giovedì 24 maggio 2018

Collettivismo turistico stereotipato: arrivano “i cinesi”

La mandria mandorlata, orde di cinesi: sì, noi (giacobinica Sacra Rota europea) non ci curiamo di distinguere più di tanto tra gli asiatici … Li categorizziamo come naturali appartenenti alla terra dei panda e del PCC; ciurme che spalancano i recinti degli Urali e si riversano in Europa, “turisteggiando” in folte comitive dalle tracce ben visibili. I capelli color pece-corvo-cormorano (tagliati secondo le stravaganti usanze dei fumetti nipponici), la mascherina del medico per non diffondere il respiro infetto, la carnagione color del fior di latte e, i più folkloristici – ma il più delle volte per motivi prettamente cutanei – con l’ombrellino parasole (esclusivo e di pizzo, se raffinato e curato; prefabbricato e di plastica color Stabilo Boss se destinato alla massa).

E poi “il più classico dei classici” (no, non la corazzata Kotiomkin del professor Guido Baldo Maria Riccardelli), ma la suprema arma di scansione di massa, i cui proiettili sono pressoché inesauribili e centrano sempre il bersaglio (che sia un’opera di Gian Lorenzo Bernini o un dipinto di Eugène Delacroix, ma anche l’erba del giardino o il sasso di montagna); lo strumento (oggi più raro rispetto all’epoca d’oro di Canon) dalla lunga e prepotente proboscide a lenti. Quell’apparecchio ingerito nella sua funzione dagli smartphones; appeso al collo e gelosamente custodito tra le mani. L’indice destro sul grilletto: pronti, mirate, fuoco! Ora anche la prozia di secondo grado – alla consumata età di centosette anni – potrà godere, tramite la fotografia, dei frutti delle esperienze europee-occidentali dei suoi discendenti.

Senza alcun dubbio, il turismo che vede nei cinesi l’esempio più eccezionale è annoverabile nel cosiddetto turismo collettivo, secondo il quale certe etnie tendono a viaggiare più in compagnia che da soli. Lo stressato bancario dello Sichuan che d’estate vuole andare a Roma porta con sé tutta la famiglia – senza dimenticare la ricca cucciolata di carlini rompiballe – e svolge attività di gruppo. Secondo le dimensioni culturali elaborate dall’antropologo Geert Hofstede, nel turismo a contenuti “collettivisti” l’osservatore è coinvolto direttamente (forse perché se il pubblicitario riesce ad attrarre il capofamiglia, risale automaticamente a mo’ di grappolo d’uva sino a figli, moltiplicando il suo prezioso indotto economico). Le attività predilette da chi decide di viaggiare ammassato sono riassunte nella classica visita di parchi tematici oppure nel frenetico acquisto del boccino di vetro con la neve finta, del modellino in simil-ferro della torre Eiffel, dell’Empire State Building rimpicciolito e dalle antenne storte, dalle matriosca (che credi sia in legno pregiato, ma in realtà è prodotta con i rimasugli del legno), sino alle spille, ai portachiavi, al tazzone (o la maglietta) del “I”-cuoricino-sigla della città.

Se lo stereotipo del turista cinese ci perseguita ormai da decenni, di più difficile classificazione è quello europeo, culturalmente vicino a messaggi più individualisti, dedito all’uno, al singolo. La categoria individualistica è in particolar modo idonea per il cinquantenne che vuol godere della sua amata solitudine e del suo (poco) tempo al riparo dall’incessante squillare del telefono della settimana lavorativa. E quindi, perché non concedersi il massaggio nel beauty farm all-inclusiv oppure la scalata in montagna con tanto di picozza, borraccia e buona volontà? Nell’ambito della più splendida diversità (non superiorità, attenzione) che contraddistingue le varie etnie della terra, il turismo è l’incontro delle abitudini, delle culture, dei modi di vivere e di pensare, di organizzare la famiglia e il proprio tempo. Individualismo e collettivismo sono la linfa che scorre nei rigidi arbusti di Europa (e mondo occidentale), rispettivamente di Cina e Sud America: la scelta del viaggiatore non può non tenerne conto. Specie se l’ora di fare la valigia è prossima.