Ordine dei Giornalisti italiani.

Come sei arrivato alla RSI?

Era il settembre 2001: in quei giorni ho parlato con un socio di una produzione tv che faceva e fa tutt’ora da service per la RSI a Roma e da lì ho iniziato a fare il tirocinio come tecnico.

Pensi che la radio e la televisione sopravvivranno alla carta stampata?

Di queste cose se ne parla da quando ho iniziato. Radio e tv sono più affini a quello che sembra andare per la maggiore oggigiorno: Internet, social, sono pieni di contenuti multimediali.

Come vedi il fenomeno dei freelance?

Ho parlato con dei sociologi che hanno fatto uno studio sulla questione, proprio nell’ambito dei media: l’ideale per il freelance sarebbe avere dieci committenti. Se hai pochi committenti, hai una sudditanza psicologica e diventi un impiegato che però, rispetto ai reali impiegati, ha meno tutele. Però dieci committenti non ce li hanno tutti …

Ci si serve molto dei freelance nella radio e nella televisione? 

Dipende: se penso alla Svizzera non credo, mentre in Italia forse un po’ di più. Essere freelance ha comunque i suoi vantaggi perché lavorando per diversi committenti si conoscono diverse realtà produttive e punti di vista.

Il social network non è un nemico del giornalista, cioè che gli fa una spietata concorrenza?

Secondo me il social è un mezzo, non bisogna farsi spaventare. Bisognerebbe capirlo e utilizzarlo bene.

Quali sono le prerogative del giornalista estero?

Il giornalista estero deve entrare in contatto con il posto dove si trova: deve stare sulla strada e non ridursi a seguire la stampa locale e le agenzie.

Tu che sei romano, pensi che l’italiano è interessato alle notizie estere?

Noto che sono interessate di più le tv estere a quello che io mando, piuttosto che il contrario. Qui c’è un interesse verso l’estero – poco – però in Europa di più.

Cosa ti spaventa di più della tua professione?

Be’, l’incolumità fisica: a volte il rischio lo percepisci. Con la professione del giornalista ti esponi a diversi rischi: dall’incolumità alle critiche della gente. Sono stato nei campi profughi in Libano al confine con la Siria.

Enrico ti faccio un’ultima domanda sul futuro: cosa consiglieresti a giovani che vogliono fare giornalismo in Italia?

Seguire l’informazione andare a vedere, non perdere la curiosità e il “movimento”. Seguire quindi le linee guida su stampa e Internet, però poi devi andare sul luogo a vedere con i tuoi occhi e ascoltare sempre tutte le campane. Non fidarti solo di quello che dicono gli altri, ma intraprendi. È importante interrogarsi su cosa si sta facendo: il giornalista persegue la verità.

Esiste la verità?

Esatto, bella domanda, infatti bisogna mettersi d’accordo su cos’è la verità. Quando feci l’esame all’Ordine dei Giornalisti italiano ripetevano sempre questa frase: perseguire ciò che non è non vero. Spesso la verità può essere molto complessa, ma analizzando quello che non è vero, escludi tante cose.